Capua 1860.

Si chiamava Giacomo ed era figlio di un nobile.

Era la sua una schifezza di nobiltà.

C'era stata la Repubblica Partenopea e il Cardinale Ruffo, per salvare il regno, aveva promesso un pezzetto di terra, e chissà, magari anche la nobiltà, a chi si dava da fare a sotterrare i rivoluzionari, ma bisognava darsi da fare sul serio, non solo aspettare gli inglesi e dire due preghiere.

Si chiamava Giacomo ed era figlio di un nobile.

Suo nonno Pasquale se ne era partito alla testa dei tagliagola dei Mazzoni per salvare il Padreterno e il Re e dei cadaveri dei Giacobini si era perduto il conto.

Il Cardinale Ruffo, che era un porco, ma non era stupido, l'eroe dei Sanfedisti lo fece fare Cavaliere, ché qualcosa agli affossatori della Repubblica bisognava dargli.

Il Re , che era stupido, ma non era un porco, davanti a quella catasta di morti ammazzati non restò contento. Cavaliere va bene, ma a corte mai. Lui, figli e nipoti: Cavalieri passi, ma a corte mai.



Era il 1799 e pioveva. Era finita la Repubblica Partenopea: la libertà, la fraternità la giustizia. Niente più re; niente più nobiltà; la terra ai cafoni, scuole e educazione, i Giudei uguali agli altri. Tutto finito: Troppe novità, troppe stranezze: per Napoli non era cosa: i suoi Lazzari erano troppo stracciati, troppo stanchi, troppo occupati a elemosinare e scansare pedate. Combatterono, versarono sangue e morirono pure, ma per gli affamatori. Il Glorioso Popolo Partenopeo fece del suo petto scudo alla fede e la Repubblica finì. Quelli che ci avevano creduto alla libertà e al progresso li appesero alle forche di piazza del mercato un giorno d'ottobre che pioveva.

Amen.

E Napoli perse la via: Per sempre perse la via, ché la provvidenza di rado dà una seconda occasione, e la storia mai. E sempre là sta, la città del sole e dei mandolini, sporca, povera, stracciata, a elemosinare, strisciare, scansare pedate, raccolta attorno a un mare sporcato, un vulcano sfiatato, un santo giallastro e scimunito che fa il prestigiatore con il sangue raggrumato:

E il miracolo della dignità è andato perduto.



Si chiamava Giacomo ed era figlio di un nobile.

Nella Terra di Lavoro era nato il Cavalierato di Montepuzzuto, a riprova dell'imperitura gratitudine della Corona a un suddito devoto e fedele. Il feudo risultò essere una collina sassosa che si specchiava in un acquitrino: Don Pasquale ci fece costruire un casale giallo e con gli ultimi tarì si fece anche lo stemma di pietra da appendere sul portale.

E lì finì i suoi giorni, bevendo, mangiando e fottendo le serve. Ci furono altre storie, a Napoli e in Europa. Passò Napoleone, che fu uno strano monarca, un po' dittatore, un po' libertario; cercò di fare un' impero, ma l'Europa non ne volle sapere e non se ne fece niente. A Napoli ci fu Gioacchino Murat, che probabilmente era una brava persona, ma il popolo napoletano, i Borboni e la Storia lo cacciarono e si tornò al reame di sempre.

E questa è la storia del Cavaliere di Montepuzzuto. Passiamo alla famiglia.

Sua moglie, Donna Concetta, nonna del nostro eroe, non appena mise le mani sul feudo, si caricò del compito di trasformarlo nella terra del latte e del miele. Si indebitò. Vendette la collanina di coralli, il rosario di granati e cominciò: le capre sulla collina e i bufali nella palude. Lei, da sola, da prima dell'alba a dopo il tramonto, sulle pietre e nel fango, con i calli alle mani e i piedi gonfiati dalle vesciche.

Poi arrivarono i primi pastori, i primi mandriani, le donne per la mungitura, i carri. Donna Concetta riscattò le cambiali, ricomprò il rosario, imbottì il materasso di tarì.

In termini di politica economica, la sua fu un' intuizione geniale: l'assoluta necessità di passare da un'economia feudale a un'economia borghese attraverso l'evoluzione imprenditoriale della classe dirigente tradizionalmente parassitaria. Intuizione che avrebbe potuto salvare il Regno di Napoli e non solo quello, ma non fu compresa. Non lo sarebbe stata neanche se Donna Concetta fosse stata in grado di teorizzarla, e lei era semianalfabeta. Nemo propheta in patria. Non solo nessuno apprezzò quel suo mettere le basi del benessere della famiglia e della regione, ma gli fece proprio schifo; e che cacchio, la moglie di uno che aveva la pretesa di essere Cavaliere, doveva ricamare a piccolo punto e dire il rosario.

Lei non si riposò mai, anche perché il piccolo punto non lo sapeva fare e il rosario se lo diceva mentre accatastava quattrini. Lei rimase lì, con il sole sulla testa e il fango sulle sottane, perché i suoi figli non dovessero patire mai, la mancanza di qualche cosa, perché fossero dei signori.

Ma di figli ne crebbe uno solo: gli altri uno dopo l'altro  li perse tutti: la febbre e il mal caduco glieli portarono via.

L'unico che si salvò fu Alfonso, che era piccolo, piagnucoloso, un insopportabile scriccioletto incipriato, con il cervello di un pollo, ma a lei sembrava l'ottava meraviglia del mondo.

Dice un antico detto che ogni scarrafone pare bello alla mamma sua, vale a dire che anche gli scarafaggi cuccioli possono contare su una valutazione positiva da parte degli scarafaggi madri. Donna Concetta non si accorse mai di quanto suo figlio fosse un cocervo  di scempiaggine, e gli riversò addosso tutto l'amore che non aveva dato a tutti gli altri, quelli che se ne erano andati prima di diventare uomini e donne. Per lui avrebbe munto anche il latte delle formiche, rubato le stelle al cielo.

Lo coprì di pizzi. Lo adorò.

L'altro girava nel cocchio con lo stemma e girava la testa di lato quando la incontrava per lo schifo che aveva di lei, contadina fetente; lo schifo che gli facevano lei e l'idea di averla per madre.



La prima sposa di Don Alfonso era pronipote di un conte: morì di parto, ma con la gioia di aver generato il discendete del cavalierato. Per le seconde nozze ci si dovette accontentare della figlia del farmacista, ma per tutta la vita le fecero scontare l'onore. Vita che fu breve. Anche questa morì di parto, come la prima sposa, ma lei morì disperata, povera donna, per l' orfanello che abbandonava tra quella gentaglia boriosa e cattiva, vesciche vuote, piene si spocchia e di aria.



In coda al gruppo stavano i rampolli della dinastia: Giovanni, allampanato, ossuto e pallido e Giacomo, grosso, grasso, goffo e scuro. Mai si poterono soffrire e mai giocarono insieme, separati per sempre dalle madri diverse, dai caratteri opposti, da un reciproco, irrimediabile disprezzo.



E il disprezzo ovunque aleggiava nel feudo degli acquitrini, impregnando tutto come un odore, malefica esalazione dello stemma di pietra, ché con lui era cominciato.

