Cronache del Capitano di Vascello Aquindici, disperso sul Pianeta dei Barbari

Capitolo 1 - Atterraggio

Erano le 5 del mattino di un quindici marzo insolitamente gelido per la stagione. La città era solo un seguirsi di sagome sfuocate e scure. Faceva un freddo porco e tutto era ricoperto di brina.

Il tram era appena partito e fendeva la nebbia gelida, illuminandola con i suoi fari gialli. Lo guidava il signor Antonio Cravella detto dagli amici Toni, che alle ore 5 di quel quindici gennaio stava pensando agli affari suoi. Gli affari suoi erano che da lì a due ore sarebbe smontato e andando a casa doveva ricordarsi di fare la spesa: pane, latte, trenette e pesto. Per essere sicuro di non dimenticarsene Antonio Cravella detto Toni continuava a ripetersi quelle quattro cose come una filastrocca.

Pane, latte, trenette e pesto

e devo farmi dare il resto.

Pesto, trenette, latte e pane,

nello stagno van le rane.

Ai bei tempi della sua infanzia Antonio Cravella detto Toni aveva una nonna che gli faceva le filastrocche e stava sul mare, una casetta in alto che aveva il giardino pieno di basilico e stava sotto un pino, quindi il pesto se lo facevano da soli con i pinoli del pino e il basilico del giardino, mentre ora se lo dovevano comprare ed era meno buono, ma era pur sempre qualcosa. Nei pochi momenti in cui ripensò al suo orto sul mare pieno di basilico sotto al pino, Antonio Cravella detto Toni si distrasse e solo all'ultimo istante vide la cinquecento che gli stava attraversando i binari. Frenò al pelo. Antonio Cravella detto Toni ripartì imprecando, il mondo era veramente pieno di malaccorti e sconsigliati, anche se per la verità non furono queste le parole esattamente usate, (a quest'ora di mattino ho incontrato anche il cretino, per fortuna l' ho evitato e cretino lui è restato) poi di nuovo il pensiero gli si disperse nel ricordo tra l'ombra del pino e il riflesso del mare.

E fu per questo che l'astronave aliena, che gli era atterrata davanti al tram, Antonio Cravella detto Toni, non la vide proprio. Si accorse però del crac che fecero le ruote del suo tram schiacciandola contro le rotaie e sobbalzò.

L'unico passeggero di quell'ora era la signora Rosaria Rastri, detta Rastri Rosaria perché mai aveva avuto un amico in vita sua, e la chiamavano solo quelli dell'anagrafe per dirle che le era scaduta la carta d'identità. La signora Rastri Rosaria seduto nell'ultimo posto abbassò gli occhi oltre il finestrino e l'astronave la vide bene.

"Ecco lì un' altra porcheria". Sibilò ad alta voce. "Si comprano 'sti giocattoli cari e poi li buttano in mezzo alla strada di notte. E hanno anche tutti il cellulare, che non ce ne è uno che non ci ha il cellulare, che mica devono telefonare a nessuno. E poi buttano il giocattolo in mezzo alla strada che per fortuna che non ci siamo fatti male. Sono contenta che glielo ha rotto, così impara. Ci sono ancora le lucine che brillano, anche ora che è a pezzi".

Il signor Antonio Cravella detto Toni, grugnì qualcosa, e frenò.

"Mi scusi un attimo". Disse alla signora. Scese dal tram seguito dalle proteste dell'altra, che stava giurando che lo avrebbe denunciato, be' sì, e che diamine, uno paga il biglietto e questo si ferma e scende dal tram, ma quando mai si è visto...

Il signor Antonio Cravella detto Toni, fece pochi metri e si chinò sull'ammasso di piccole lamiere dove ancora miriadi di lucine brillavano. Niente di grave. Aveva investito un giocattolo. Curioso funzionassero ancora le luci. Il signor Cravella detto Toni risalì sul tram, e mentre la signora Rastri Rosaria minacciava di denunciarlo ai carabinieri, all'ATM, all'Alta Corte di Giustizia di Bruxelles e al Consiglio Generale dell'Onu, lui ripartì sferragliando.

Del mattino son le cinque,

questa è arcigna e poco pingue,

dura come un barracuda,

come l'oro di re Mida.

Toni sbadigliò mentre ripartiva con il suo tram sferragliante, verso l'alba che prima i poi sarebbe sorta a dare luce a quella nebbia gelata.

Aveva solo investito un giocattolo e, ancora un fermata, e sarebbe stato al capolinea. Turno finito.



Capitolo 2 - Riparazioni e partenza.

"Gran bell'atterraggio". Commentò gelido l'extraterrestre capo, Gammaottododicidieci, Gammatrenta per gli amici se mai ne avesse avuto uno e semplicemente Gamma per le sue tre madri. "È stato astuto atterrare davanti a un mezzo meccanico in movimento e ficcarsi proprio sotto una ruota. Un tempismo straordinario".

Il Capitano di Vascello Aquindici, l'altro extraterrestre dell'equipaggio, annuì imbarazzato e cercò di sorridere. Il verde fluorescente dei polpastrelli gli era virato al giallastro per lo sconforto. Gammatrenta lo notò con arcigna soddisfazione.

"Già". Cercò di commentare Aquindici. "Per fortuna siamo immortali".

