La strega, il cavaliere, la morte e il diavolo.
I Mori attaccarono poco prima del tramonto.
L'aria era caldo e polvere. Da quasi due mesi non c'era più stata una goccia di pioggia. Tutto quello che poteva seccare si era seccato. Di vivo c'erano rimasti solo le mosche e i contadini, ma i contadini ancora per poco: la cavalleria musulmana non era passata alla storia per la bontà di cuore.
I Mori attaccarono poco prima del tramonto.
La cavalleria musulmana apparve all'orizzonte prima che il sole se ne andasse, annunciata da un gran polverone, che sembrò all'inizio una nuvolaglia nera.
I contadini alzarono dai campi le facce, poco più chiare di quelle dei loro sterminatori e guardarono la nuvola che allargava sull'orizzonte. Se si fossero trovati meno disperati e con meno fame ci si sarebbero pure stupiti di quel temporale, che oltre che tardivo era pure bizzarro: veniva dalla terra e non dal cielo, senza tuoni, né fulmini, né starnazzare di polli. Quando la polvere fu abbastanza alta da coprire il sole che era rosso e basso e enorme, il clamore e gli stendardi divennero chiari: la cavalleria mora stava per arrivare.
La disperazione e le bestemmie evaporarono, lasciando la decisione ferma quanto inutile di campare ancora. Nei minuti frenetici durante i quali si cercò di organizzare una resistenza qualsiasi, ognuno chiese misericordia al Creatore, si scusò per le bestemmie di poco prima, la scortesia, quelle insulse dichiarazioni che, per campare così, era meglio schiattare. Non era vero niente. A loro di campare così gli piaceva, anche così, anche da morti di fame, anche con la siccità, il freddo e il fuoco di Sant'Antonio. Purché si campasse. Purché non si crepasse subito.
Ovunque si invocò l'inestimabile dono di ancora un po' di stenti e un po'di miseria. Ma il cielo restò sordo, come da sempre era sordo: per la fame, la miseria, i figli morti bambini. Pure quel giorno il cielo se ne strafottè, come sua abitudine, e la cavalleria mora macellò tutto quello che si trovò sulla strada, con la stessa facilità e la stessa incuria di una manata sopra un nugolo di moscerini. Loro creparono tutti, fino all'ultimo bambino pulcioso, fino all'ultimo pollo mezzo morto di fame, persero per sempre il diritto a ancora un po' di fame e di infelicità terrena.
Il cielo si coprì di una rete di nuvole sottili, tra le quali le prime stelle cominciavano a brillare; finalmente, sulla polvere impastata di sangue, si mise a piovere.
Dopo il volgo fu la volta dei signori. E si attaccò il castello. Il castello stava un po' più sopra, sull'unica altura che sovrastava la piana, che in realtà non era neanche una collina, ma era comunque un pò più in alto del resto della spianata. Anche i signori stavano un po' più sopra dei cafoni, un po' meno stracciati, un po' meno morti di fame, con le scarpe e tenevano pure, tra tutti, un cavallo, un mulo, due capre, tre conigli e undici galline. Il castello fu attaccato che ormai era buio e cominciava a pioviginare. Le sue mura, che già prima che l'attacco cominciasse, erano le più diroccate di tutta la cristianità, qualche giorno avrebbero anche resistito. Fu la miseria a fotterli: i tetti di pietra sostituiti dalla paglia dei covoni, alla prima freccia incendiaria il castello si trasformò in una luminaria, e i suoi abitanti in cenere, inclusi i polli, che però di cervello ne hanno meno dei Cristiani e, quindi, anche a bruciare e a vedere i propri figli crepare, soffrono meno. Ma la pioggia a qualcosa servì. La paglia si era bagnata e le micce pure. In più i saraceni erano un poco ubriachi, non per il vino, ché non ne avevano bevuto: a loro era vietato; ma per il sangue, per le vittorie: tutto quel loro correre a cavallo per quella terra che altro non aspettava che di essere conquistata col sangue e col martirio.
Erano ubriachi di avere il loro Dio che combatteva con loro e che era contento della loro guerra, veramente convinti come tutti gli utenti di guerre giudicate sacre e sante, che Dio sia veramente contento dei loro morti ammazzati. Erano ubriachi e di tempo ne impiegarono un sacco, con le micce bagnate e l'anima sbronza: impiegarono tutta quella nottata di pioggierelle, e da dentro ebbero il tempo di scavare, con le pale e con le mani, nella polvere che diventava fango, per la pioggia, il sudore che gli colava dalla fronte e il sangue che gli collava dalle mani. Scavarono alla luce delle frecce incendiarie. Mentre i primi tetti cominciavano a bruciare si completò una galleria da talpa che passava sotto alle mura di cinta e finiva dentro a quello che se ci fosse stata l'acqua dentro sarebbe stato il fossato, e che era vuoto sia per la siccità che per l'incuria, e fu una fortuna, perché così i fuggiaschi non si annegarono, ma restarono nascosti dall'ombra delle cigliate e si poterono salvare.
Nessun uomo e nessuna donna poté infilarsi nel buco, ma i bambini sì e loro scamparono al rogo. Si salvarono Baldassarre che aveva i vermi, Girolamo che aveva i piedi piatti, e lei Beatrice Adalguisa Matilda Antenora, che, per fare prima, chiamavano Bradamante. Era lei che sarebbe poi diventata il flagello degli infedeli, la loro croce, che anche lei era convinta che a Dio gliene strafottesse qualcosa dei duelli suoi e per questo non fu sconfitta mai, fino a che anche lei non fu colpita al cuore da un saraceno, e il suo Dio dimissionò per sempre dal posto di Signore degli Eserciti e delle Guerre e ridiventò quello che mai avrebbe dovuto smettere di essere: il Dio dell'amore e del fare l'amore.
Il Dio del coltivare campi e pascolare armenti.
Il Dio del fare bambini. E del dargli da mangiare. E del tenerli puliti quando sono ancora troppo piccoli per fare la cacca e la pipì in mezzo ai prati.
Il Dio dell'amarsi e poi dell'amarsi e poi dell'amarsi ancora.
Lei si chiamava Bradamante e in quella notte di fuoco e di fango, sdraiata con due bambini più piccoli di lei, sotto la cigliata del fossato, mentre i suoi bruciavano vivi e i Saraceni inneggiavano al loro Dio, giurò che avrebbe avuto vendetta o sarebbe morta nel tentativo; giurò che mai, finchè aveva vita, altro avrebbe fatto che sterminare saraceni.
La notte fu lunga e terribile: loro se ne stavano lì con il colore del fuoco negli occhi, il suo orribile odore nelle narici, il fracasso dell'incendio che li assordava: di continuo qualcosa crollava, qualcosa franava; si sentivano urla; pietre cadevano dagli spalti, non più trattenute da nessuna impalcatura. Travi infuocate li evitarono per un pelo.