Nessun vero nobile aprì mai i portoni ai Cavalieri di Montepuzzuto, per quel blasone macchiato di sangue, mozzarella e letame. Né i Cavalieri di Montepuzzuto poterono mai ricevere alcuno, ché i nobili solo tra loro si parlano, e gli altri nobili a casa loro non ci volevano andare. Il risultato fu una solitudine arcigna e biliosa, vissuta nel silenzio imbronciato di una dimore cupa e buia, dietro agli scuri chiusi.

Fuori c'era la luce, le bestie, i carri. C'erano le urla dei carrettieri, quelle dei mandriani. Donna Concetta entrava e usciva tra i due mondi, la casa e il cortile, l'ombra e la luce.

Tutti gli altri dentro, a covare il cavalierato. Per tutta la sua infanzia Giacomo guardò alla sagoma luminosa dell'androne come a un miraggio. Era il suo piccolo sogno di bimbo solo: correre con i figli dei cafoni, nella pioggia e nel sole, tra pozzanghere e cacche di bufalo.

Ma non si poteva: mai il Cavaliere suo padre avrebbe dato il permesso. E lui se ne stava per ore, a pochi metri dal portone, appena sfiorato dal chiasso e dalla luce, impettito e scuro, piccolo barbagianni desolato.



Essendo il primogenito malaticcio e acciaccoso l'onore del Collegio Reale toccò a Giacomo. Il ragazzino aveva otto anni. Partì in una luminosa aurora di un limpidissimo giorno di settembre, mentre le ultime stelle brillavano ancora e il primo sole riempiva di oro le nuvole all'orizzonte, raddoppiandole negli acquitrini. Giacomo guardava felice la sua casa rimpicciolirsi e sparire: se ne andava via, lontano, in un posto pieno di cose e voci, senza silenzi e senza scuri chiusi.



Il pentimento per quella gioia riempì i suoi anni successivi. Era grasso, come tutti i cafoni e nobile di una schifezza di nobiltà. Lo chiamarono Re della Merda di Capra e gli fecero di tutto: lo schifarono, lo picchiarono, gli orinarono addosso.

La prima settimana fu un feroce digiuno, perché con la sua minestra fecero il tiro allo sputo. La seconda settimana fu di avvilimento e umiliazione perché con i crampi per la fame cedette e mangiò.

Imparò a non separarsi mai dalla paura. I suoi sogni si isterilirono. Nella casa buia di suo padre sognava la luce del cortile. Ora sognava la casa buia di suo padre. Poi neanche quello sognò, ché di tutto aveva schifo, per l'inevitabile conformismo dei perseguitati.

Il peggio di tutto era sua nonna, Donna Concetta. Lo carezzava. Gli parlava: della mandrie, dei campi, dei suoi figli morti bambini: piangeva e lo carezzava. Lui di quelle mani aveva orrore: erano scure, callose, ignobili; non nobili, appunto. Se ne restava immobile e duro, a subire le carezze e la voce, paralizzato dal timore che quelle mani potessero lasciargli un'aura, un segno, riconoscibile poi dall'autentica aristocrazia del regno, che l'avrebbe lavato con i propri escrementi per levargli il marchio.



Finalmente al Collegio Giacomo scoprì la biblioteca. Era in una vecchia torre sul mare e aveva a custodirla aveva un vecchio prete sonnacchioso, che con la sua presenza gli avrebbe garantito l'impunità. Avrebbe passato lì le sue giornate, guardando le mosche e il cielo; evitando aule, scale, cortili, calci e sputi; aspettando semplicemente che il tempo passasse senza portare dolore.



All'arrivo di Giacomo il vecchio prete si svegliò. In un certo senso lo stava aspettando.

Anche lui passava lì le sue giornate, guardando le mosche e il cielo; evitando aule, scale, cortili, aspettando semplicemente che il tempo passasse.



Si chiamava Don Gaetano e quaranta anni prima aveva insegnato. Erano state, le sue lezioni memorabili. Aveva parlato di Dio, degli Uomini e della Storia. Aveva esagerato. Da quelle parti non usava. Tutto quello che bisognava insegnare era a leggere e a scrivere e anche un po' di latino, proprio perché sapessero seguire una messa e non fare la figura del bifolco a corte. Nessuno aveva mai chiesto al Collegio di insegnare a pensare. O di insegnare la Storia, quello che era successo davvero, perché poi la gente imparasse a pensare da sola, che forse di tutte era la sciagura peggiore.

Il folle aveva parlato anche di Voltaire, come se non bastasse aveva detto che anche nel Vangelo gli uomini sono uguali. Parlò delle donne, ché non ci sono solo al mondo madonne e puttane. Disse che le puttane non nascono puttane, nascono bambine come tutte le altre, e ci sarebbero meno lupanari se la miseria fosse un po' di meno. Parlò un giorno degli Efebi, quelli che loro chiamavano recchioni avevano avuto in altre epoche altre dignità e altri nomi. Questo fu troppo e lo cacciarono.

L'autorità finalmente si svegliò e intervenne. L'insegnamento fu riportato ai ritmi abituali, scanditi da preghiere e vergate: gli scolari a scaccolarsi il naso per non morire di noia.

Don Gaetano fu sospeso per sempre, bandito dalle amate aule, condannato a vita al silenzio e al tedio di quella biblioteca solitaria. Quando ormai la solitudine stava per inaridirlo e l'inutilità per spegnerlo Giacomo arrivò: sporco, lacero, scorticato, con il sangue al naso, l'anima a pezzi e nei vestiti l'odore del piscio altrui. Il vecchio prete si risvegliò; si ricordò di essere ancora vivo.



Accolse il ragazzo, lo ripulì, lo consolò. Lo sommerse in un fiume di parole, lo ascoltò. Lo ospitò: la prigione divenne rifugio e da quel momento il suo custode la amò.

L'autorità non intervenne, anzi fu grata alla Provvidenza che la questione del piccolo bifolco si fosse in qualche maniera aggiustata, che lui si fosse tolto da quelle aule dove il chiasso che facevano gli altri per farlo a pezzi stava veramente diventando un ostacolo a qualsiasi cosa si cercasse di insegnare.



Fu un incontro straordinario: il fuggiasco e l'esiliato, il ragazzo umiliato e l'educatore azzittito. Ambedue condannati alla solitudine e all'avvilimento, insieme, evasero la consegna: nella torre sul mare nacque la letizia, quella di conoscere e quella di insegnare. Le giornate passavano veloci e lievi, immemori e serene, rinchiuse in un universo di carta che muffa e polvere lentamente dissolvevano.

Don Gaetano insegnò di tutto: triangoli, equazioni e mari; Carlo Martello che ferma i Saraceni; il Saladino che nessuno poté fermare.

Ma era diventato saggio. Non insegnò che i cafoni non tengono meno anima delle Loro Maestà, perché queste sono cose che, se uno non le impara da solo, non servono. Non parlò degli Efebi del Parnaso; ché l'innocente non lo seguisse nel suo inferno, nello strazio di non essere niente, né terra né cielo, né carne né pesce.