Gammatrenta capì che Aquindici stava cercando di dare un'occhiata i suoi di polpastrelli e non li nascose: lasciò che l'altro vedesse quanto erano neri di irritazione.

Gammatrenta, Comandante in Capo, detestava il Capitano di Vascello con tutte le sue astiose energie. Era già una iattura quell'interminabile viaggio, anche senza doverlo condividere con il pilota più incapace e ottusamente confusionario di tutte le ere galattiche. Era un viaggio insulso, faticoso e sgradevole: erano a millenni luce di distanza da casa, in quella galassia a forma di spruzzo, dove l'unico pianeta con una qualche vita più intelligente di un sasso era lo scacazzino chiamato Terra. Pianeta piccolo, scomodo e scomodamente acquoso: l'acqua esisteva sotto forma di mare, fiumi laghi, torrenti stagni ruscelli, pozzanghere, pioggia, pioggerella, acquazzoni, scrosci, rovesci, temporali, nebbia, brume, neve, ghiaccio, brina, rugiada, galaverna, foschia, goccette sfuse e soprattutto nuvole di tutti i tipi forma e dimensione. Non solo l'acqua c'era, ma era sparpagliata dappertutto.  Ne stava entrando anche dalle spaccature dell'astronave.

"Sta entrando acqua in sospensione". Osservò acido.

"Già. La nebbia". Riconobbe Aquindici. "Tanto in missione abbiamo una corporeità virtuale. Non può danneggiarci". Aggiunse nell'evidente tentativo di sdrammatizzare.

"Grazie, me lo ricordavo". Gammatrenta riuscì a rendere la sua voce ancora più gelida. "Tenuto presente che le tecnica della corporeità virtuale è mia, difficile me ne dimentichi. Il fatto che, grazie a me, l'acqua sia innocua, non la rende meno ripugnante".

Il Capitano di Vascello Aquindici annuì di nuovo.

"Lo sa che gli amici mi chiamano Acqua? Per abbreviare e prendermi un po' in giro". Sorrise di nuovo, conciliante, un quello che doveva essere il milionesimo tentativo di sciorinare e imporre una caramellosa e appiccicaticcia cordialità di cui Gammatrenta avrebbe fatto volentieri a meno.

"Molto azzeccato". Commentò Gammatrenta glaciale.

Il Capitano di Vascello mise via il sorriso e si accinse finalmente a riparare la piccola astronave squarciata. Gammatrenta notò con soddisfazione che i polpastrelli gli stavano virando al marrone. Il pilota fece le saldature ed esaminò i puntatori di direzione e gli argonauti per il balzo nello spazio ipertemporale e fu a quel punto che i polpastrelli gli virarono al grigio antracite. Gammatrenta si preoccupò.

"Guai". Spiegò Aquindici, angosciato e tristissimo. "Dobbiamo prolungare la nostra presenza qui per finire le riparazioni". I polpastrelli gli si scurirono ulteriormente. "Non meno di venti minuti, credo".

"Venti minuti?" Sibilò Gammatrenta. "Qui?"

Acqua cercò ancora di minimizzare. "Siamo immortali. Venti minuti più, venti minuti meno..."

"Avere l'immortalità non è un buon motivo per sperperala su un pianeta sgradevolmente acquoso, in compagnia di compagni non scelti..." cominciò a sottolineare Gammatrenta, ma non riuscì a finire.

"Non è il peggio". Lo interruppe Acqua. I polpastrelli oramai erano di un grigiastro nauseante e indistinto.

"Credo che il Drondolo sia stato danneggiato".

Gammatrenta sentì le rughe rosa crollargli in mezzo a quelle color porpora. I polpastrelli cominciarono a bruciargli. Pensò che se non si calmava gli sarebbero di nuovo diventati rossi, ma in quel momento neanche quello gli importò.

"Cosa?" Chiese con voce strozzata.

"Il Drondolo è stato danneggiato". Confermò Aquindici, forse sarebbe stato meglio da quel momento chiamarlo Acqua e basta, era un nome assolutamente azzeccato. "Non è più in grado di virare all'incorporeità, e da corporeo pesa troppo. Non decolleremo mai con tutto questo peso. Dobbiamo abbandonarlo qui".

"Cosa?" ripeté Gammatrenta con voce ancora più strozzata, guardando il delicato rosa del Drondolo. La grossa sfera era curiosamente allungata. "Abbiamo girato in su e giù per questo sciagurato pianeta per più di mezz'ora per radunarne tutte le conoscenze e i linguaggi nel Drondolo e ora dobbiamo abbandonarlo?"

Acqua allargò tutti i polpastrelli oramai nerastri di sconforto

"Se il Drondolo non vira,

da corporeo gira e gira,

pesa troppo per volare,

e proprio qui dovrà restare". Rispose

"Ma come diamine sta parlando?" chiese Gammatrenta allibito e preoccupato. Sul manuale di volo intergalattico c'erano un paio di capitoli su come fronteggiare eventuali crisi di follia, ma Gammatrenta non era certo di averli memorizzati. Se la crisi di follia era di un indigeno bisognava sparargli, se di un membro dell'equipaggio minacciare una decurtazione della paga. Doveva senz'altro essere così, il contrario sarebbe stato problematico: cosa gliene poteva importare a un indigeno di una decurtazione di una paga che tanto nessuno gli aveva dato? In tutti i casi abbattere Acqua subito, magari a badilate, gli sembrava più costruttivo che non minacciare di tagliargli gli straordinari. Certamente più divertente.