Si salvò anche il cane, che si chiamava Spartaco, nome altisonante quanto ingiustificato, chè quello teneva paura anche della sua ombra. In quella notte di fango e di fuoco pure lui riuscì a infilarsi nel buco, ma poi scappò, si dileguò nel buio con il suo terrore e le urla dei saraceni che lo inseguivano, e fu una fortuna perchè così non attirò con il suo abbaiare l'attenzione sul fondo del fossato.
Quando l'alba arrivò e il fuoco si spense e gli sterminatori se ne andarono Bradamante se ne stava nel fosso con i due bambini più piccoli sotto di lei, e lì se ne restò anche quando il sole fu alto e i Saraceni lontani, forse per la paura, forse per la speranza che dalle rovine si alzasse una qualche voce a chiamarli, a dirgli che la minestra era in tavola, che era ora di cambiarsi i vestiti pieni di fango e dalla pipì che si erano fatti addosso.
Solo al tramonto osarono alzarsi e allontanarsi; se ne andarono a cercarsi qualcosa da mangiare e un pò d'acqua che calmasse la loro sete infinita, con nel cuore il sogno inutile di qualcuno che li potesse consolare. Non cercarono morti calcinati tra le macerie. Neanche si guardarono indietro. Se ne andarono e basta. Solo quando si alzò la luna lei, Bradamante, si girò e guardò le rovine e pensò alla voce di suo padre, all'odore della pelle di sua madre: non ci sarebbero più stati; mai più, mai più. Si ripeté ancora nella sua testa quelle due parole: mai più, mai più. Le lacrime le scesero lungo la faccia. Se le leccò per sentirne il sapore, che le restasse impresso come quella notte di luna, quel mai più che le risuonava nel cranio. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più.
Se ne erano andati tirando dritto, senza levare gli occhi dal fango della strada. Neanche spostavano lo sguardo quando le pozzanghere erano rosse per vedere che ci aveva sanguinato dentro, così da non aggiungere altri ricordi a quelli che già avevano dentro e che già li stavano schiacciando.
Traversarono il loro villaggio e poi si accamparono a dormire in mezzo a un prato, sotto l'unico albero che c'era, che era la quercia più grande della regione. Lì passarono la notte, morti di freddo, di fame, di sete, di paura. Lì prima dell'alba li ritrovò il cane e a loro, il suo quieto russare, gli diminuì la paura perchè le sua doti di guerriero erano scadenti, ma per scappare era un valore, e perciò, se lui era ancora lì, vuol dire si poteva dormire tranquilli.
All'alba si rimisero in marcia. Lasciarono l'ombra della quercia e traversarono un pezzo di terra bruciata e poi un'altro villaggio, pieno di mosche e di morti ammazzati, e poi un altro po' di terra sassosa e poi un altro villaggio annientato, poi ancora un altra strada in mezzo ai capperi e ai fichi d'india e ancora i resti dell'ultimo dei villaggi cristiani, quello più lontano, quello vicino al mare.
E in questa loro marcia con gli occhi fissi e bassi, che tenevano aperti solo per non inciampare neanche videro che tra i morti ammazzati dell'ultimo villaggio, quello dove le onde battevano, ce ne stava pure qualcuno saraceno: sulla spiaggia assaliti e assalitori erano quasi pari per numero.
Nel caso se ne fossero accorti, si sarebbero stupiti, ché dei pescatori fossero riusciti a resistere in qualche maniera, e poi i nemici morti avevano gli inconfondibili segni dei colpi netti e definitivi dati da un guerriero: gli elmi e i crani erano spaccati come meloni e puliti come sassi nel mare, senza le ammaccature e la terra dei colpi di zappa e di roncola delle contese contadine. Neanche videro che mancavano le donne e i bambini. Neanche poterono capire che non erano del tutto abbandonati e soli. Qualcuno aveva combattuto per loro.
Il diavolo
Lui si chiamava Rhug-er Bhar-hid-Amin e veniva dalla Terra dei Leoni, vale a dire dall'Africa, dalle sorgenti del Nilo, da una terra che già alla fine del primo millennio era contesa tra Cristiani, Musulmani e Ebrei. Gli Ebrei erano i figli della Regina di Saba ed erano quelli venuti per primi, e che per ultimi avrebbero avuto il loro Messia, perché ancora lo stavano ad aspettare. Poi erano venuti i Cristiani che erano andati un po' più avanti, ma avevano scambiato il penultimo dei profeti per un parente dell' Altissimo, neanche che l'Altissimo figliasse come un cammelliere.
E finalmente la Verità, il Profeta, il Popolo dei Credenti.
Loro.
E quando si era sparsa la voce della Guerra Santa che tutti avrebbe ricondotto alla vera fede e al vero Profeta i guerrieri migliori avevano lasciato i villaggi in festa e le madri piangenti e se ne erano andati a raggiungere le armate, attraverso deserti interminabili e impenetrabili paludi che già li avevano decimati molto prima che il Mar Mediterraneo si arrivasse a vedere. E forse fu quello il motivo: erano arrivati a metà, quando gli altri stavano in guerra da anni.
Gli altri stavano in guerra da anni e stando in guerra già di morti ammazzati ne avevano visti a cataste: cataste di morti, cataste di mani tagliate, cataste di teste mozzate, infiniti eserciti di vermi nelle orbite vuote, infiniti eserciti di mosche sul sangue rappreso. La guerra era durata tanto che neanche più si ricordavano di quando i morti gli facevano schifo, quando la sofferenza altrui era un dolore e non un divertimento. Perché quel periodo c'era stato: in tutti gli eserciti, anche i più immondi, c'è uno spazio di pietà, all'inizio, prima che l'abitudine abbrutisca fino alle ultime molecole dello spirito e le atrocità diventino un passatempo.
Lui, Rhug-er Bhar-hid-Amin, non ce l'aveva ancora l'addestramento ai villaggi bruciati, le donne sventrate, i bambini usati per il tiro al bersaglio. E così alla sua prima battaglia, appena sbarcati dalla nave, in quel villaggio di pescatori dove le onde battevano, lui non eseguì gli ordini, anzi si oppose.
Cercò di fermarli.
Li fermò.
Con la scimitarra perché altri mezzi non ce n'erano. Ne abbatté fino a che poté, dando la possibilità alle donne e ai bambini di mettersi in salvo al di là delle volute di fumo che li nascosero e poi, quando tutti i vivi erano scappati, lasciò il campo, ancora sul cavallo e senza un graffio.
Era un grande guerriero.
Per questo lo chiamavano Rhug-er Bhar-hid-Amin il Diavolo.
Cavalcò per ore, cercando il gruppo delle donne e dei bambini per soccorrerlo, proteggerlo e passare il tempo a non pensare alle cose sue: quel suo essere diventato in quel suo primo giorno che avrebbe dovuto essere di onore e di gloria e invece si era trasformato nel giorno in cui aveva impugnato le armi contro il suo stesso popolo, la sua stessa fede.
