Intervista raccolta da www.Arcilettore.it



Lei si presenta come un medico che è arrivata, dopo un percorso personale, a diventare psicoterapeuta. Da qualche altra parte che il suo hobby è arrabbiarsi. Ci può spiegare meglio il significato di tutto questo?

Ho cominciato nei reparti di chirurgia. La chirurgia è la parte più epica della medicina. Un’appendicite acuta non curata potrebbe diventare peritonite e uccidere in due giorni, ma se correttamente operata dopo due giorni ci saranno le dimissioni. La chirurgia sono anche corsie dove le emozioni possono essere terribili, e dove, trent’anni fa almeno, ora fortunatamente è diverso, non sempre erano ascoltate.

Io non sono uno scrittore, ma un medico che scrive. C’è un tipo particolare di paziente (uso paziente e non lettore o persona nel senso letterale del termine: colui che patisce, che prova una sofferenza) per il quale non è mai stato scritto molto e nulla che possa essere letto a 14 anni[1] ed è per questo tipo di persona che ho scritto l’ultimo orco. Chi ha letto il libro sa di cosa parlo: il tema del penultimo capitolo.

Il secondo tema del libro è la morte. Se nei libri muoiono solo i cattivi (nel Signore degli anelli oltre a schiere di Orchi, muoiono solo Boromir e suo padre, che non sono esattamente dei gioielli di simpatia), quando un bambino o un ragazzo perde la madre la frase è "ma che male aveva fatto mamma?". Peggio: quando un bambino o un ragazzo sono rinchiusi in un reparto di oncologia il discorso comincia con "io che male ho fatto?".

Il loro dolore descritto su una pagina e protetto dal lieto fine obbligatorio in ogni Fantasy, è una possibilità di consolazione, che invece non sempre può esserci nella letteratura storica o realistica. La morte in un Fantasy è un evento che permette un’elaborazione e quindi ci può aiutare a capire come elaborare un lutto.

Io ho provato a descrivere le fasi obbligate dell’elaborazione del lutto: è necessario piangere e piangere insieme, abbracciandosi, altrimenti il lutto resta irrisolto e non passa mai a una sofferenza pulita, una sofferenza che dà forza invece di toglierla. È un’informazione banale, che però ci siamo persi. Fortunatamente la morte esiste molto meno nella nostra vita rispetto alle epoche precedenti. Nella società descritta dal libro Cuore, con la tubercolosi e il reumatismo cardiaco che colpivano peggio dei Nazghul, era praticamente impossibile arrivare all’età adulta senza aver partecipato almeno a un funerale di un compagno di scuola o di un fratello, ed erano funerali dove si piangeva tutti insieme. Oggi molte persone hanno il primo lutto da adulti alla morte del genitore e non sanno affrontarlo perchè nessuno ha insegnato loro a piangere abbracciati a qualcuno che piange con loro.

E qui arriva il discorso della rabbia, anche questa, insieme alle mie migliori doti, intolleranza e arroganza, ereditata da mio padre. è la rabbia per il dolore inutile, il dolore per chi distrugge gli altri senza guadagnarci nulla, anzi che si danneggia pur di poter distruggere, che è infinitamente più grave di distruggere gli altri per guadagnarci qualche cosa, e questa è la differenza tra i malvagi e gli idioti criminali.

Faccio un esempio: l’inquisizione prima e dopo il 1492, il processo di Giovanna d’Arco e quello di Antonia (la Chimera) o di una qualsiasi dei 4 milioni di innocenti il cui rogo dette la sua immonda luce all’idiozia e alla follia. Giovanna non è un’innocente: è uno dei capi oltre che l’ufficio marketing dell’esercito avversario. Una volta catturata le viene fatto un discorso logico: se confessi quello che noi vogliamo niente tortura e se ti penti (cioè dichiari ufficialmente che abbiamo ragione noi) non ti bruciamo. Analogo discorso viene fatto ai Templari, ordine cavalleresco Filippo il Bello di Francia decide di distruggere allarmato dalla loro enorme potenza finanziaria: i templari che confessarono non furono toccati; i pentiti non furono bruciati ma rispediti ai loro castelli, con l’ordine di starsene buoni e quieti. Chi non si opponeva non rischiava nulla e non veniva schiacciato. Il potere era malvagio, ma non folle. La macchina inquisitoriale veniva usata per ricondurre brutalmente all’ordine chi rompeva l’anima e chi osava opporsi, ma non veniva messa in moto per schiacciare delle disgraziate sempre analfabete, quasi sempre contadine, senza nessun potere. Dopo il 1942 non siamo più di fronte a un potere brutale, ma a una psicosi di massa.

La Spagna si desertificò per avere la legna sufficiente a bruciare i suoi Marrani, gli Ebrei convertiti, e nella persecuzione distrusse la sua economia, di cui quegli uomini erano la spina dorsale.