"Il primate abbiam sfiorato, quel che il tramvai ha poi frenato...eeehm, cioè, il veicolo che ha fracassato l'astronave era guidato da una scimmia antropomorfa, si chiamano umani, che pensava in un sistema di sillabe ritmate, loro lo chiamano parlare in rima. Il sistema si è contagiato al Drondolo che ora ha passato a me insieme a tutto il suo contenuto". Spiegò Aquindici "Comprendo tutte le lingue del pianeta terra, ogni conoscenza dei terrestri mi è nota e so anche parlare in rima. Bene, in fondo è carino. Un umano abbiam sfiorato, che il tramvai ha poi frenato, ed il drondolo se parla, la sua rima ormai sa farla. Visto che ho toccato il drondolo a sufficienza da averne incamerato le conoscenze completamente, possiamo farne a meno. Lo possiamo qui lasciare, tutto io potrò sapere".

"Celestiale. Pensa che parlerà così fino a casa? Diciotto miliardi di parsec in sillabe ritmate?" Chiese Gammatrenta sempre più gelido. Finalmente ebbe l'idea, ancora più brillante dell'abbattimento dell'altro, oltretutto non era certo ci fosse un badile a bordo.

"È impensabile abbandonare il drondolo e noi non abbiamo mezzi per distruggerlo.Gli Umani potrebbero trovarlo, chiedersi cosa accidenti è, potrebbero farsi venire una crisi di paranoia, la guerra dei mondi, qualcosa del genere. Lo scambieranno per un'arma segreta, ognuno accuserà qualche altro governo umano di averlo fabbricato,  e riprenderanno a menarsi tra di loro. Non vorrà renderci responsabile di un'altra guerra mondiale tra questi barbari? Ci è stato raccomandato di non interferire. Perché non resta qui anche lei a controllare il Drondolo?" Chiese, improvvisamente dolcissimo, amichevole, quasi fraterno. "Così il peso di carico sarebbe ulteriormente diminuito. Mancherebbe anche il suo. L'astronave, così leggera, volerà in maniera squisita, celestiale. Non le pare?"

"Non sarebbe grave se qualcuno trovasse il drondolo". Insisté Aquindici. "Così allungato sembra una salsiccia. Lo scambieranno per una salsiccia".

"Una che?" Si informò Gammatrenta sempre più ilare e lieto.

"Una salsiccia: è un tritato di grasso, carne e sale infilato in un pezzo di budello di una creatura chiamata maiale...Le informazioni sono nel drondolo, alla voce gastronomia, enologia, confetture e gelati". Spiegò il Capitano di Vascello.

"Ohhhhhh, la prego, potrei vomitare". Cinguettò Gammatrenta. "Lasci perdere le sue descrizioni di grasso e budella e non si preoccupi. Devo fare un paio di commissioni, a casa, riposarmi un po' e poi tornerò  a prenderla".

Acqua era costernato. Terrorizzato anche. Gammatrenta si godette i suoi polpastrelli viola scuro.

"Ma ci vorranno mesi!" Balbettò.

"In effetti!" Sorrise amabilmente Gammatrenta. "Non molti però. Una mezza dozzina, dieci al massimo. Tanto siamo immortali, ricorda? Mese più, mese meno. Non si preoccupi. Questo pianeta, così bello, pieno d'acqua, le somiglia. Lei e gli abitanti avete già così tante cose in comune. Sapete che cos'è una salsiccia, parlate a sillabe ritmate. Le piacerà stare qui".

Acqua cercò ancora qualcosa da dire. Annaspò inutilmente, non lo trovò.

Gammatrenta aprì il portellone centrale, con un gentile colpo di coda fece rotolare fuori il drondolo, poi con un secondo colpo, altrettanto gentile, ma decisamente più fermo, spinse fuori Acqua.

"Tutti i miei auguri". Pigolò giulivo. "Ma ora che ci penso, lei ha bisogno di un appuntamento preciso. Ci vediamo in questo posto preciso tra centoottantasette giorno esatti, e ventitre minuti. Aspetterò otto minuti, poi me ne andrò e non tornerò mai più. Quindi cerchi di esserci".

Chiuse il portellone.

Decollò in un tripudio di lucine.

L'astronave vibrò leggermente fino a che fu in contatto con l'aria terrestre, per ritornare silenziosissima nella stratosfera.

Gammatrenta si distese sereno a guardare le stelle che scivolavano via veloci dall'altra parte dell'oblò.

I polpastrelli erano di un delizioso color rosa confetto. Le informazioni su cosa fosse un confetto e su quale sfumatura di rosa fosse la più idonea era anche quella nel drondolo alla voce Enologia, gastronomia, gelati e bevande. Gammatrenta se le era contagiate quando lo aveva spinto con la coda.

Sapeva tutto su quel pianeta emotivo e acquoso, barbarico, caotico e ridicolo.

Perfetto per Aquindici.

Gli avrebbe insegnato a stare al mondo.



Capitolo 3 - Inizio della Permanenza.

Il Capitano di Vascello si ritrovò accovacciato in mezzo alle rotaie, immerso nella nebbia del mattino.