Quel suo primo giorno di battaglia lo aveva sognato per mesi attraverso deserti sterminati, e paludi impenetrabili, sognato come una promessa di gloria e di onore.
In effetti un giorno di gloria era stato. La massima gloria possibile per l'appartenente a qualsiasi armata. Non aver obbedito, non avere creduto, non avere combattuto quando il prezzo sarebbe stato l'anima propria e i bambini altrui.
Durante quella sua prima notte da soldato sbandato e eroe solitario Rhug-er Bhar-hid-Amin il Diavolo non era conscio di tutto quell'onore, altro non era che un ragazzo disperato e solo, con l' impressione di non avere più niente al mondo se non una vita che non valeva un fico. Vagò solo nel buio di quella notte senza luna, notte che si prolungò, con la sua amarezza, per i giorni a venire. La sua corazza perse ogni splendore, la buttò alle ortiche, perché il suo peso era diventato insopportabile al suo corpo affamato e perché con il suo tintinnare gli rendeva ancora più dura la caccia ai sorci che, soli, lo separavano dalla morte per inedia. La spada gli si spezzò, mentre cercava di accoppare una lucertola che dormiva sopra un sasso, e che riuscì pure a scappare. Il suo cavallo si azzoppò e lui lo lasciò libero lungo la via, non avendo il coraggio di abbatterlo e mangiarselo, nonostante la fame che lo attanagliava. I cani lo cacciavano quando si avvicinava alle case per rubare qualche gallina o un po' di fagioli. Per i Cristiani era il Nemico, per i paesani suoi pure. Non aveva né accampamento né bandiera. Divenne Rhug-er Bhar-hid-Amin il Reietto, Vomito della Terra, Escremento dell' Universo.
Un giorno, mentre si trascinava sempre più stanco, stracciato e affamato, incontrò un lebbroso lungo la via. Anche il lebbroso scappò terrorizzato, davanti alla sua statura statuaria e alla sua pelle nera. Ma questo gli dette l'idea. Trasformò il mantello che aveva ancora in lunghe bende , in cui si avvolse lasciando solo una fessura meno spessa agli occhi. La campanella se la fabbricò ritorcendo su se stesso il simbolo del Leone di Giuda che portava al collo da quando era bambino. Imparò a camminare curvo. Si procurò un bastone. Con quello che gli restava della spada si intagliò una ciotola: era un lavoro che non sapeva fare e infatti si tagliò. Il sangue gli macchiò le bende, già sudice, in cui se ne stava avvolto e questo aumentò il terrore di quelli che incontrava. Gli tiravano i sassi, ma non chiamavano gli armigeri né aizzavano i cani. Qualcuno ogni tanto, quasi sempre di nascosto, veniva a buttargli del pane. Una giovane donna gli portò della focaccia con il cacio e con le ulive: gli posò tutto su una pietra e gli parlò in una lingua a lui ignota con le lagrime che le rigavano il suo bel viso. Un vecchio monaco gli portò per giorni un secchio di acqua pulita perché potesse bere senza chinarsi sul fango delle pozzanghere. Conobbe la carità: l'attimo in cui lo sguardo del soccorritore e del soccorso si incrociano e fu contento di essere un reietto perché, da figlio di un signore e giovane cavaliere, quella sguardo non avrebbe potuto conoscerlo mai.
Rese lode all'Altissimo per la sua misericordia.
La strega.
La strega era stata cacciata dal villaggio sul mare anni prima.
Erano anni miti. L'Inquisizione di Santa Madre Chiesa non era ancora comparsa per salvare il mondo e l'anima dei Cristiani, motivo per cui lei era ancora viva. Le avevano bruciato i libri e la casa, la avevano presa a sassate e le avevano tirato addosso lo sterco di capra che si tenevano per concimare. Lei se ne era andata che respirava ancora, con la ferrea convinzione che avrebbe potuto andare peggio e che era meglio usare il fiato per strisciare via senza perdersi in lamentazioni.
La strega sapeva leggere e scrivere, non si era mai sposata e distillava le erbe: la digitale purpurea per quelli che avevano il fiato corto e la belladonna per quelli che avevano il respiro stridulo, per il mal di pancia e contro i funghi velenosi. Assisteva ai parti e medicava le ferite. La sua scienza le veniva dal padre medico, che aveva studiato sugli antichi testi dei Latini, che erano pagani, e degli Ebrei, che erano nemici dei Gesù Cristo, e lei oltertutto era femmina, per natura più corruttibile, anzi già corrota ancora prima di venire al mondo. Nessuno riuscì poi a ricordarsi chi per primo aveva cominciato a parlare della sua stregonaggine. Quello che fu certo e che nessuno osò opporsi alla diceria, se non altro per non fare la figura del coglione, di quello che non aveva capito niente: una costante della storia è che le peggiori ingiustizie avvengano più per imbecillità che per cattiveria. Da quando la voce cominciò a girare al momento della sua cacciata passarono poche settimane. Lei si trascinò via e alle donne per un attimo si strinse il cuore pensando ai parti dove più nessuno avrebbe teso le mani per far uscire le testoline incastrate nei corpi delle madri, ai mal di pancia che sarebbero rimasti incurati. Ma gli uomini non si potevano essere sbagliati. Il prete mica poteva avere torto. Forse ora che la figlia del demonio se ne era andata, chissà, forse Domineddio sarebbe stato un poco più clemente, non gli avrebbe più fatto crepare i figli con i polmoni marciti o la dissenteria, avrebbe fatto che gli uomini pescassero di più picchiassero e non restassero annegati in mare.
A nessuno gli venne in mente, ma questo a onore loro non sarebbe venuto in mente neanche ai più colti inquisitori dei secoli a venire, che se il demonio le avesse mai dato, a lei, la strega, un qualche straccio di potere, lei lo avrebbe usato per fulminarli mentre la prendevano a sassate; o se le folgori erano troppo, almeno per fargli venire il fuoco di sant'Antonio o il vermocane.
La strega se ne era andata. Aveva trovato rifugio in una grotta tra i castagni, dove si sistemò abbastanza comoda, perchè ci aveva portato qualche giorno prima, nell'ovvia previsione di tempi bui, due pentole, un coltello, un po' di paglia per dormire, una lampada, un orcio di olio, uno di vino, uno di miele e i libri. Quelli migliori. Il resto era andato bruciato. Pazienza. Era ancora in vita. Come diceva Marco Aurelio a ogni mattina che mettiamo i piedi sul pianeta tirandoci giù dal nostro giaciglio bisogna mettere in conto che i malvagi ci perseguiteranno e che i coglioni ci intralceranno la via. E ogni giorno che possiamo tirare il fiato e andarcene in giro per i nostri affari non ci dobbiamo lamentare, chè al mondo ci stanno quelli peggio.