Al ragazzo, però, i suoi sogni li raccontò; non ne poté fare a meno: i madrigali che non aveva mai ricevuto, le poesie che nessuno gli aveva mai scritto. Petrarca, Ovidio, il Dolce Stil Nuovo: come nessun altro avrebbe mai potuto gli indicò quali erano le parole che esprimevano maggiore amore, quali le perifrasi che davano maggior piacere. Tra citazioni, commenti e note Giacomo fu involontariamente istruito su come far vibrare le corde e come far cadere i cuori: come amare le donne  farsi amare.

Fu il penultimo dono del vecchio prete.



Dove Don Gaetano nulla poteva era l'ardimento.

La sera era un' agonia. Le stelle si accendevano e l'anima di Giacomo perdeva luce. Con la testa china se ne andava: al refettorio, al dormitorio, al martirio; indifeso, solo, svuotato, senza volontà, senza onore.

L'inverno del suo sedicesimo anno fu gelido. Battuta dai venti la torre sul mare si disfaceva. Dalle crepe filtrava il freddo. Dalle tegole l'acqua grondava, a marcire i pochi libri non ancora mangiati dai topi. Il mal di petto uccise Don Gaetano.

Soffocato dai rantoli, con i polmoni annegati, il pover'uomo morì sereno, ringraziando il Padreterno della giovane vita, l'ultimo scolaro arrivato nel suo naufragio di inutile vecchio prete a restituirgli la sua dignità di precettore.



Giacomo rimase una notte intera a vegliare la salma, annichilito incredulo, sperando forse ancora in un miracolo, in uno sbaglio. Quando finalmente si ricordarono di allontanarlo il sole era già alto. Il ragazzo stava male: barcollava, si teneva ai muri; l'aria gli mancava; la nausea lo soffocava: Aveva gli occhi rossi, la faccia scurita da una precoce e fitta barba scura.

All' inizio non distinse nemmeno nella nebbia in cui vagava gli altri collegiali, non udì lo scherno per il vecchio recchione e per il giovane cavaliere di Montepuzzuto che era venuto a svagargli gli ultimi anni con il suo deretano di nobiltà approssimativa.

Poi all'improvviso una risata più alta delle altre lacerò la nebbia; il contatto tiepido e ignobile di uno sputo risvegliò tutti i sensi, tutta la rabbia, tutto l'odio. Giacomo guarì di colpo. Divenne una furia. nessuno riuscì a fermarlo. Nessuno arrivò a mettersi in salvo. Li massacrò di botte: loro, le sedie. i quadri, vasi finestre e mura: non si salvò niente e nessuno. Aveva la forza invincibile degli indemoniati, dei cani arrabbiati. La forza della giustizia e dell'onore.

Come un secolo dopo dimostrò tale dottor Lorenz con un famoso esperimento sullo spinarello, pesciolino che combatte seriamente solo per difendersi casa, non è la forza fisica, ma il livello di incazzatura che nelle risse garantisce la vittoria.

Non in corporis viribus sed in animi fortitudine victoria est. Anche questo però studiato sui libri non serve.

Dopo aver saldato tutti i conti con tutti quelli che aveva incontrato, distrutto mezzo collegio, sradicato cespugli e divelto la panca del priore, sudato, ansante e senza un graffio Giacomo raggiunse la celletta del padre guardiano. Lo informò con la calma dei vincitori che tutti i blasoni del mondo valgono meno degli escrementi di vacca che perlomeno concimano qualcosa, dopo di che gli chiese, con la massima cortesia, che gli facesse venire una carrozza a nolo per tornarsene a casa sua.

E con questo l'opera del suo maestro fu completa.



Fu uno strano viaggio: Giacomo ne serbò memoria. Senza più la pena di essere l'ultimo dei nobili del regno, senza più la boria  di venire prima dei cafoni di Montepuzzuto, per la prima volta fu uomo tra gli uomini, libero ma anche sgomento di non avere più la strada segnata in un mondo enorme senza più regole o costrizioni. Si sentì vuoto, nudo e nuovo come un bambino appena nato. Il mondo era nuovo con lui.

Guardò la campagna livida: era un inseguirsi di grigi. Gli specchi scintillanti degli acquitrini riflettevano il cielo. L'odore della terra bagnata lo avvolse. E poi altri odori, più aspri, più duri: fuochi, letame. Si ricordò la nonna. Fango, fumo letame. Contadina fetente, la chiamava suo padre: fango, fumo, letame, aglio, sudore e fatica. E un altro odore, più aspro e più lieve: le mele; le mele seccate che lei teneva nelle tasche  delle sottane per smozzicarne un po' nelle sue giornate che non finivano mai, per spartirle, accoccolata suo gradini con i figli delle serve: i baroncini suoi nipoti sarebbero morti prima di mangiare quella monnezza.

La rivide, mentre gli raccontava dei suoi figli morti bambini e si puliva le lacrime con il polso, perché i fazzoletti non sono cose da contadine. Si rivide, immusonito, schifato, muto e duro davanti a quelle lacrime, mentre pregava Dio che mai e poi mai al Collegio Reale sapessero di quelle maniche piene di moccio di naso.

Contadina fetente la chiamava Giacomo, che più degli altri la detestava per il rancore di somigliarle, ché da lei gli venivano la sua faccia, il corpo, le mani; da lei gli veniva lui stesso, detestato, deriso, grosso, tozzo, zotico, bifolco. Alla prima occhiata l'aristocrazia del regno lo aveva riconosciuto per quello che era, il nipote di sua nonna contadina.

Il pianto trattenuto al mattino davanti al dolore della morte finalmente arrivò, per la vergogna e la pietà. Fu un pianto dirotto, irrefrenabile, convulso. Scosso dai singulti e dagli sbalzi della carrozzella a nolo, Giacomo pianse urlando, battendo i pugni, digrignando i denti, ferendosi le mani, come appunto piangono i cafoni.

Poi venne la pace. Calò la sera. Venne il silenzio.  Calò la pace.

Poteva amare sua nonna. Poteva amare se stesso. Poteva essere fiero de essere quello che era. Senza la boria crudele e suicida di quel maledetto blasone poteva imparare ad amare quello che aveva e che aveva sempre avuto senza mai capire che la felicità era quello: la nonna, le mele seccate, la terra, la palude, le bestie, anche il letame, che almeno concima qualcosa. E il casale giallo: anche avrebbe amato, con le finestre aperte e pieno di luce e di bambini. Piccole dolci creature. Come quelle che la nonna aveva perso. Per quelle che lei non aveva cresciuto. Sarebbe stato il riscatto per l'affetto negato, le mele rifiutate, le lacrime non asciugate, per la fatica senza tregua; per la solitudine senza consolazione.



Ma arrivò tardi. La nonna non era più sola. Già dall'autunno se ne era andata dai suoi piccoli dolci bambini. Don Alfonso non aveva ritenuto di dovere informare Giacomo del decesso trattandosi di persona poco grata, beh, come dire, per nulla in carattere con il resto della famiglia, che erano loro, i Cavalieri di Montepuzzuto. Sa il Cielo come c'era finita in mezzo a loro quella vecchiaccia sudicia e pazza, ogni stirpe tiene i guai suoi, a loro gli era capitata quella strega che trafficava bestie e latticini; anche le questioni di Giacomo al Collegio venivano da lì; e come ci si poteva aspettare che a corte li ricevessero con quell'onta sul blasone; non appena la strega era defunta, Dio che liberazione, non appena era morta, subito, subito il giorno stesso, lui aveva venduto tutto. Bufali, capre, carri: tutto via; a metà prezzo purché via subito, ché a Napoli si sapesse che lui, Alfonso di Montepuzzuto, piuttosto stava con le pezze al culo, ma non vendeva mozzarelle. La nobblesse obbligge come dicono i Francesi.