Faceva un freddo porco. Cominciò a tremare. "Quell'immondo assai dannato sulla terra mi ha mollato" gli risuonava inutilmente nel cranio incorporeo insieme all'altrettanto inutile" E adesso che ci faccio? Questo è certo un bell'impiccio".

Su una cosa il capo spedizione non aveva avuto torto. Meglio che gli umani non trovassero il drondolo. Sembrava indubbiamente una salsiccia, ma era opportuno non correre rischi: la segretezza era una necessità primaria. Le raccomandazioni alla spedizione erano state categoriche.

Nonostante la virtualità del suo essere corporeo Aquindici riuscì a far rotolare dolcemente il drondolo lontano dalle rotaie verso il marciapiede. Non fu semplice: il suolo era pieno di foglie morte e mezze marcite, che si appiccicavano alla superficie esterna del drondolo modificandone la vischiosità e deformando ulteriormente le già sbilenche circonferenze. che bisognava scollare controbilanciando l'adesività dovuta alle onnipresenti molecole di acqua.

La tragedia furono le pozzanghere, due, enormi, oscenamente sudice. Gelide. Non c'era solo orrida acqua gelida là dentro, ma fango, nicotina e cellulosa, risalenti a un mozzicone di sigaretta, nichel e cadmio visto che qualcuno riaveva buttato anche una batteria usata da un volt e mezzo e un coleottero, più comunemente detto scarafaggio, in avanzato stato di putrefazione nelle cui ali Aquindici inciampò ripetutamente.

Oh madri mie,

la terra fa schifo assai,

grande schifo e molti guai

qui saranno il mio destino,

o me povero tapino.

Il sole era a alto dietro le nuvole basse quando finalmente Aquindici e il drondolo raggiunsero il bordo del marciapiede. Fu a quel punto che comparve un canide  di sesso femminile, tra i quattro e cinque mesi, piccolo, basso e lungo con i colori mischiati, a macchie: c'erano bianco, nero e marrone. Era una razza selezionata nel quindicesimo secolo per la caccia alla volpe a piedi, ma usata al momento soprattutto come cane di compagnia. Acqua si chiese chi, in quell'infinita città poteva cacciare volpi a piedi, e dedusse che la compagnia del canide, per motivi clamorosamente  incomprensibili, doveva a essere considerata un pregio su quell'inondato pianeta di folli e di barbari. Il canide  scodinzolò, abbaiò e si fermò a emettere dalla vescica un getto di orina, soluzione calda di acqua, composti azotati e ioni. Questo avrebbe aumentato nettamente il livello di ammoniaca delle pozzanghere, il che, come Aquindici si distrasse a pensare, avrebbe probabilmente rallentato il processo di putrefazione del coleottero.

La distrazione gli fu fatale. Quando finalmente si accorse che il canide stava per inghiottire il drondolo, era troppo tardi. Aquindici non ebbe tempo nemmeno di mollare la presa.

Il drondolo in effetti  somigliava molto a una salsiccia. Su qualcosa aveva avuto ragione anche lui.

Si ritrovò nella gola della bestiola: i denti erano pieni di residui di roba da mangiare delle più improbabili composizioni e l'alito risultò mefitico, anche se deliziosamente tiepido. Aquindici e il drondolo traversarono faringe, esofago, giunzione esofago gastrica, finirono nello stomaco, furono innaffiato dai succhi gastrici, un orrido mix di pepsina e acido cloridrico, che distrussero definitivamente le delicatissime impalcature del Drondolo.

Questo schifo di giornata

anche in acido è finita.

E mangiata

e digerita

la mia vita qui è stata.

Aquindici ne ebbe veramente abbastanza. Il drondolo a quel punto non poteva che essere ulteriormente digerito o vomitato e lui preferiva non essere coinvolto in nessuna delle due eventualità.

Nel primo caso avrebbe traversato piloro, intestino tenue e crasso e incontrato bile, succo pancreatico e una serie inenarrabile di batteri colici, nel secondo avrebbe esplosivamente ripercorso il primo tratto del tubo digerente in mezzo a spruzzi di acido.

Abbandonando quel che restava del drondolo, sospese completamente la sua corporalità da virtuale a irreale, e risalì al sistema nervoso centrale della bestiola, dentro il cranio, dietro gli occhi. Midollo allungato, mesencefalo, quarto ventricolo, terzo ventricolo, ventricoli laterali, corteccia cerebrale, corpo calloso. Tutto in ordine. Nessun problema neurologico. La bestiola era intrinsecamente disgustosa, ma per lo meno in buona salute e con una  temperatura interna deliziosa.

Il canide sentì la presenza di Aquindici nella testa e scodinzolò. Era una creatura amichevole e socievole, detestava la solitudine. Aquindici era una creatura fondamentalmente meno euforica e parecchio più selettiva nella scelta della compagnia. Tutta quell'ondata di emotività lo nauseò. Era come essere leccato: nel lobo limbico in effetti c'era tenace il desiderio di conoscerlo e riempirlo di bava. Altra caratteristica desolante era l'entusiasmo del canide  per l'ammoniaca e i feromoni escreti dalla vescica di altri canidi, e in tutti i casi avrebbe inseguito la traccia di una volpe fino alla tana, era il motivo per cui era stata selezionato quel tipo di razza.