La strega si sistemò come potè. Tra castagne, funghi, mirtilli e more e qualche leprotto un po' più tonto della media, che restava nelle sue complicatissime trappole da ingegniere militare, per mangiare si mangiava.
Ora che nessuno la distraeva più con i parti delle femmine e i vermi degli intestini cominciò a battere i boschi per fare uno studio, trascritto su un rotolo di pergamena vergine che aveva ereditato da suo padre, sui funghi tossici e a quelli che si possono mangiare. L'opera si dipanò con difficoltà, lentamente, accompagnata da disegni e inframmezzata dalle macchie che faceva con le lacrime, quando pensava ai bambini che sarebbero nati senza di lei che usava l’ acqua e l’olio per farli uscire meglio, e a tutti i vermi che senza di lei sarebbero rimasti negli intestini. Poi le macchie divennero meno. Dal villaggio qualche donna, molto prima delle luci dell'alba quando ancora tutti dormivano, si avvicinava per chiedere qualche rimedio, un po' di consolazione. Portavano piccoli doni. Olio per la lampada. Qualche suppellettile di casa sua che avevano salvato. Mezzo pesce. Mezzo pollastro. Mezzo sacco di farina. Poi arrivarono anche gli uomini. In ore più buie e con doni di maggior valore. Un pesce intero. Un pollo intero. Un intero sacco di farina. Per qualche infuso o magari un po' di magia, visto che lei era strega, che tenesse lontana la malasorte o, perlomeno, la attenuasse un po'.
Così va il mondo.
L'opera sui funghi si arrestò e anche le lacrime non sgorgarono più, fino a quella notte, quando dalla sua grotta di videro fuochi che erano troppi alti per essere stoppie che bruciavano e si udirono urla che erano troppo atroci per essere litigi tra contadini.
Lei se ne restò lì, accocolata, al sicuro, nel buio, con lo stomaco che era un grumo di orrore e le lacrime che le scendevano per quella gente, che la aveva cacciata, ma restava la sua gente; e lei non poteva far niente se non restare accocolata a piangere nella notte illuminata dal fuoco.
Poi, all'alba, un gruppo di donne e bambini arrivò. Lei si sentì allargare il cuore per la felicità come mai le era successo in virta sua, ma rimase con la faccia seria e tranquilla come d'abitudine. Distribuì qualche straccio per riparare i bambini dal freddo del mattino e un po' di castagne secche che rosicchiarono sedute per terra e che erano tutto quello che c'era.
Era talmente felice che non erano morti tutti, che nemmeno si incazzò per la stronzaggine dei discorsi, che ancora continuavano a trattarla da strega, mentre le raccontavano come erano andate le cose. Uno dei guerrieri saraceni si era rivoltato contro gli stessi suoi fratelli e le aveva salvate. A loro e ai loro figli. Doveva essere l'Altissimo che gli aveva toccato il cuore. Si, avevano fatto bene a cacciarla lei che era fattucchiera e aveva letto i libri dei pagani e dei giudei. Dio era stato buono con loro.
Lei che era strega, perchè non gli faceva una fattura ai saraceni? Così Domineddio si sentiva vendicato e non la faceva bruciare all'inferno da defunta. Coi morti ci sapeva parlare? E la lingua degli animali la capiva? Lei se ne stetta zitta, senza nè affermare nè negare il suo essere strega, medicò le ferite, preparò i decotti per la diarrea e si mise a preparare le trappole per acchiappare qualsiasi cosa si potesse mangiare.
Il cavaliere
Le trappole acchiapparono due lepri e per cucinarle si dovette accendere un fuoco. Fu una fortuna perchè Saraceni nei paraggi non ce ne stavano più, ma Bradamante e i bambini poterono trovare la strada. Erano tre bocche in più da sfamare, ma erano pur sempre tre Cristiani ancora vivi e tutti furono contenti, mollarono anche quanche castagna secca e tre briciole di lepre, perchè anche i nuovi venuti potessero non crepare di fame.
Baldassarre e Cesariello si misero a piangere, visto che finalmente qualcuno si era trovato per asciugare le loro lacrime: il mangiare era contato, la consolazione, almeno quella, no.
Bradamante non pianse. Le sue lacrime le aveva finite sotto la luna e indietro non si torna. Tirò fuori da sotto il mantello una spada e chiese alla strega di renderla invincibile. Bradamante era femmina e non avrebbe avuto diritto a un'arma, ma suo padre figli maschi non ne aveva avuti e allora aveva insegnato a lei e lei si era poi esercitata da sola contro i polli e i piccioni del cortile.
Nell'assemblea era calato il silenzio: anche i bambini avevano smesso di frignare. Persino gli uccelli si erano azzittiti.
Era il silenzio totale del cambiamento di stato.
Era che per la prima volta si affacciava l'idea che il destino non erano soltanto gli altri a deciderlo: i re, i guerrieri, i vescovi, la cavalleria cristiana o quella dei nemici, come una manata sui moscerini.
Era che per la prima volta si affacciava l'idea che loro, le femmine e gli infanti, forse non stava scritto che il destino non se lo facevano mai. Forse non stava scritto che il destino loro altro non fosse che il capriccio di un guerriero, la strada scelta dal suo cavallo in corsa.
Forse non stava scritto che loro e i loro figli altra parte mai avessere nella storia se non quella del moscerino.
Poi il silenzio lentamente si sciolse, divenne meno granitico, meno statuario. Si ricominciò a sentire il canto degli uccelli, qualche bambino ricominciò a frignare.
Ma erano suoni diversi.
Anche il canto degli uccelli, anche il pianto dei bambini.
Non c'erano più moscerini.
La strega alla stregoneria non ci credeva, quello che sapeva fare era il decotto di malva contro i vermi e quello di belladonna per in fiato stridulo e lì la sua scienza si arrestava. Restò impietrita davanti alla richiesta, mentre il silenzio calava, i neonati si zittivano, persino le mosche smettevano di volare.
Lei la strega restò lì in mezzo all' assemblea di donne e bambini che da sempre la cacciavano e che ora, tutti, avevano gli occhi a lei: lei unica fonte di speranza e fiducia. Tutti gli sguardi erano su di lei.
Nessuno la avrebbe più chiamata figlia di Satana, nessuno le avrebbe più inviato maledizioni. Il gelo della solitudine sarebbe stato del passato come le sassate dei ragazzini. La strega voleva dirlo, cercò di dirlo che lei non era capace, che non si poteva, che queste cose esistono solo nella fantasia degli uomini, perchè e troppo atroce accettare tutta la sofferenza non è per l'odio del demonio, ma solo per il caso. Ma non ce le aveva avute mai in vita sua tutte quelle facce che la guardavano, mai neanche nei suoi sogni più pazzi aveva osato sognarla tutta quella fede. Disse di sì, si poteva.