L'espulsione di Giacomo arrivava giusta giusta ché tarì per la retta non ce ne sarebbero più stati. Le spese per Giovanni erano state quelle che erano state: il giusto, il giusto. Su certe cose non si può lesinare: calze, gilè, brache, pennacchi sui cappelli e un tiro a quattro che era una sciccheria. Ora che non si faceva più mercato l'invito a corte era questione di giorni, di ore. Bisognava stare preparati, non fare cattiva figura.

Giacomo era cadetto. A lui restava la chiesa. L'onore della fede: Già c'era un po' abituato, ché erano anni che stava in collegio dai preti. Per lui il seminario di Caserta e poi una bella parrocchia. Così che l'eredità restasse sana. Vero che era una bella pensata?



Su Giacomo la stanchezza pesava mortale. Dell'inizio della giornata perdeva memoria. Cercò di ritrovare l'ordine dei ricordi e delle emozioni.

L'amico perduto.

La dignità ritrovata.

La vergogna di un affetto arrivato troppo tardi.

Il sogno appena concepito e subito abortito di una possibile arcadia.

Pensò di andare a sputare in faccia a suo padre, ma c'era tutta  la stanza da attraversare e lui non ce la faceva più a stare in piedi. E poi a che titolo, che fino al giorno prima c'era stato anche lui a schifare sua nonna e a sognare la corte dei Borboni.

Cercò di pensare qualche cosa, raccattare qualche idea, non annegare nello sconforto di una solitudine che si rivelava infinita. In nessun punto del mondo c'era un posto dove lui potesse stare, c'era un sogno per lui. Altro non aveva se non i suoi sedici anni e la sua faccia da contadino, unica eredità di sua nonna che gli restava.

Prete mai, ma meglio il seminario, il carcere di Gaeta, l'inferno, le miniere di sale a quella casa che non era più sua. Qualsiasi cosa, ma non la vocetta di suo padre, la faccia di suo fratello, quella piccola cariatide rinsecchita che ormai era suo nonno, scopatore, sparatore, eroe del Regno.

Acconsentì.

Il Santo Sepolcro l'avevano già liberato, tanto valeva andare in Seminario.



Il seminario fu l'età dell'oro, il suo periodo migliore. Giacomo incantò tutti: Era un pozzo di scienza, ché nessuna scuola del Regno avrebbe mai potuto dare tutto quello che lui aveva avuto nella sua torre ventosa. E in più fu sempre considerato un fiore di obbedienza e umiltà. Mai ebbe un moto di superbia per quel blasone che pure inorgogliva tutto il seminario: era l'unico nobile; per il resto erano tutta gentuccia: cafoncelli, poverelli. Mai ebbe un moto di impazienza per la regola: il distacco dagli affetti familiari, la rigida proibizione a visitare i congiunti, che pure pesava come piombo sugli altri novizi. Né mai il ragazzo fu avvilito da quei terribili travagli etici e teologici che squassavano prima o poi ogni seminarista, ché le illusioni sulla Santa Chiesa le aveva già perdute già dai tempi di Don Gaetano e di farsi veramente prete non se lo sognava nemmeno.

Era il pupillo, la gemma, il fiore all'occhiello. Nessuno lo seguì, nessuno lo controllò. Nessuno si accorse quando cominciò a frequentare i postriboli delle Volte dei Saraceni.

Tarì il ragazzo non ne teneva, che come seminarista non gli toccavano, ma gli restavano liriche e poemi: Petrarca Ovidio, Don Gaetano. Aggiustò, ritoccò, tradusse in vernacolo: fu un trionfo. In quel mondo di donne asservite, umiliate, vendute, comprate, di voci dure, di frasi rotte, di insulti, di oscenità scontate e ripetute, il suo patrimonio di parole era una ricchezza favolosa, il tesoro dei quaranta ladroni, il dono dei Re Magi.



Le donne per lui impazzirono; fecero a gara per volergli bene. Nessuna si accorse che era brutto; a nessuno importò di quanto era goffo. Fu con fermezza e fatica che lui rifiutò ogni loro dono, che non fosse le loro grazie e i loro dolci, che erano un'altra cosa per cui lui aveva una passione. Guappi e mezzane lasciarono fare, ché quello pur sempre un nobile era: meglio lasciare perdere, non passare guai.

Stette anche con Donna Rosa, che era brutta, chiatta e sdentata e stava lì, tenuta solo per carità, a lavare le scale e gli orinatoi. Ma nessuno la voleva più, e una sera, mentre se ne stavano tutti a prendere il fresco accoccolati sulle scale, uno dei magnaccia la cacciò, via dalla sua vista e dal suo odorato. Forse aveva avuto una cattiva giornata. Forse cercava qualcuno su cui depositare il suo livore. Le disse di andarsene via per sempre da tutti i consorzi umani e civili, di portare la sua bruttezza e il suo fetore in luoghi deserti e remoti al di là dal mare, al di là dell'universo noto. Le chiarì il suo non valere nulla, meno di una capra, quanto una merda di cane. Doveva avere avuto una giornata veramente cupa.

Solo che era vero che lei valeva meno di una capra, quanto una merda di cane, a pensarci bene e anche a non starci a pensare tanto, perché in un posto dove l'unico valore possibile era l'attitudine a farsi chiavare, l'inettitudine a destare un qualsiasi pur desiderio era un disvalore totale: era l'annientamento, il nulla.

E la povera vecchia, per sottrarsi all'orrore di quel nulla, che era ancora peggio di tutte le botte, di tutti gli aborti e di tutte le chiavate non volute di quando valeva ancora qualcosa, con le lacrime agli occhi si andò a offrire a Giacomo, coram populo, ché tutti sapessero che lei valeva ancora qualcosa. Lui accettò, valorosamente, allegramente. Sorrise e cercò un complimento anche per lei; citò la Bibbia: nigra sum sed formosa. E lei fu di nuovo qualcuno; dopo anni e anni di cessi lavati ritornò una persona.

Ma per quanta fosse la tenerezza della sua anima, il corpo restò quello che era: sozzo, vizzo e tanto, tutto ammosciato in ripiegature scarlatte e crostose; lui dovette usare tutta la sua dolcezza, la sua fantasia; la forza del suo corpo da adolescente e ci riuscì a andare alla fine, ma ancora non finì lì, ché anche lei si dette alla cucina per sfamare il giullare e gli fece i biscotti con l'uvetta, che odoravano come lei, impastati tra cimici e scarafaggi sul tavolaccio che le faceva da letto. Giacomo finì tutto, fino all'ultima briciola, parlando e parlando per non vomitare, lui si sarebbe mangiato direttamente le cimici e gli scarafaggi purché Donna Rosa non sapesse mai tutto lo schifo che aveva, e Teresa finalmente si innamorò di lui.