Aquindici si mise in contatto con le sinapsi della corteccia motoria e dette ordine al canide  di sedersi. Sia pure se lentamente e di malavoglia, il canide  eseguì: lui era quindi in grado di controllarne i movimenti. Non completamente, probabilmente: solo quando il canide non aveva di meglio da fare, orina da annusare o spazzatura da divorare. Sarebbe comunque stato accettabile. Visto che la sua permanenza sul pianeta terra avrebbe dovuto essere di qualche mese, tanto valeva mettersi comodi. Il cervello del canide era un posto meno indegno dell'asfalto lurido e delle pozzanghere. Per lo meno lì non c'erano foglie marce, coleotteri e ammoniaca.

Nel piccolo cervello, dentro il lobo frontale dell'emisfero cerebrale sinistro c'era il nome. Il canide si chiamava Giuggiola, nome del frutto dell'omonimo arbusto, di scarso contenuto glicemico, peraltro utile per la prevenzione dello scorbuto invernale nelle zone più povere del diciannovesimo secolo, spesso servito previa bollitura, da cui anche la dizione brodo di giuggiola. Aquindici trovò piuttosto idiota che un mammifero portasse il nome di un vegetale, la terra in effetti non era su un pianeta famoso nell'universo per la razionalità. Alla voce addestramento delle enciclopediche conoscenze che il drondolo gli aveva passato, era specificato quanto grazia e cordialità fossero raccomandabili con i canidi: si ottenevano risultati migliori. Con gli orsi invece sarebbe stato più indicato un bastone con la punta elettrificata e con i delfini una cesta di aringhe. Era stato fortunato a imbattersi in un canide. Un orso o un delfino sarebbero stati indubbiamente più complessi da addestrare.

"Giuggiola!" Sussurrò Aquindici. "Sei un canide domestico, vero? Hai il cinturino di cuoio al collo. Bene canide, si va a casa. Brava, brava, cagnolina, torna alla sua casina, brava, brava piccoletta, torna alla sua casetta". Il canide scodinzolò di nuovo e si avviò. Il linguaggio in rima aumentava la serotonina della zona limbica e lo scodinzolamento.

Nell'ippocampo della creatura c'era l'informazione sull'ubicazione dell'abitazione. Aquindici riconvertì nel sistema metrico decimale il numero di passi.

Dovevano traversare, poi si svoltava a sinistra e dopo trentun metri e ottentotto centimetri si arrivava al negozio dove vendevano pezzi di animali morti. Qui si traversava di nuovo e si procedeva per trentun metri e nove centimetri fino al palo con sopra l'orina di tutti i cani maschi della strada, erano undici, e poi sempre dritto. Fortunatamente non c'era traccia olfattiva di volpi.

Alla voce "Leggi e Ordinamenti" del Drondolo c'erano le regole del Codice Stradale. Aquindici cercò il semaforo e aspettò il verde, si accertò non passasse nessuno e solo dopo dette ordine al cervello del canide di traversare. Si era già preso un tram sull'astronave e per quel giorno era abbastanza. Inoltre Giuggiola non era immortale e se un'auto l'avesse spalmata  in poltiglia sull'asfalto, lui avrebbe dovuto ritrovarsi un'altra sistemazione e questo sarebbe stato sgradevole.

"Ehi!" Gridò ammirato un tizio su un motorino giallo, inchiodando. "Quel cane attraversa al verde, sulle strisce, dopo aver guardato a destra e a sinistra!"

La prudenza ormai ho imparato, l'incidente mi è bastato, cantilenò Aquindici, mentre faceva contatti sinaptici diretti tra neuroni visivi e motori, così che il cane imparasse definitivamente a traversare. Anzi, meglio. Al cane ormai era impossibile traversare se non con il verde e dopo aver guardato. Era il sistema dei riflessi condizionati, studiati da tale dottor Pavlov in un qualche laboratorio in un posto chiamato Russia. Anche se Aquindici si fosse distratto, il canide non si sarebbe fatto ammazzare e lui non avrebbe dovuto sloggiare, non prima di essersi trovato una sede migliore, almeno.

Aquindici pensò un attimo a Gammaottododicidieci, in quel momento comodamente stravaccato nell'astronave dall'altra parte della purezza dell'iperspazio, mentre lui era disperso nel cranio di una creatura bavosa e scodinzolosa, su un pianeta acquoso ed emotivo, pieno di pioggia e foglie cadute.

Arrivarono al negozio dove vendevano pezzi di carne morta, c'era una vetrina illuminata da una luce livida, sotto la monumentale scritta Macelleria, Gastronomia e Salumi. Lì il canide si inchiodò. Aquindici non riuscì a contrastarne la volontà, anzi a un certo punto Giuggiola si fiondò nella bottega e addentò un pezzo di muscolo ileo psoas di bovino giovane.

"Quel cane ha rubato il mio filetto di vitello!" urlò il primate di guardia alla bottega di carne morta.

Il canide schizzò via inseguito dal primate e corse su e giù sul marciapiede fino a quando ci fu il rosso. Traversò solo quando scattò il verde, e solo dopo aver guardato da una parte all'altra.

L'umano sul motorino giallo, lo stesso di prima, inchiodò di nuovo:

"Ehi!" Gridò. "Quel cane ha di  nuovo guardato a destra e sinistra prima di attraversare, e non ha traversato prima del verde".