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"L'ultimo Elfo" è sicuramente quello che più si può definire un fantasy, mentre "L'ultimo orco" è più un racconto epico, in ogni caso come mai la scelta di questo genere?

Perchè il fantasy è un linguaggio universale, che parla, come diceva Tolkien non di lampadine ma di fulmini. Tutti i simbolismi delle fiabe, che sono tutti presenti ne "L’ultimo elfo". L’idea di questa storia è nata addirittura nella mia infanzia. Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo, in queste marce, che spaziavano dalle scogliere al Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano.

E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?

Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.

Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. L’idea de "L’ultimo elfo" nasce dall’orrore del genocidio, dalla colpa mai risolta dell’Europa che è il razzismo, di cui l’antisemitismo è la forma più atrocemente duratura.

In realtà non è nella storia del mondo, ma in quella dell’infanzia che esiste un periodo magico, dove fate e gnomi si inseguono. Quando la magia scompare, lascia il posto alla Storia, quella di Giulio Cesare e Carlo Magno, dove le fate sono state chiamate streghe e hanno avuto veri roghi nel loro destino, e dove i popoli a volte scompaiono, come già mio padre mi aveva spiegato allora e come ancora scopersi dopo, nelle desolate lande africane. Ed è quando gli archetipi fantastici incontrano la storia che si passa alla letteratura epica, perchè la letteratura epica contiene l’etica di un popolo. Quando un popolo non ha una letteratura epica vuol dire che non è in grado di battersi cioè che si sta candidando a diventare un popolo di schiavi o un popolo di morti. Ne "L’ultimo orco" c’è anche l’idea molto poco buonista che gli Orchi si fermano militarmente. Nei campi di sterminio, a ricompattare la decenza dell’umanità che era stata perduta, sono arrivati i carri armati. E quei carri armati sono arrivati sparando su tutto quello che si muoveva, ma rispetto ad allora la disumanizzazione del nemico non è più tollerabile. Ne "Il Signore degli Anelli" sono nascosti i fantasmi della seconda guerra mondiale, inclusa la necessità assoluta di vincere per salvare il mondo. Il nemico può essere annientato senza nessun tipo di senso di colpa. Gli Orchi nascono dal fango, non hanno anima, probabilmente non provano dolore. Oggi sappiamo che tutti, anche i peggiori, coloro che hanno creato a mandato avanti il posto dove era scritto che il lavoro rende liberi, anche coloro che sognano di poter uccidere e storpiare come bombe umane il maggior numeri di bambini possibili, sono stati nel ventre di una madre e hanno una storia da raccontare.

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Tutti e due i libri sono pieni di riferimenti alla realtà, dal genocidio degli Elfi alle razzie degli orchi, dal desposta di Daligar alla cieca e ottusa violenza degli orchi, inoltre ci sono riferimenti ad una economia equa e sostenibile, alla necessità di una convivenza tra diversi, alla possibilità di un mondo di pace. Cosa vuole comunicare ai lettori?

Che la storia si ripete perchè la psicologia è immutabile. L’unica maniera che può modificare il futuro è conoscere la storia e conoscere la psicologia. Non c’è solo la politica e l’economia a determinare il destino di un popolo: c’è la psiche dei suoi componenti. Conditio sine qua non ai grandi totalitarismi del XX secolo, c’è un particolare tipo di pedagogia che disprezza la tenerezza e la "debolezza" come crimini.

La memoria è in assoluto il dovere etico principale. La memoria della storia è quello che è successo, quello che è veramente successo, non quello che sarebbe carino che fosse successo, perchè così i nostri teoremi tornerebbero e noi potremmo dimostrare che da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi come nei film della Walt Disney degli anni ’50 e 60.

La memoria della storia consiste in una puntigliosa conta dei morti, perchè ognuno di loro era una persona, non uno scarafaggio o un cane, ma una persona e se quelli che hanno sterminato quei morti hanno combattuto sotto una bandiera che ha i nostri stessi colori, allora quella conta deve essere ancora più attenta, più fanaticamente puntigliosa. La verità vi renderà liberi, la verità anche quando atroce o scomoda. Solo la conoscenza della storia ci può fornire le due uniche direttive possibili a qualsiasi azione etica, solo apparentemente in contrasto l’una con l’altra, che sono la fede e il dubbio.

Nel primo periodo della sua vita un bambino fa blocco unico con la madre. Hitler era figlio di madre umiliata e battuta, Osama Bin Laden è il figlio numero 56. È stato un bambino a stento riconosciuto dal proprio padre, che non ne ricordava il nome. Che incredibile odio verso tutti quelli che non sono il figlio numero 56 e che hanno creato società dove non è possibile essere il figlio numero 56!