Teresa nei lupanari trafficava: vendeva merletti, aggiustava vestiti, lavava, pettinava. Ma non esercitava. Non ne voleva sapere. E alla sua maniera era uno scandalo, ché nella sua famiglia il mestiere era tradizione da secoli, come per i La Fayette fare i marchesi. Ogni stirpe tiene i guai suoi.



Teresa, lei sì, era la Regina di Saba: scura, forte e fiera, ma davanti a lei Giacomo si azzittiva, la sua lingua si seccava, l'eloquenza si inaridiva: lui restava grosso, goffo e brutto, con le sue enormi mani sudate strette l'una all'altra in quel loro inutile aggrapparsi insieme, come per una specie di preghiera.

Teresa di Giacomo sorrideva: corvaccio allegro e cortese calato nel quartiere a fare festa e confusione. Era il sorriso tranquillo e dolce che hanno le sorelle più vecchie, le comari più sagge. Poi lui si era fatto Donna Rosa, e anche i suoi biscotti, fino all'ultima briciola, biscotti, scarafaggi e uvetta, soffocando la nausea nella buffonerie, ché il dono di quell'ora di gioia fosse completo.

E Teresa si era innamorata, come ci si innamora degli eroi, ché l'eroismo non solo è fatto di eserciti e bandiere.



Era maggio: i giorni si allungavano; le stelle tardavano a venire. I due ragazzi se ne stavano su un vecchio muro coperto di piccoli fiori, di tutto parlando e tutto dimenticando; paventando la sera che avrebbe ricondotto lui al seminario e lei dalla madre-mezzana, per la sua eterna battaglia di ostinazione e rifiuti.



Poi venne giugno: Ci fu un temporale che sembrava se ne stesse scendendo il cielo. I due si rifugiarono, grondanti, tra le ortaglie sotto antichi archi, che i tuoni facevano tremare e i lampi illuminavano di una luce da ira di Dio. La grandine svuotò le strade e fu nella solitudine improvvisata di quella penombra fradicia che, dolcemente, si conobbero.

Quando tornò il sereno Giacomo si congedò: solo per qualche giorno, per poi tornare e non lasciarsi più.

Lei lo sapeva che non si era mai sentito che un nobile sposasse  alle Volte dei Saraceni, ma in quella dolcissima sera un po' gli credette. Solo per poco; solo per qualche giorno. Poi se ne sarebbe tornata alla sua vita di sempre, con qualche merletto da pochi soldi, senza più sogni, forse con una creatura in grembo a ricordarle un temporale di giugno.



Al seminario Giacomo salutò gli esterefatti padri; ricuperò giacchetta e braghe con cui era arrivato sedicenne e se ne partì per Montepuzzuto, la notte stessa, a piedi, digiuno e senza un soldo, con i polsi e le caviglie lasciati scoperti dai vestiti di quando era ancora ragazzino. Due grandinate gli intralciarono la via e si sbagliò pure di strada: impiegò due giorni a arrivare.

Quando arrivò era grigio di polvere, nero di fango, con la barba lunga, stravolto e affamato. A vederselo davanti Don Alfonso urlò di terrore, chiamando a raccolta i Santi del Cielo e i servi della casa, sia quando lo scambiò per un brigante, sia quando finalmente si accorse che era lui. Disturbato dal chiasso arrivò anche il primogenito a vedere che succedeva.

Giacomo fu molto breve: succedeva che lui era venuto a prendersi i soldi che gli toccavano. Suo padre lasciava tutto all'erede primogenito della dinastia? Suo diritto. Giacomo era venuto a riprendersi la dote di sua madre. Se ne erano dimenticati? Anche di quella non era rimasto più nulla? Non lo riguardava; affari loro: si impegnassero le brache, si vendessero il tiro a quattro e tirassero fuori i suoi tarì. Gli servivano per sposarsi. La sua vocazione Dio l'aveva data, Dio l'aveva ripresa, le vie del Signore sono infinite e chi erano loro per giudicare?

La sposa? Sì, l'aveva già scelta. Si chiamava  Teresa Maluso; stava a Caserta; vendeva merletti alle Volte dei Saraceni. Sissignore, le Volte dei Saraceni. No, non era uscito pazzo. No, vendeva merletti, e anche se avesse fatto la zoccola era la stessa cosa, ché lui se la sposava tale e quale. E adesso, con il loro permesso, andava a riposarsi che era un poco stanco.

Il mattino dopo, con la barba fatta, la pancia piena e più deciso che mai, affrontò fratello e amministratore. Nessuno perse  più tempo a parlargli della dinastia o della nobiltà che obbliga. Gli mostrarono i libri contabili. La scioccaggine di suo padre era tutta riassunta in piccole cifre ordinate. Il massimo che si poteva mettere insieme, vendendo, impegnando impezzentendosi erano ottanta tarì, meno di un quinto della dote di sua madre. Se  voleva trascinare suo padre e suo fratello in tribunale, padrone di farlo, ma più di quello non si spremeva. Il tiro a quattro era già impegnato; le brache se le erano già vendute.

Giacomo ci pensò. Poteva scordarsi il piccola casolare sommerso dai mandorli in fiori dove, nei suoi sogni, conduceva Teresa. Forse un campo di fagioli e un paio di bestie, se bastava. La maggioranza dei sudditi del Regno delle Due Sicilie campava con meno. E comunque altro non c'era da fare. Accettò.

Si caricò di formaggio, ciliege e pane e del rosario di nonna Concetta da regalare a Teresa; prese i suoi ottanta tarì e se ne  ripartì per Caserta. Era ormai giorno fatto. Davanti all'osteria  c'era già gente che giocava a dadi. Teneva banco Tonino Tuttoculo, unico possidente della zona, attuale proprietario dei bufali che erano stati di sua nonna. Benché non vedesse Giacomo da più di un decennio lo riconobbe, lo salutò, scherzò con lui e lo invitò al suo tavolo, ché anche agli altolocati si possono divertire con due tiri di dadi.

Più volte ripeté l'invito, ché anche gli altolocati si possono divertire con la fortuna. Dovette insistere. All'inizio la prudenza prevalse, poi si dissolse. Il sogno del piccolo casolare pieno di fiori poteva rinascere. Alea iacta est.

Giacomo perse tutto, anche il rosario. Sperando di rifarsi perse anche settanta tarì che non aveva.

Disperato se ne andò a Caserta, sempre a piedi, di nuovo digiuno, sporco polveroso, con una fitta barba scura. Alle porte  della città fu arrestato: lo avevano scambiato per uno che non era lui e che da tempo andavano cercando. Avendo anche altro da fare che non stare dietro a lui, alla gendarmeria impiegarono tre settimane prima di convocare il priore del seminario che lo conosceva e il poveruomo dovette guardarlo due volte per riconoscerlo, dire che sì, era proprio lui, quell'ammasso di lividi e scorticature. Non è per cattiveria  che lo avevano conciato così male; era stata la necessità di mantenere l'ordine con quell'ossesso che non ne voleva sapere di starsene buono. E va bene, non era lui che cercavano, era un altro, neanche che fosse la prima volta che si arrestava la persona sbagliata; ma non era una buona ragione per restarlo a guardare mentre sfasciava le celle. E per la donna non si stesse a preoccupare, ché quelle non si perdono; il problema semmai è l'inverso: è che non si levano più di torno.