Aquindici si sentì contento e la tenerezza per il  dottor Pavlov lo travolse per qualche istante.

Il primate della bottega riuscì a raggiungerli a riagguantò il suo pezzo di muscolo ileo-psoas. Il canide mollò la presa, anche per interferenza di Aquindici e scappò nella direzione registrata nella porzione dell'ippocampo della memoria recente indicava come verso casa. Verso la casa attuale. La casa del canide non era sempre stata quella. Era solo da una rotazione della terra sull'asse, con relativa alternanza di luce e notte, che era venuta ad abitare lì.

Alla casa non ci arrivarono. Il canide si inchiodò al palo, quello sontuosamente ricco di urina di canidi maschi. Erano tredici. Se ne erano aggiunte due. In più c'erano tracce nerastre incrostate sul fondo delle crepe dell'asfalto, sangue, vecchio di qualche mese, probabilmente sangue di mammifero, per quel po' di analisi che Aquindici riuscì a fare basandosi sul sistema olfattivo del canide.

Di lì il canide non si spostò. Non ci fu niente da fare. Restarono attaccati al palo ad annusare  urine fresca e vecchia emoglobina.

Quello, almeno, Gammaottododicidieci non lo avrebbe saputo mai.



Capitolo 4 - Indaco Caterina detta mamma.

La professoressa Indaco si sarebbe messa a piangere. Come se ancora tutto il resto non fosse bastato, si era anche persa il cane. Giuggiola si era volatilizzata.

La professoressa Indaco Caterina era detta Cati dal suo coniuge, Catina dalla propria madre, Caterpillar da qualcuno dei suoi studenti, Catina la Iena da qualcun altro dei suoi studenti, quelli che non riuscivano ad arrivare al 6 -, che, però, anche loro, le volevano bene.

Poi c'era la sua bambina che la chiamava mamma.

La sua bambina aveva pronunciato la parola mamma l'ultima volta a dicembre dell'anno prima, il 23 dicembre, la vigilia della vigilia di Natale, scuola finita, ultimi regali da fare. Ilaria aveva detto " Vado a fare un giro in centro, mi mancano tre regali, mamma". Dopo di che aveva preso il motorino e lo aveva usato seguendo rigidamente le istruzioni: era stata sulla destra e si era fermata ai semafori rossi. Era stato l'altro, quello del camioncino, che non era stato sulla destra e non si era fermato ai semafori rossi. Il poveruomo si era fatto uno spinello e mezza birra, che mica sono niente mezzo spinello e mezza birra. Ha un nome così carino lo spinello, prima c'è lo spi che ricorda lo spirito, la spuma, uno spumeggiante spirito, una spirituale spuma, poi il diminutivo, che alleggerisce ulteriormente. Spinello sa di spiritello, un qualcosa che rende lo spirito live. E così, lieto e giulivo e con lo spirito lieve, l'autista non si era fermato ai semafori rossi, non aveva tenuto la destra, e aveva preso in pieno la sua ragazzina che, da allora, non aveva più pronunciato la parola mamma.

Il tizio del pulmino si era scusato. Certo che si era scusato. Gli era dispiaciuto tanto. Ma veramente tanto.

D'altra parte, mica si può crocefiggere un poveraccio solo perché si è fatto uno spinello.

No certo.

Solo seppellire i morti e contare i feriti che non spumeggiano così tanto. Ilaria faceva parte dei feriti, visto che non era morta, non troppo almeno, comunque non del tutto. Da allora dormiva, un sonno profondo e assoluto, come la Bella Addormentata, in uno dei letti della terapia intensiva, poi della neurologia e alla fine dei lungodegenti.

Lo spirito della Professoressa Indaco non aveva più spumeggiato.

"Per fortuna aveva il casco". Aveva detto un neurologo lungo e tristissimo, che sembrava un fenicottero a lutto. "Altrimenti sarebbe morta".

"Invece è viva?" Avevano chiesto insieme la professoressa Indaco, e il di lei coniuge, Rossi Domenico, detto Mimmo, nella speranza evidente di essere rassicurati. Morta, Ilaria non era morta, ma non è che fosse neanche viva, non nel senso tradizionale di uno che apre gli occhi, mangia, beve e dice mamma. Era la Bella Addormentata. Per sempre? L'ossuto fenicottero aveva scosso la testa in un gesto vago.

Lei e Mimmo erano rimasti a fissarsi.

La colpa li schiacciava come un sudario.

Avevano ceduto.

Avevano comprato il maledetto motorino.

Dopo due anni di resistenza.

Ilaria era stata l'unica di tutta la classe a non possedere il maledetto motorino. Poi, uno dopo l'altro, avevano cominciato ad avere i dubbi.

Era uno sbaglio.

Ilaria non poteva mai seguire gli altri. Ne stavano facendo un'isolata. Anche al Conservatorio, dove Mimmo insegnava chitarra classica, non c'era un solo ragazzino/a senza motorino. Non dovevano essere iperprotettivi. Ilaria era una ragazzina saggia. Sarebbe stata attenta. Sarebbe andato tutto bene.

Da quel maledetto 23 dicembre vivevano come due folli.

Da quel maledetto 23 dicembre non vivevano.

Sopravvivevano.