Tra la pentola dove bollivano le castagne secche e la corda su cui asciugavano i camicini dei i più piccoli dei bambini tenne la lama della spada sopra del fuoco e poi invocò i suoi spiriti, e siccome i sortilegi delle streghe vere non li conosceva si affidò agli elementi delle filosofia greca e a un po' di senso comune.
Acqua del mare, acqua in pioggia caduta, resti per sempre spada imbattuta.
Fuoco che brucia, fuoco che cuoce, tremi il nemico per la tua voce.
tremi il nemico per la tua vista. Brezza dell'alba, cupa tempesta.
Terra che nutre, frana che uccide, a chi non teme fortuna gli arride.
Sempre fortuna arride e viene, a chi pruriti di amore non tiene.
Ma sofferenza, sconfitta e mestizia a chi dimentica la giustizia.
A lungo la strega invocò tutti gli spiriti della terra, del fuoco, dell'acqua e dell'aria, perché la giovane guerriera fosse armata contro il nemico: ma l'invincibilità avrebbe protetto la sua spada solo nelle cause giuste e solo finché né la paura né l'amore le avessero toccato il cuore. Tanto nessun Cristiano può non fottersi di paura davanti ai Saraceni e nessuna donna giovane può stare più di tre giorni senza sdilinguirsi distro qualcuno. Che male c’era: Bradamante si sarebbe fottuta di paura, si sarebbe innamorata. Neanche dopo quella pagliacciata Bradamante non ci sarebbe andata a cacciarsi nelle battaglie armata del suo spiedo rugginoso.
Ma dopo la strega, una dopo l'altra, tutte le donne si alzarono e ognuna ricordò il nome degli uomini e dei figli che avevano perduto; ognuna, una dopo l'altra, ricordò la casa che le era appartenuta, la vita come era stata, anche il nome delle bestie che i nemici avevano ammazzato per mangiarsele o per pura idiozia, ché per i poveri le bestie sono un pò come persone di casa, estremo baluardo perché la fame la miseria e la solitudine non diventino totali. E dopo le donne parlarono i bambini, quelli che sapevano parlare. Uno dopo l'altro ricordarono i padri, i nonni i fratelli, i cuccioli con cui avevano giocato e i giocattoli che avevano avuto, perché tutti i bambini, anche i più miserabili, hanno un giocattolo, un pezzo di legno o una pietra a cui hanno dato un nome.
E così il cerchio del dolore attorno al fuoco si chiuse e la spada di Bradamante divenne invincibile.
Poi le donne le recisero i capelli e trasformarono la sua sottana in un paio di brache, perché almeno i suoi nemici si riducessero agli Infedeli, non a tutti gli uomini che avrebbe incontrato sulla via.
Bradamante partì a piedi, visto che cavalli non ne teneva, insieme a Cesariello e Baldassarre che si consideravano suoi scudieri e che più niente e nessuno avrebbero staccato da lei. Partirono in tre seguiti da Spartaco, il cane, per ristabilire la giustizia che il mondo aveva perduto.
Il mondo era grande, la strada era lunga. Il cane era rognoso, festoso e abbaiante ed era tutto quello che avevano contro lo sconforto e la solitudine. Bradamante aveva la sua spada. I primi Saraceni che le sbarrarono la via furono piccole bande di disertori, che avevano abbandonato il proprio esercito vincitore non per bontà di cuore verso le vittime dell'invasione, ma per le gravissime sanzioni a chi non rispettava l'interdizione al vino. Loro erano pochi, sporchi, stracciati, con le scimitarre scheggiate, con le facce da avvinazzati, forti più della paura altrui che della valentia propria, sempre meno acclini al cimento a ogni giorno di vino che passava; neanche si reggevano più sulle gambe. Lei era il guerriero, il vendicatore. Neanche per un secondo la paura le toccò il cuore. La leggerezza della sua spada ne aumentava la velocità e la precisione. I duelli con i polli e i piccioni avevano reso i suoi passi rapidissimi, i suoi scarti duravano infinitesime frazioni di quelli degli avversari. Li mise tutti in fuga, e non dovette ucciderne neanche uno, perché tutti si squagliavano appena i duelli si mettevano male, cioè subito, disorientati dalla velocità che solo chi ha imparato a combattere nei pollai può avere, annientati dalla dichiarazione, che lei lealmente faceva, sull'invincibilità sua e dell’arma che portava.
Dopo la prima vittoria che liberò un minuscolo borgo di boscaioli da una malearmata marmaglia di cialtroni e taglieggiatori, fu applaudita da una folla festante che rapidamente si ammutolì mentre le sue brache sbilenche e asimmetriche si macchiavano di sangue perché smise di essere una bambina ed entrò così nella sua vita di donna. E ancora dovettero spiegarle che era ché lei manco lo sapeva. Così che lei fosse femmina si notò e si riseppe poi in giro, nonostante i suoi capelli arruffati e la sottana trasformata in brache, ma lei restò il guerriero, il vendicatore, il migliore, anzi l'unico cavaliere che mai fosse andato a soccorrerli, stracciato, appiedato, femmina, in compagnia di un cane rognoso e di due ragazzini che erano un castigo di Dio, con una spada invincibile e un coraggio da leone, cavaliere senza paura e senza macchia, a eccezione di quelle delle brache. Anzi fu proprio la sua pochezza ad aumentarne il valore: se ci riusciva lei, battersi era possibile, vincere si poteva. Bradamante, Cesariello e Baldassarre liberarono villaggi e fattorie dalla soldataglia, trasformarono bande di ragazzini in truppe di assalto, armarono le donne con i coltelli da cucina, i contadini con le falci e i bastoni, insegnarono sistemi di segnalazione basati suo fuochi, che già facevano Greci e Romani e che loro avevano imparato dallo stalliere del castello, che era stato un po’ monaco e che sapeva un po’ di latino. Inventarono e insegnarono una nuova guerra, fatta dalle donne, dai bambini, dagli straccioni e i poveri, una guerra povera, micidiale, fatta senza armi, fatta di furti e fughe, una guerra impensabile per gli eserciti e i cavalieri, una guerra dove la sopravvivenza valeva più dell'onore e un mezzo pollastro più di una bandiera, perché l'occupazione gli scivolasse sopra, a loro, donne, bambini, straccioni e poveri, come un'ondata sopra un sasso della riva. Baldassarre aveva sempre più vermi e Cesariello aveva i piedi sempre più piatti, ma erano considerati due eroi e loro raccontarono le panzane più folli, che nessuno osò mai mettere in dubbio, sulla regalità delle loro origine, il numero di servi e cavalli che aveva tenuto e quanti Saraceni avevano ammazzato.