Un mondo di pace non nascerà mai fino a quando le donne saranno miserabili e schiave. Una donna schiava può diventare madre di un Orco oppure di uno schiavo: il suo dolore diventa la ferocia del figlio oppure la sua acquiescenza alle ingiustizie. Per un mondo migliore non basta l’abbattimento dei tiranni, politici o economici che siano: prima o poi si creeranno altri tiranni. Si creeranno più prima che poi, impareranno ad ammantare i crimini più feroci sotto una bandierina di benevolenza e tutto resterà uguale se non peggiore.

Un mondo libero e giusto può nascere solo attraverso le madri.

I figli di madri libere e forti non diventano nè carnefici nè schiavi di nessuno. Non è un caso se in Africa i paesi che se la cavano dal punto di vista economico sono quelli dove le donne non sono calpestate e dove la democrazie è rispettata.

La pace del mondo passa dal benessere fisico ed economico delle madri, passa dalla loro alfabetizzazione, dalla loro scolarizzazione, loro diritto inalienabile di scegliere chi sarà il padre dei suoi figli, dal loro diritto inalienabile di non essere battute, vendute, comprate, sfruttate, ripudiate, lapidate, bruciate. Nessun mondo di pace può nascere sulla negazione di questi diritti. Un mondo dove una creatura umana non ha in mano il proprio destino, dove una creatura umana può essere messa a morte per aver voluto sentire il vento sui capelli non può essere un mondo di pace. Nessun mondo di pace sarà costruito sul sangue delle donne lapidate, e sull’educato silenzio che ha commentato la loro lapidazione. Nessun mondo di pace nascerà dove è permesso a una bambina di 9 anni di essere data in sposa e di essere condannata a morte. Nessun mondo di pace sorgerà fino a quando anche sono un’unica bambina potrà essere infibulata, così da ridurre tutta la sua vita a umiliazione e dolore.

Un mondo di pace può nascere solo dalla capacità di non abdicare mai alle idee di libertà e di diritti civili, incluso l’inalienabile diritto di ridere, di tutto incluso le cose più sacre e più serie. Noi osiamo ridere di Dio e della Morte: questa è la nostra forza. Chi non vuol essere deriso, si dia da fare per meritare rispetto. Chi usa la condanna a morte per ridurre la derisione al silenzio, dimostra quanto quella derisione sia giustificata.

La nostra libertè non è stata un dono. Giordano Bruno è salito sul rogo e l’ammiraglio Caracciolo sul patibolo e quelli non erano stati effetti speciali. Anche i sangue di Theo van Gogh non è stato un effetto speciale.

E infine: nessun mondo di pace può esistere fino a quando qualcuno sarà miserabile. Negli ultimi 60 anni l’umanità è passata da 1 a 6 miliardi di creature umane. Questo risultato può essere stato ottenuto solo con l’abbattimento della mortalità infantile e l’allungamento della vita. In altro parole: per quanto ingiusto sia il mondo in cui viviamo, è ora infinitamente meno ingiusto che in qualsiasi epoca precedente. Allora: ce la possiamo fare a eliminare del tutto la fame e la miseria. Il nostro scopo è fare in maniera che capitalismo etico non sia una contraddizione in termini. La strada passa dell’evitare la spersonalizzazione e quindi la deresponsabilizzazione di grandi capitali e dalla democratizzazione del terzo mondo. Chi non ha elettori a cui dar conto è corruttibile e svende le materie prime al peggior acquirente.

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Non credo alle interviste lunghe, quindi le faccio un'ultima domanda, cosa consiglierebbe di leggere ai suoi lettori e a noi?

L’inferno di Dante per la fede nell’uomo, Shakespeare per la fede nel destino, Primo Levi per il dolore, Gorge Orwell per la disperazione, Steinbeck per il furore, George Amado per la ferocia, Jean Austin per il senso del decoro, le sorelle Bronte per l’anticipazione delle teorie psicologiche e Alessandro Manzoni per lo strazio della morte di Cecilia. Della storia della letteratura fanno parte anche film e fumetti: la commedia all’italiana per la capacità di alternare struggente e esilarante. Le strisce di Calvin e Hobbes, di Mafalda e dei Peanuts danno il senso del dialogo.

A proposito di Fantasy: Tolkien per la capacità di creare e descrivere mondi fantastici e la Rowling per la capacità di tenere insieme migliaia di pagine con una storia coerente e avvincente.

Per chi volesse scrivere: io ho seguito le istruzioni che Primo Levi dà nel saggio intitolato "Dedicato a un lettore", uno degli ultimi saggi di "L’altrui mestiere". È meno caro di una qualsiasi scuola di scrittura creativa e molto più efficace.

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Note

[1] Parlo dei figli degli Orchi. Non intendo solo i nati in Rwanda in Bosnia o durante la seconda guerra mondiale da padri che mai avrebbero voluto. Parlo anche della sofferenza di tutti coloro che non possono avere nessuna fierezza per chi li ha messi al mondo, magari fuori da una guerra e all’interno di un matrimonio.