Il tempo sembrava insieme immobile e in una corsa folle. I giorni passavano follemente lenti, follemente veloci, follemente uguali.

Era colpa loro. Non avrebbero dovuto mollare, non avrebbero dovuto cedere al ricatto indegno se rendere il proprio figlio un isolato o se rischiare di rendersi corresponsabili della sua morte.

Dispersa nel suo nulla, scandito solo dal ticchettio dell'elettrocardiografo e dal soffio lieve del respiratore artificiale, la Bella Addormentata si limitava a non morire.

Dopo il maledetto 23 dicembre, c'era stato il 24, una vigilia triste e irraccontabile, e poi il 25, un Natale disperato e irraccontabile, poi un capodanno accasciato e irraccontabile e con carnevale la prima buona notizia. Ilaria era stata tolta dalla rianimazione del Pronto Soccorso e spostata alla rianimazione in Neurologia.

"Vuol dire che non è più in pericolo di vita, no?" aveva chiesto la Professoressa Indaco. "È una buona notizia, vero?"

"Vuol dire che non necessita più di terapia intensiva per acuti". Aveva risposto il fenicottero inespressivo.

Il  quindici febbraio il fenicottero aveva comunicato il trasferimento di Ilaria alla Rianimazione per Lungodegenti.

"È perché sta meglio?" Avevano chiesto insieme.

"Stazionaria". Aveva concluso l'altro. "Però ai Lungodegenti sta più comoda".

"Più comoda?"

"La fisioterapia è sullo stesso piano".

"Ha bisogno della fisioterapia per riprendersi?"

"Ha bisogno della fisioterapia per evitare le piaghe da decubito da immobilità".

"Non dovremmo leggerle qualcosa? Quello che le piace di più. Parlarle. Farle sentire musica? Così si riprende". Avevano chiesto in due. Il fenicottero aveva fatto un gesto vago: l'inconfondibile espressione di quello che è pensa che le delusioni siano peggio di una costante disperazione e quindi preferisce troncare le illusioni sul nascere, a picconate.

La Professoressa Indaco per un istante aveva odiato il fenicottero con tutta la sua forza, poi si era ringoiata l'odio. Lei era in quell'inferno solo da Natale, il pover'uomo ci stava da anni. Erano anni che il fenicottero portava il suo naso adunco e la sua faccia allungata in quel limbo limaccioso e livido, sospeso tra la morte e la non vita, dove si faceva la fisioterapia alla gente perché non gli venissero le ulcere da decubito. Si doveva essere corazzato, imbozzolato, rinchiuso in quel sarcofago di indifferenza per non morire di tristezza anche lui. Era per quello che riusciva a non cambiare mai espressione. Però mandava avanti la baracca, evitava le piaghe da decubito, controllava i respiratori, chissà, prima o poi, a volte, dimetteva qualcuno guarito.

"Vuol dire che vivrà". Aveva detto quella sera Mimmo. "Non è morta. È sullo stesso piano della fisioterapia. Vivrà. Guarirà, sarà di nuovo lei. Adesso le compriamo il cane. Certo, le compriamo un cane. Lei lo ha sempre voluto un cane. Era sul cane che dovevamo mollare, non sul motorino. Ma adesso si va avanti. Non indietro. Niente recriminazioni. Adesso si va avanti. Le compriamo il cane. E glielo portiamo in ospedale. Ora è ai lungodegenti. Non più con gli acuti. Portare un cane in un reparto per acuti è un crimine. Lì deve essere tutto sterile, pulito e un cane è sporco. Ma ai lungodegenti i batteri del cane non sono così pericolosi. Compriamo un cane e glielo portiamo".

"Certo". Aveva risposto la Professoressa Indaco. "Bella idea." Aveva approvato. "Noi le compriamo il cane, lo portiamo in ospedale, posiamo la mano di Ilaria sul muso del cane, Ilaria esce dal coma, noi scriviamo la storia, vendiamo il soggetto alla Walt Disney, così ci facciamo anche un po' di soldi e il prossimo Natale andiamo tutti e tre a Los Angeles. Li accettano i cani sugli aerei, vero?"

La faccia di Mimmo era crollata. Era riuscita a crollare perché prima si era illuminata e quella era stata la prima volta dopo una serie di giorni folli, follemente lunghi, follemente corti e follemente uguali che si era un po' illuminata. La professoressa Indaco si era rimangiata il sarcasmo. Se lo era rimangiato di volata.

Si era scusata anche. Era aggressiva e acida perché era stanca. Certo. Era stanca, aggressiva e acida. L'idea del cane era ...ecco come dire? Era buona. Certo. Le emozioni per uscire dal come. Ilaria aveva sempre voluto un cane. Le avrebbero portato il cane.