Non bastava ancora. Il magistrato che doveva firmare la scarcerazione si ammalò. Quando guarì se ne andò a fare la convalescenza in campagna e neanche lì lo si poteva disturbare. Quando finalmente Giacomo giunse alle Volte dei Saraceni cominciava agosto, l'afa avviliva gli animi.

E Teresa se ne era andata.

Per sempre.

Per non tornare mai più.

Un miracolo, spiegò la madre. Un parente morto. Un eredità improvvisa. La provvidenza di Dio: giusto il biglietto del vapore. Quale vapore? Il vapore. IL VAPORE. Il vapore dei vapori; il vapore del sogno, il più grande dei sogni possibili. Solo uno che non era nato pezzente poteva non capire subito. Il vapore per Nuova York.

Lei se ne era andata. A lui, Giacomo aveva raccomandato di lasciare i suoi saluti: era un bravo giovane; gli augurava ogni bene. Ogni tanto dall'America avrebbe pensato a lui.

Se ne era andata. Donna Rosa confermò: era arrivato un tomo curioso, lungo, secco, fiocchettoso e con la faccia da sorcio; aveva cercato Teresa e lei subito dopo se ne era andata a Napoli giusto in tempo per il vapore. A lei però era sembrata ingrugnita: non aveva neanche salutato nessuno.

Lui era stravolto da quasi due mesi di botte e di fame. Non resse: barcollò, gli divenne tutto nero; andò giù e ci restò.

Lei se ne era andata. Era andata via. Per sempre. Non lo aveva aspettato. Se ne era partita a cercare fortuna nel Nuovo Mondo lasciandosi alle spalle la fogna dei lupanari, con le loro miserie e il loro giullare, Giacomo di Montepuzzuto, mancato contadino, possibile prete, povero citrullo.

Il mondo finiva lì: non c'era più bene. non c'era più luce, non c'era più niente.



Dopo un'esistenza passata rinchiuso in convitti, sempre sui libri, mangiando pane e scienza, che ne sapeva lui della vita? Non sospettò, non dubitò: come avrebbe potuto capire?

Come poté non capire? C'erano stati troppi casi, troppe sincronie: i dadi a immiserirlo, i gendarmi per fermarlo, un giudice comatoso a imprigionarlo fino a dopo la partenza del vapore. Non ebbe malizia, non ragionò che alle Volte dei Saraceni tutti sommati non facevano trenta soldi e la miseria era una tradizione storica più antica delle volte stesse; qualcuno che lasciava qualcosa parente a uno di loro?

E Teresa? Donna Rosa glielo aveva  detto che se ne era andata furiosa senza salutare nessuno, perché se se ne andava felice, qualcuno avrebbe salutato; ma lui neanche quello aveva capito.

E neanche del notaro aveva capito, eppure la povera vecchia glielo aveva raccontato bene il notaro che aveva recato la cornucopia. "Muso di topo" era detto a Montepuzzuto il primogenito della dinastia dalle serve e dallo stalliere. "Faccia di sorcio" aveva detto Donna Rosa. Come aveva potuto Giacomo non capire?



Passò un altro mese. Finalmente l'amministratore della famiglia rintracciò Giacomo. Il ragazzo era uno straccio: sporco, smagrito, se ne stava accoccolato sul tavolaccio di Donna Rosa con la quale ormai spartiva alloggio e odore, non perché nessun'altra lo avesse voluto, ma perché nel suo delirio di sfascio lui a nessun'altra aveva voluto chiedere.

Il vecchio contabile gli dispiegò davanti agli occhi vitrei il libro dei conti, che era sempre lo stesso con in più una facciata di numerini e agonie per i settanta tarì dl suo debito di gioco. Il cavaliere suo padre si permetteva di informarsi sulle sue intenzioni. Di nuovo non fu nominata il cavalierato, né la nobiltà che obbliga, né il re né Dio. Solo quello: un'informazione sulle sue intenzioni, con tono calmo e cortese.

Giacomo considerò con pietà suo padre, che credeva ancora al suo cavalierato. Considerò anche se stesso, e la propria vita, di cui non sapeva proprio che fare. Persino la fede dei due imbecilli, padre  e fratello, nel loro stemma di pietra era meglio del suo non avere niente e non credere a nessuno.

Il seminario gli sembrò l'unico porto in un mondo incerto e buio.

Si fece prete.

Tutti furono felici: suo padre, suo fratello il vescovo. Tutti meno il priore del seminario, che era una brava persona e cominciava ad avere qualche dubbio su quella vocazione che andava e veniva come le onde della marea.



Gli dettero una piccola parrocchia tra la periferia di Capua e il fiume. Vocazione non ne aveva mai avuta. La fede si era persa. Tutte le illusioni possibile gli erano morte: fu un grande prete; rischiò di diventare un santo.

Tentazioni della carne non ne ebbe, ché la piaga lasciata da Teresa ancora lo lacerava.

Dette al pulpito la sua rabbia, al confessionale la sua dolcezza, ai bimbi abbandonati la tenerezza che non avrebbe più potuto dare a un bimbo suo.

L'amore che era stato rifiutato lo dette ai disperati.

La cialtronaggine che non aveva mai perduto la tenne per il vescovo: di dispacci e missive, ingiunzioni e minacce faceva barchette, che affidava poi alle onde del fiume, per la  gioia di tutti i cafoncelli, che mai in vita loro avevano avuto della carta e ci avevano potuto giocare. La corrente prima di affondarle le cullava un poco.

Il suo idillio con la terra germogliò; gli orti della canonica traboccavano; i meli si piegavano per il peso della loro ricchezza, perché anche i Lazzari del Volturno potessero avere il loro fazzoletto di terra promessa, di terra del latte e del miele.



Anche questo finì. Come tutte le sue cose, finì all'improvviso e finì male.

Don Tonino Tuttoculo che, in buona salute, aveva distrutto la sua vita di uomo, trovò giusto, crepando, distruggergli quella di prete.



Fu una morte lunga e atroce. Dopo una vita da sanguisuga il disgraziato morì di sete, con il leggendario deretano ridotto a una focaccetta avvizzita.

Quella morte prosciugata sembrò al malato non casuale, l'ultimo avvertimento della giustizia di Dio; la prima avvisaglia delle fiamme eterna che sarebbero venute a prolungare la sua terribile arsura. Deciso a salvarsi l'anima fece convocare Giacomo, che di tutti i preti al mondo era l'unico che potesse veramente assolverlo, perché era l'uomo che lui aveva rovinato. Per la verità di uomini ne aveva rovinati parecchi, ma gli altri non erano preti, e, quindi, non andavano bene. E quando lo ebbe davanti non fece raggiri, gli parlò senza nessuna menzogna, nessun sotterfugio, come non aveva mai più fatto da quando era bambino.

Lui aveva ormai la lingua spaccata, i piedi gonfi e piagati, il lezzo immondo della decomposizione già cominciata, ma qualunque fosse lo sfascio che il diabete gli aveva fatto la sua  anima stava peggio di lui; ché Giacomo lo ascoltasse: era l'unica persona che lo potesse salvare.

Lui era persona di Don Alfonso. In cambio delle bestie di sua madre al cavaliere di tarì non gliene aveva dati molti, ma di lealtà si. Tutta una vita al suo servizio. Qualsiasi sgarbo, qualsiasi contesa: il Cavaliere sapeva che lui era a disposizione.