Sentirono dire che a Palermo si stava organizzando il contrattacco, e decisero, tutti e tre, di arruolarsi anche loro nel vero esercito della Cristianità. Il mondo sempre era grande, la strada era ancora più lunga, e oltre al cane c'erano anche la loro forza e le loro vittorie a riconfortargli il cuore, ma quando la sera calava se ne restavano stretti e abbracciati, risentendo gli scoppi e le urla della notte della fine del mondo e le lacrime cadevano nel buio e nel silenzio per le voci che mai più si sarebbero alzate dalle rovine fumanti per dirgli che la minestra era in tavola e che dovevano essere dei bravi bambini. Che Bradamante era femmina si era risaputo e fu questo a spianarle la strada, perché tutti i campioni musulmani si guardarono bene dall'affrontare una contesa che sia in caso di vittoria che di sconfitta li avrebbe coperti di disonore.
Palermo era lontana. Impiegarono dieci mesi a arrivare. Bradamante diventava sempre più alta. Gli stracci che portava si accorciarono sul suo corpo che cresceva e che si allungava; le spalle, squadrate dall'uso della spada si alzarono e si allargarono. I calzari le divennero piccoli e si sfondarono. Combatteva scalza, come i paesani che addestrava alla guerra, la sua zazzera incolta si allungò sulla sua faccia sudicia e scurita dal sole, cui davano la luce i suoi occhi che non si abbassavano mai.
Palermo era grande, splendida, piena di palazzi immani, con antiche colonne, archi, volte e architravi che si intersecavano, dividendo il cielo in strane geometrie. Molti degli archi erano spezzati, le volte erano mezze crollate. Gli antichi palazzi ospitavano i lazzaretti. La città se ne stava crollando, quello che ancora non se ne era crollato tre secoli prima, quando già Vandali e Visigoti c'erano passati e di loro ancora ci si ricordava. Bradamante e suoi scudieri ci arrivarono da ovest. La parte orientale della città era già in mano ai Mori. Nella parte di centro si combatteva. Per strada i feriti con i loro lamenti e le bende sudice sulle piaghe mal curate si alternavano alle bancarelle dei frutti di marzapane. C'era un tanfo insopportabile; enormi gelsomini che grondavano dai muri diroccati mischiavano il profumo dei loro fiori all'odore della putrefazione. Nelle strade di fango bambini abbandonati si rotolavano con i gatti randagi. Bradamante seguita dai due bambini e dal cane, si trascinava per la città cercando qualcuno che le indicasse dove erano i capi militari. Prostitute di tutte le taglie le vennero a offrire loro servigi, non avendo capito che lei era femmina; un paio di ruffiani si proposero, qualunque fosse il sesso cui apparteneva, di arruolarla nelle loro scuderie. Un lebbroso enorme, completamente fasciato in bende sudice e multicolori con una strana campanella su cui c'erano indecifrabili inscrizioni la terrorizzò con l'orrore della sua condizione. Lei gli regalò pane e cipolla, che era tutto quello che aveva, e poi gli fuggì lontano. I due bambini vagavano persi nei colori e gli odori senza neanche capire bene dove si trovavano. Bradamante li lasciò vicino a un pozzo insieme al cane e si avviò da sola. Per non presentarsi scalza al cospetto delle armate cristiani rubò dei calzari viola con le borchie di cuoio, che erano troppo piccoli e le fecero venire le vesciche ai piedi.
Cercò il palazzo del governatore. Lì la stavano aspettando. In effetti la fama della sua spada e del suo coraggio erano arrivate, ma si era preferito che lì si fermassero, perché l'armata cristiana teneva già abbastanza guai senza ancora dovere aggiungere che si era ridotta a farsi difendere da chi avrebbe dovuto solo pregare e lavorare ad ago.
Lei fu ricevuta dal Grande Inquisitore che aveva l'ingrato compito di convincere all'abiuria un vincitore, spiegandogli che le leggi di Dio sono inviolabili e che la pietà è una trappola del Demonio perche le leggi di Dio siano violate. La legge di Dio è che le femmine stiano a casa a partorire e soffrire e che solo vescovi e cavalieri, unti del Signore, possano impugnare la spada. La legge di Dio non è che i villici si difendano da soli. La legge di Dio non è una guerra dove campare vale più dell' onore e un mezzo pollastro più di stendardi e bandiere. Sangue dolore e lacrime non sono una scusante perché le leggi siano violate. L' Inquisitore dovette spiegare quanto una sconfitta fosse più onorevole di una vittoria conquistada da una figlia del demonio armata di una spada resa invincibile da un sortilegio. Il palazzo del Governatore era grande. Nei cortili centrali si combatteva. Una parte del palazzo era già in mano ai Mori e ai rumori della battaglia i aggiungevano quelli dei muratori che stavano erigendo una moschea sopra le antiche cappelle che si sgretolavano sotto i loro mazzuoli. Il minareto era già sovrastato da una cupola di turchesi e ori su cui le tortore avevano nidificato, e questa era una fortuna perchè di tanto in tanto qualcuna sconfinava in campo cristiano e se la mira era buona si poteva mangiare.
Il Grande Inquisitore attendeva nella sua grande sala dove niente c'era se non le pareti scrostate, un tavolo e un enorme crocifisso che grondava sangue dalle sue piaghe, perchè neanche del figlio suo l'Altissimo aveva avuto pietà. La pietà è la tentazione, la più grande, la più alta, la più dura da rigettare. Tutto il resto può essere sacrificato senza strazio e senza dolore. Il Grande Inquisitore sognava talvolta il latte e il miele che non aveva avuto, il sonno che aveva perduto, la donna che aveva rinunciato ad amare, i figli di cui non era stato padre: i sogni gli lasciano una nostalgia triste, un rimpianto dolce come le foglie di autunno che il vento porta via, come la nebbia mattutina che il sole asciuga.
La pietà soffocata perseguita e inacidisce l' anima, strazia la memoria: le urla, il sangue, il dolore. Quietamente l' Inquisitore aspettava la propria morte, che lo venisse a liberare dei suoi ricordi e dell'obbligazione di dover fare la giustizia di Dio: la sua morte gli avrebbe restituito la pietà.
Bradamante era stanca, sperduta e le facevano male i piedi.
Fu con sterminata tristezza che lui le parlò del dolore, della dolcissima trappola della pietà. Lui le parlò di Dio, che sempre riaccoglie il suo popolo dopo qualsiasi prova, purché il suo popolo non abbia trasgredito le leggi e la consegna. Ora c'erano i Musulmani. Vandali e Visigoti c'erano già stati. E poi erano passati. Un po' convertiti, un po' scacciati. Anche i Musulmani sarebbero passati. L'Inquisitore parlava. Bradamante ascoltava l' Inquisitore che parlava. Bradamante capì. Sentiva la voce disperata, si perse dentro gli occhi dell'Inquisitore come dentro a un lago dove non c'era nè fondo nè confini. La tristezza le colò dentro, stinse la sua anima di guerriero, Tutto le sembrò follia. La logica atroce di quel vecchio disperato le scolò dentro e la annientò.
La sicurezza la abbandonò. Il dubbio la travolse. Non era il suo valore che Dio voleva, ma la sua obbedienza e il suo dolore. Aveva violato la legge.