Giacomo lo aveva sistemato lui. I dadi erano truccati, i gendarmi pagati: arresto, fame e botte, tutto era stato comprato.

L'innamorata? Era stato Giacomo stesso a uscirsene con nome e cognome e dove stava di casa, e lo ringraziasse che quella là il Cavaliere la voleva morta, ma don Tonino queste cose non le faceva. E non c'era stato bisogno. La madre della promessa altro non aspettava che fare qualche tarì sulla figlia: sua era stata la pensata dell'America; sua la pensata dell'abbandono: si era presentato Giovanni, con il biglietto del vapore, ultimo dono di suo fratello Giacomo, con gli auguri e i saluti.

E Teresa piangente e furiosa aveva accettato, ché per nulla al mondo sarebbe rimasta alle Volte dei Saraceni, a sentire la voce di Giacomo in ogni sospiro di vento, a rivederlo dentro l'ombra di tutti i portoni. O forse peggio: era scappata a portare in salvo una creatura, lontano dal fetore di fogna di quel mondo di fango e umiliazione.

Lui si era straziato nella gendarmeria di Caserta più che per le botte e la fame per Teresa, che, chissà, magari portava una creatura mentre si credeva lasciata. Lei invece se ne era andata e a lui era rimasto il ricordo di quell'inutile strazio: ma quale creatura, quale madre addolorata.

Mai il giovane prete aveva trascorso un intera giornata senza pensare almeno una volta al suo amore sognato e perduto, sognato e mai stato, ed era ormai una sofferenza lieve, una malinconia vaga che si perdeva nel sogno, diventava sempre più miraggio, fantasia.

Ora tutto riesplose: l'amore, il dolore, la rabbia, lo strazio. Insopportabile. Enorme. Una di quelle enorme ondate che spazzano il litorale lasciando solo fango e alberi spezzati. Amore, dolore rabbia, strazio. Il moribondo chiese l'assoluzione. Giacomo non lo sentì e non gli rispose. Fu la sua unica vendetta e fu involontaria. Quando si risvegliò dal suo stordimento era tardi: Don Tonino rantolava.

Giacomo se ne andò. con gli occhi rossi, sconvolto e spiritato, verso i rigogliosi orti della sua canonica. I famigli del morituro lo salutarono grati: finalmente un prete che dava soddisfazione.

Le spalle curve, i denti serrati a trattenere la nausea, Giacomo impiegò il cammino a esaminare le rovine, lo sfascio cui la sua vita era stata ridotta: perché non paresse brutto, che il blasone non avesse a sfigurare, alle volte che alla corte li volessero invitare. Che non per denaro lo avevano distrutto, che tra la gendarmeria e il vapore i suoi ottanta tarì se ne erano andati, ma proprio per quello: che non fosse fatta brutta figura.



Il cammino era lungo.

La rabbia svaporò, l'odio si stinse; restarono il dolore, la desolazione, l'avvilimento, la nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e non era. Si vide: piccola parte della fiumana enorme dei calpestati: i martiri, gli eretici, i morti di tutte le guerre delle cui causa si era persa memoria; i figli dei Lazzari a crepare di fame perché a corte pure morissero di scontento e di noia; una donna senza più sogni e forse una creatura senza padre da allevare perché Alfonso il Cavaliere potesse non smettere di sognare il primogenito alla corte morente di un re cretino.

La notte fu di insonnia, di speranza, di disperazione, di decisioni prese, scartate, cambiate, di progetti scombinati, insensati o forse possibili. Ma anche di un infinita gioia: lei non lo aveva mai abbandonato, forse lo amava ancora, tutto era ancora possibile. Doveva solo procurarsi il denaro per il vapore. Il VAPORE, il vapore dei vapori. Più qualcosa per la madre di Teresa, che dov'era esattamente la figlia sicuramente lo sapeva e altrettanto sicuramente gratuitamente non lo avrebbe detto mai. Lui non aveva niente. Non c'era niente al mondo che fosse suo. Pensò anche di vendersi i candelabri della chiesa o assaltare il vescovado, ma non è che fare il brigante sia un mestiere che si possa improvvisare.

E poi non era solo questo, è che c'erano due amori a combattersi: uno perduto in un paese sconfinato al di là di un mare pure senza fine e l'altro presente, tangibile, quotidiano: gli orfani, gli straccioni, gli abbandonati che alla sua casa avevano consolazione, l'unico pane, l'ultimo rifugio. A chi lasciarli, come non abbandonarli mai.



La prima messa coincideva con l'aurora.

La piccola chiesa traboccava: sembrava Natale, la Resurrezione. Le pinzocchere relegate al fondo: per il resto erano tutti vestiti buoni, i notabili, le persone per bene. Chi qualcosa teneva, chi qualcosa contava, tutti in chiesa in quell'ora brumosa, attorno all'altare. Se ne stavano lì, i rosari in mano, le mani che tremavano, la paura negli occhi e nella voci. L'Anticristo era alle porte. Morte e distruzione al mondo dei Giusti; ché il Padreterno, almeno Lui, facesse qualcosa per salvarli.

Dal Volturno si sentirono le prime fucilate: Finalmente Giacomo  capì.

Garibaldi era arrivato.

Cominciò la messa.

Garibaldi era arrivato.

GARIBALDI ERA ARRIVATO.

La repubblica risorgeva. La libertà, la fratellanza, l'uguaglianza. La fiumana dei calpestati si fermava per combattere. Fiat justitia ruat caelum. Scuole e giustizia. E la terra ai contadini: i latifondi si sarebbero dissolti in miriadi di casolari immersi nei mandorli in fiore.

Garibaldi era arrivato.

La sua tonache poteva andare alle ortiche: Lazzari e abbandonati  di lui non tenevano più bisogno: l' America diventava sempre più piccola e prossima a lui. I quattrini del vapore, il VAPORE, se li sarebbe fatti anticipare dal Generale in cambio del favore che andava a fargli, di vincere la guerra per lui. Garibaldi era arrivato e lui se ne stava ancora lì a biascicare nenie in latino.

Con furia si levò i paramenti; la tonaca se la strappò. Per l'ultima volta della sua vita si girò al suo annichilito uditorio: le beghine pigolavano; i notabili erano allibiti: non li aveva mai amati tanto, mai gli aveva voluto così bene. Li mandò tutti a farsi fottere, loro, suo padre e il vescovo, scandendo bene, che si sentisse sopra le cannonate. Ma senza alcuna acrimonia, con affetto e allegria. Li salutò anche: che gli stessero bene. E poi se ne andò alla battaglia, nella nebbia di ottobre che si scioglieva al sole, spedito trionfante; l'unica sosta in canonica per lo schioppo, le brache, un po' di pane.



Non fu un gran soldato. Non fu un soldato proprio.

Non era mestiere suo. Non dopo aver fatto il prete. Non dopo il confessionale. Non dopo aver ascoltato. Non lui che ormai sapeva che un uomo è un uomo, anche il peggiore e tiene sempre qualcosa da dire a sua discolpa.

Per sparare sparò, ma non mirava. Anzi mirava a non colpire, a non fare male, ché Dio non volesse che per colpa sua restassero al mondo una donna senza più un uomo vicino, uno storpio a ricordare come era bello stare sano.

La Giustizia il Progresso e la Storia si perdevano in sogni sempre più nebulosi; il sangue brillava sempre più nitido mentre la luce del giorno aumentava sulle gambe degli amputati, sulle mani degli sbudellati che ancora cercavano di riparare gli intestini.

Sperso nei dubbi, stanco e solo Giacomo vagò per la battaglia; troppo stanco per coprirsi, troppo sperso per salvarsi. Fu tra i primi a essere colpito, ma impiegò quasi un giorno a morire. Cadde con la faccia in giù e se ne restò lì a guardare l'erba un po' secca e gli ultimi fiori del primo autunno.

Il dolore all'addome, terribile subito, poi si attenuò e alla fine tutto si perse in un'arsura senza speranza come quella che aveva ucciso Don Tonino.

Le sorti della battaglia erano incerte. Giacomo non riusciva più a ricordare perché era andato a morire. Cercò di decifrare i lamenti degli altri feriti e capire che cosa stavano rimpiangendo.

Facendo forza sui gomiti riuscì a trascinarsi. Si spostò. Uno dopo l’altro raggiunse gli altri feriti, borbonici e garibaldini. Gli dette l’estrema unzione e ai garibaldini li consolò pure perché morivano scomunicati. Morivano più disperati ancora di quanto disperato normalmente muoia qualcuno su un campo di battaglia.

Lui dette le assoluzioni e l’estrema unzione. Non aveva olio. Usò il sangue. Con la voce che gli si spezzava, sempre più fragile spiegò che erano stati bravi, avevano combattuto per la libertà, Dio li stava aspettando per accoglierli. Li assolse li benedisse. Non dovevano avere paura. Sarebbero andati nella luce. Sarebbe andato tutto bene. Ego te absolvo. Requiescat in pacem. Ego te absolvo. Requiescat in pacem.

Si trascinò. Si trascinò. Si trascinò ancora, fino a quando non ci furono più gemiti, fino a quando tutti giacquero immobili e anche lui restò per terra. Immobile.

Pensò che la morte era uguale, qualunque fosse l'esistenza che l'aveva preparata. Libero di aver avuto la vita che voleva la risognò da capo. Ricordò sua madre che lo faceva giocare con gli altri bambini, sua nonna che lo faceva giocare con i vitellini; Don Gaetano che gli insegnava a giocare con le parole, Don Tonino che gli insegnava a non farsi fottere a dadi. Ricordò Donna Rosa, mai umiliata, mai venduta, mai comprata, una chiatta matrona piena di figli che faceva biscotti con l'uvetta, profumati di violetta e cannella. Il temporale di giugno restò uguale, ma poi ci fu la dolcezza dell'amore coniugale, l'odore di Teresa nel cuscino, il desiderio che rinasceva tutte le sere, la tenerezza che rinasceva tutte le mattine. Ricordò i loro bimbi, i loro visetti tondi, i riccioletti scuri. Cambiò la Storia: abolì i Sanfedisti, salvò la Repubblica Partenopea; Garibaldi ne era il generale e la difendeva dal Borbone che veniva a riprendersela. Ma non ce l'avrebbe fatta il re maledetto: Giacomo era andato a fermarlo per salvare la giustizia, Teresa, i bambini.



La sera cominciò a calare. Un esercito di formiche riempiva la ferita.

Giacomo si accorse che era proprio la fine. Desiderò di poter vivere ancora. Ancora un minuto. Anche solo un minuto. Anche solo quel minuto: l'ultimo. Quell'ultimo minuto, con l'erba piena di sangue e un esercito di formiche.

Le parole che aveva detto e ridetto, ego te absolvo, requiescat in pace, erano rimaste come una cantilena sulla sua sua lingua spaccata, nella sua gola riarsa e silenziosamente le ripetè.

Ripensò alla sua vita, a quanto era stata magnifica, a quanto aveva avuto.

Una madre che lo aveva messo al mondo, un posto dove era stato sfamato.

Ripensò a tutto quello che gli era stato insegnato, ripensò a tutti quelli che aveva amato, tutti quelli che lo avevano amato, a tutte le foglie di cavolo e basilico che grazie a lui erano germogliate, ai pomodori, le melanzane, con l’imperiosità dei loro rossi e dei loro viola.

Ripensò a Teresa,  che con il loro bambino ora viveva dall’altra parte del mondo. 

Aveva avuto una donna, aveva avuto un amore magnifico, aveva un figlio.

Ripensò alla guerra che era venuto a combattere: era una guerra che lentamente, lentissimamente, avrebbe diminuito la fame e l’ingiustizia e che era un onore aver versato il suo sangue su quel suolo. 

La sera divenne notte. Il buio inghiottì i colori degli ultimi fiori. Sopra Giacomo, enormi magnifiche, brillarono migliaia di stelle.

Morì in pace.



Nell'elenco dei Caduti del Volturno il nome di Giacomo fu omesso per non compromettere i già critici rapporti del nascente Stato Italiano con la Santa Sede.

La casa Savoia riconobbe in blocco tutta l'aristocrazia borbonica e sancì l' evento con un memorabile ricevimento cui tutti i nobili partenopei furono invitati.

Senza nessuna eccezione.



Le cose peraltro non finirono lì, perché sempre qualcosa succede e la storia va avanti senza fermarsi mai, anche se a noi ci sembra che tutto sia finito e non ci sia più niente da fare. I cafoni di Giacomo lo andarono a cercare. Sul campo di battaglia dove i morti giacevano e i feriti agonizzavano cercarono e trovarono. Soccorsero i feriti e depredarono i morti. Distribuirono acqua, intascarono denari e orologi: trascinarono i cancrenosi dove avrebbero potuto essere amputati, levarono gli occhiali alle salme per rivenderli. Alla fine dei tre giorni che durò la ricerca, quando finalmente trovarono Giacomo, avevano salvato più vite di quante ne potevano contare e avevano smesso di essere pezzenti per tutto l’oro che avevano rubato.

Decisero di fare una tomba a Giacomo, lì dove era morto, chè a lui, prete spretato morto per Garibaldi, la terra nel camposanto non gli toccava. Si alzò una piccola lapide di vero marmo, con una scritta di vero bronzo: col nome, il cognome e il titolo, perché non si perdesse la memoria.

La memoria un po’ si perse, fino a quando arrivò l’esercito americano, partiti dall’altra parte del mare, per venire a combattere e a morire, perché l’Europa non dovesse marciare a passo dell’oca. Uno dei soldatini si fermò, lesse la lapide e poi disse agli altri che quel nome lo conosceva, era un parente suo, l’ antenato che aveva ingravidato la nonna della sua bisnonna o forse era la trisavola, e poi la aveva lasciata, sola, ma con il biglietto del vapore. Quel nome nella famiglia sua lo conoscevano, si tramandava generazione dopo generazione, insieme alla ricetta per gli struffoli e la pastiera. Nessuno gli credette e tutti lo mandarono a farsi fottere, ma il soldatino riprese la marcia tutto giulivo, con qualcosa di nuovo da scrivere a casa, alla sua sterminata selva di fratelli e cugini.

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