La disperazione pervase il suo essere. Tutto il suo essere. Tutto meno i piedi.
Lì c'erano le vesciche, per i calzari viola che erano piccoli sui suoi piedi abituati a stare nudi.
La sua anima di guerriero vacillò e si accartocciò, ma non si spense. L'Inquisitore non si accorse di avere fallito. Le chiese di consegnare la spada, la sua spada invincibile. Lei aveva gli occhi dell'inquisitore nei suoi, tutta il dolore di lui per la legge di Dio violata, ma le facevano male le vesciche, si distrasse a cercare di spostare il peso sui calcagni per sollevare gli alluci dalla tortura, ma questo rischiava di peggiorare i malleoli. Si distrasse e non fece in tempo a consegna la spada. Il guaito di Spartaco la risvegliò. Era nei cortili del palazzo insieme ai due ragazzetti. Arrestati tutti e tre per associazione in stregoneria. Se ne stavano i due bambini e il cane in mezzo a quattro Paladini che invece di usare il loro valore per proteggere i villici dai Saraceni preferivano dare la caccia ai violatori delle leggi di Dio, meglio se bambini e cani. Bradamante si svegliò del tutto, la sua anima di guerriero risorse, come una fiammella sotto il vento, e incendiò tutto quello che c'era da incendiare; la sua mano si strinse sulla sua elsa invincibile e attaccò tutto quello che c'era sulla sua strada. Saltò dalla finestra giù nel cortile, dove tutti si squagliarono come poterono: la strega non era stata disarmata dalla sua malefica spada e qualunque tenzone era impensabile. L'unico che fece un tentativo fu l' Inquisitore, che si fiondò giù per le scale, ma inciampò nei calzari viola, che Bradamante si era tolta e aveva lanciato il più lontano possibile dai suoi piedi piagati. Il Grande Inquisitore inciampò rovinosamente e cadde, rotolò e rotolò, la sua vecchia testa si ruppe e gli atroci ricordi che conteneva si dispersero lontano da lui insieme alla folle boria che lo aveva perduto, di essere il tenutario della giustizia di Dio.
Il vecchio uomo morì sereno ritrovando l'innocenza e la pietà.
Bradamante i bambini e il cane correvano per le strade della città. I bambini non avevano capito un fico di quello che era successo e mentre le frecce sibilavano, le bancarelle di marzaopane si rovesciavano sugli agonizzanti e il cane abbaiava, Bradamante dovette spiegare che, per farsi difendere da loro, la Cristianità preferiva schiattare.
Si ritrovarono stretti tra gli armigeri cristiani che avevano alle spalle e gli assedianti musulmani che avevano davanti. Il lebroso enorme che li aveva terrorizzati intervenne in loro favore rovesciando un carro contro gli inseguitori. La sua mole su un fronte e la spada di Bradamante sull'altro dissuasero tutti i possibili assalitori. Il lebroso disarmò un arciere, si impossessò di una spada e nella confusione si issò con loro sopra un muro. Poi li guidò di tetto in tetto, sopra le cupole dei minareti che già si stavano costruendo, attraverso gli archi e le volte che se ne stavano crollando, fuori, al sicuro, lontano, in mezzo alla campagna, dove gli uccelli cantavano e non c'erano inquisitori.
Rhug-er Bhar-hid-Amin detto il Diavolo e anche, successivamente il Reietto, Vomito della Terra e Escremento dell'Universo faceva di nuovo parte di un'armata, sia pure infinitesimale: due bambini e un ragazzetto incazzoso e ingrugnito, che però aveva un coraggio da leone. Si tolse le sue bende la lebroso e gli altri non solo non spaventarono, ma anzi, ancora i due bambini lo abbracciarono. E quello verso cui si avviarono era proprio il villaggio sul mare dove tutto era cominciato. Erano loro. Li aveva ritrovati. Ai due bambini insegnò a fischiare e tirare con l'arco, mentre il ragazzetto ingrugnito forse era malato, se ne stava sempre cupo e fiero per i fatti suoi, qualche volta aveva gli occhi persi nel nulla, qualchevolta li aveva pieni di pianto, e neanche faceva con loro a chi pisciava più lontano.
Bradamante stava male.
La Cristianità non la voleva tra i suoi difensori. Meglio schiattare che non la sua guerra di pezzenti e morti di fame, meglio la morte al disonore. Pensava alla sua notte sotto la luna, mai più mai più mai più, pensava ai cavalli che aveva rubato ai Mori e a quanti bambini ci avevano mangiato. Pensava a quanto erano stati ridicoli i paladini mentre rovinava al suolo con tutta la loro ferraglia sotto il carro rovesciato dal Moro e a quanto aveva sognato di avere un'armatura anche lei. Pensava anche che il saraceno enorme che li aveva salvati era un reietto per tutti i suoi, come lei lo era per la cristianità e che le regole della guerra erano da riscrivere. Lo guardava tendere il suo arco, senza sbagliare mai, agli uccelli dell'aria, ai pesci dei torrenti e ai conigli delle pianure. Avevano finito con il pane e cipolla; i bambini rifiorivano, anzi fiorivano per la prima volta, perché anche quando il castello era in piedi erano malaticci e smunti. Bradamante sentiva il Saraceno che fischiava e insegnava ai suoi scudieri a tirare con l'arco e cercava di decifrare la propria faccia bruciata dal sole riflessa nell'acqua delle pozzanghere, pensava al fango e alle croste che aveva sui piedi e ai mesi di sudore che aveva sotto le ascelle; il suo respiro si fermava davanti ai muscoli che si inseguivano sotto la pelle del Moro, lo stomaco le si chiudeva, gli occhi le si riempivano di un pianto insulso che non riusciva più a fermare.
La Morte.
Da quando il Saraceno si era tolto i suoi stracci sudici e vagava, coperto solo dalle sua brache e dall'arco rubato, per le campagne in fiore Bradamante era diventata insopportabile. Cesariello e Baldassarre non ne potevano più del suo umore livido e dei suoi pianti improvvisi.
Le avevano giurato fedeltà eterna, ma tutto ha dei limiti e poi la loro era da intendersi come fedeltà in battaglia. Quando lei gli chiese ingrugnita e scura di fare la guardia ai suoi stracci mentre lei si lavava in un canneto dissero di sì e poi se ne andarono per i fatti loro, nella vaga speranza di trovare un coniglio e dare prova di capacità di arciere. Bradamante restò sola, nell'acqua del canneto, che le portò via le croste dai piedi e il sudore dalle ascelle, e poi, lentamente, mentre le passavano sulla testa le rondini che venivano a abbeverarsi in volo, lei chiuse gli a occhi e si lasciò galleggiare sulla corrente lieve che si muoveva tra le canne, e si scolsero nell'acqua anche lo scoramento, la tristezza, la delusione di non essere un paladino, la paura di non essere abbastanza bella e a lui di non potergli piacere mai. Lei se ne restò lì, con gli occhi chiusi, il fresco dell'acqua che la circondava, la pace che riempiva il suo corpo forte di donna giovane, fino a che si accorse che lui la aveva trovata. Solo allora riaprì gli occhi.
Si unirono quella notte e tutte le volta che poterono, cercando di sottrarsi agli sguardi e ai sarcasmi dei due lazzarelli, che erano furiosi e lividi di gelosia, in quel viaggio che era sempre più lungo e greve, con la pioggia che di nuovo non cadeva, tutti i contendenti da evitare, non solo le armate ufficiali, ma anche gli sbandati, i disertori, i paesani armati di falcetto, le donne armate di coltelli di cucina, i bambini armati di sassi, e tutte le bande irregolari di quella guerra miserabile e senza onore dove si attaccava quando si poteva e come si poteva e contro la quale non c'era difesa. Una banda di bambini incrociò il guerriero su una scogliera, mentre sia lui che loro cercavano uova di gabbiano. Dall'alto delle falese, nascosti tre le ginestre, saldarono con le fionde il conto dell'invasione. Lui era armato di arco, ma vide che erano bambini e non tirò. Uno dei colpi andati a segno lo fece precipitare in basso sulla scogliera dove il suo sangue si mischiò col mare. Lo raccolsero Bradamanre, Baldassarre, Cesariello, gli uomini, le donne dei paraggi, i bambini che avevano tirato che si scusarono: loro non sapevano, non potevano sapere, anche se fino lì era arrivata la leggenda di un gigante moro che combatteva perchè la gente campasse e non per la patria o per l'onore. Gli dispiaceva a tutti e tutti, loro, mezzo morti di fame, di stenti e di fatica, raccolsero giunchi per fabbricare una specie di giaciglio e portarlo a spalla, un po' per uno, fino a dove lo si potesse curare.
L'unica che poteva curarlo era la strega. Impiegarono giorni a arrivare e ogni giorno il guerriero si allontanava di più dalla vita, ogni giorno di più il suo sguardo si appannava, la sua pelle si ingrigiva.
Dove prima c'era stata solo una tana ora c'era un vero e proprio accampamento di donne e bambini, dove le pentole delle castagne secche bollivano e i camicini asciugavano in lunghe file ordinate. Gli uomini depositarono il ferito davanti alla strega e dopo qualche ora, visto che nessun miracolo succedeva, se ne andarono, tristi e scoraggiati.
La strega se ne restava immobile a guardare quell'ammasso di ossa rotte e piaghe che scivolava sempre più lontano in un buio opaco da dove nessuno lo poteva più richiamare.
Venne la Morte a prenderlo, proprio lei in persona, con il mantello che svolazzava e la falce sudicia di sangue raggrumato, il che succedeva di rado anche in quei tempi bui, ma la sua fama di cavaliere e di rinnegato era stata talmente grande che la Morte in persona venne a portarlo via.
Venne e la sua ombra scura si abbattè sul guerriero, che restò esanime e immobile sul suo giaciglio, e anche gli uccelli sugli alberi si azzittirono e tutti indietreggiarono per l'orrore. Tutti meno lei. Lei che non aveva paura mai. Di niente e di nessuno. Lei che non si arrendeva mai. Lei impugnò la sua spada e attaccò. Ma la sua spada non era più invincibile. Con un solo colpo la signora con la falce la disarmò. Bradamante cadde per terra e la lunga ombra nera si allungò su di lei. Tutti erano fermi. Tutto era silenzio.
E qui Spartaco, il cane, si incazzò come una iena. Si incazzò perché Bradamante era l’unica cosa buona che aveva avuto e ora gliela portavano via. Si incazzò per la paura, per il continuo farsela addosso, per quel suo continuo dover scappare, davanti a tutto e a tutti. Spartaco attaccò. Per la prima volta da quando era al mondo mostrò i denti, ringhiò e attaccò. O forse non fu l' incazzatura, forse fu la fame, per quelle lunghe ossa mal spolpate, su cui svolazzava il mantello nero. Forse le due cose. Spartaco attaccò, e per un attimo affondò anche i suoi denti giallastri e cariati nello stinco dello scheletro, perché la sorpresa fu tale che la Morte ebbe bisogno di un attimo per riprendersi: poi la falce calò. Ma quell'attimo la perse. Servì agli altri per ricominciare a pensare. Non era vera che erano gente senza scelta e che tali sarebbero rimasti fino a che erano in vita, fino alla fine dei giorni loro.
Un' ultima scelta c'è sempre: se non dove e quando, almeno come e perché morire.
Loro non erano moscerini.
Dopo Spartaco vennero i bambini, primi Cesariello e Baldassarre, che ormai si erano addestrati a fare i guerrieri, e poi gli altri, tutti, tutti quelli che sapevano parlare. Si armarono di sassi e bastoni e del nome dei fratelli che avevano perso, dei padri che avevano visto riversi nel sangue, dei cuccioli che erano stati sterminati insieme ai Cristiani, dei giocattoli che non avrebbero più avuto. E dopo i bambini vennero le donne, tutte, con il ricordo di quello che era stato e che mai più avrebbe potuto essere, e sapendo che se qualcosa ancora avrebbe potuto esserci, per loro e per i loro figli, era perché uno dei guerrieri nemici si era fatto corrompere dalla pietà. Il cerchio del dolore si chiuse di nuovo.
La Morte sentì il gelo sulle sue vertebre scarne, sotto le sue orbite vuote, sotto la volta del suo cranio rimbombò il suono dei sassi e dei bastoni, e per la prima volta conobbe il dubbio e la paura. Indietreggiò. Vacillò. E indietreggiò ancora. Il cerchio degli attaccanti si strinse. L' ombra nera si dissolse fra le ombre del sole che tramontava. La Morte scomparve nel buio sotto agli alberi, dove lo scuro del sottobosco si univa a quello della sera che cominciava.
Bradamante si rialzò. Il cane era ai suoi piedi aperto in due.
La strega fu la prima a cominciare a darsi da fare. Bisognava curare il Saraceno: mandò i bambini a cercare finocchio e malva da far bollire l'acqua per lavargli le ferite. Avevano un po' di miele che avrebbe dato la forza al ferito per riprendersi e aiutato le piaghe a chiudersi. E poi cercarono della legna liscia e diritta per fare le fasciature alle ossa rotte. Bradamante si chinò sul ferito e gli lavò la faccia con un pò di acqua pulita trovato nell'incavo di una roccia. Ognuno dette un pezzo dei pochi stracci che li coprivano per fare delle bende. Forse le ossa rotte non sarebbero tornate diritte come prima, ma un uomo è un uomo anche se zoppica un poco.
Seppelirono anche il cane, che era stato un buon cane.
E poi si prepararono i giacigli e si accesero nuovi fuochi perchè la notte potesse passare. Verso l'alba il ferito si era ripreso abbastanza da riuscire a mangiare da solo.
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