Erano partiti il giorno successivo, dopo aver localizzato il cucciolo via internet, un basset hound, a Ilaria piacevano i Basset hound, aveva l'immagine dei loro occhi tristi e delle loro orecchie smisurate su una maglietta, un calendario, un astuccio e la pezzuola per pulirsi gli occhiali. Se fosse stata ancora in grado di volere qualcosa avrebbe voluto un basset hound, razza selezionata secoli prima per la caccia alla volpe a piedi, bassi, lunghi, lenti, forti, ostinati, grandi orecchie, zampone corte e forti, occhi enormi. Forse a Ilaria piacevano perché non somigliavano per nulla alle filiformi modelle cui  neanche lei somigliava per nulla. Era la prima volta in quella infinita serie di giorni folli in cui facevano qualcosa. Erano passati dal "non c'è niente da fare" o perlomeno "non c'è niente che noi possiamo fare" allo " stiamo facendo qualcosa". La campagna scivolava via dall'altra parte del finestrino. Aironi si alzarono in volo sul grigio delle risaie. Mimmo si era anche permesso un sorriso all'autogrill mentre guarda i pompon colorati da appendere al cellulare. Gli scappò di dire che Ilaria lo avrebbe voluto verde smeraldo, e visto che c'era lo comprò. Per un istante furono di nuovo  genitori veri di una ragazzina vera, qualcuno che usava il cellulare. Per un istante.

Alla Professoressa Indaco l'idea del cane continuava a sembrare idiota, ma si tenne l'informazione per sé, perché quel giorno almeno avrebbe fatto da parziale vacanza alla follia dei loro giorni tutti uguali. L'allevamento era un casa piccola circondata da grandi gabbie. Il cane aveva un prezzo da capogiro, lo stipendio di un mese, in compenso disponeva di un pedigree di tre pagine, che includeva altisonanti nomi come Pignacolada, e Eufonia dei Grandi del Caprifoglio.

"Una principessa!" Aveva commentato Mimmo. "Se avesse la parola, non ce la rivolgerebbe".

Aveva sulla faccia con un sorriso stinto, l'inconfondibile sorriso del "ti prego, non dirlo" e, quindi, la Professoressa Indaco non lo disse che era un'idiozia. Si limitò a guardare suo marito mentre, senza battere ciglio e senza neanche provare a contrattare, pagava uno scodinzoloso botolo  con uno dei loro stipendi, così che potesse illudersi di star facendo qualcosa. Quando presero lo scodinzoloso botolo e se lo caricarono in macchina Mimmo sorrise di nuovo e con questo faceva tre sorrisi in due giorni.

"È simpatica, vero?" chiese ancora Mimmo. "Simpatica e affettuosa". La Professoressa Indaco aveva annuito. Ne avrebbero trovati di altrettanto simpatici e affettuosi gratis al canile municipale, ma Mimmo aveva l'assoluta necessità di staccare quell'assegno, così da avere l'illusione di star facendo qualcosa, perciò annuì. Forse la Walt Disney avrebbe pagato bene e loro avrebbero ricuperato i quattrini. Quelli del cane e quelli del pompon verde smeraldo che aveva nella borsa.

Simpatica e affettuosa.

Anche per Ilaria le sarebbero venuti in mente quei due aggettivi. Simpatica e affettuosa. Simpatica, affettuosa, intelligentissima, solitaria, la straprima della classe. Una ragazzina che impazziva per Shakespeare, per Dante, che passava il suo tempo a guardare e riguardare il Cirano. Sua figlia ascoltava Mozart, un altro baratro che la separava dagli altri.

Ilaria era bella. Bellissima. Sua figlia era bellissima. Era nata bella e poi era diventata splendida. La Professoressa Indaco sapeva che sua figlia era bella. Lo sapeva. Lo aveva sempre saputo. La bellezza di Ilaria però era un'informazione riservata, praticamente segreta. Ilaria la ignorava. Tutta la generazione di Ilaria la ignorava. Ilaria era bella come una dea mediterranea, una giovanissima Giunone. Era piccola, tonda bruna con i capelli a riccioli, gli occhi scuri. Apparteneva a una generazione dove l'unica bellezza per una ragazza era una pericolosa somiglianza con uno scheletro molto allungato addizionato a due improbabili quanto enormi protesi al silicone nella parte anteriore del torace.

Simpatica, affettuosa, intelligentissima, solitaria. Bella. Bellissima. Un po' timida. Convinta di essere brutta.

Ora l'unico aggettivo con cui era descritta Ilaria era "stazionaria", orrenda parola che il fenicottero ripeteva.

Era stata simpatica, affettuosa, intelligentissima, solitaria, bella, bellissima, un po' timida, convinta di essere brutta.

Ora era stazionaria.

Tutte le volte che il fenicottero pronunciava quella parola, la professoressa Indaco sentiva un'oscura fitta al fondo dell'addome, come una specie di doglia. Quella folle sequela di giorni folli le ricordava un parto infinito, una serie di contrazioni eterne ed inutili, un dolore che non portava da nessuna parte: Ilaria e l'eternità restavano stazionarie.

Mentre tornavano a casa, la cagnolina si era messa a ronfare sul sedile posteriore. Per tutta la loro vita era stata Ilaria a vegliare o dormire sul sedile posteriore. Ora avevano di nuovo qualcuno sul sedile posteriore.

La professoressa Indaco si era chiesta con orrore se per caso non stessero già organizzando il "dopo Ilaria". Avrebbero sostituito una ragazzina dolce e affettuosa con una cagnolina dolce e affettuosa.

Di nuovo non disse nulla, ma detestò il cucciolo con tutta l'anima.

Avevano deciso di aspettare  qualche giorno prima di fare l'esperimento di portare la bestiole nella stanza di Ilaria. Un mese era passato. Mimmo continuava a rimandare perché fino a che rimandavano c'era l'illusione che forse avrebbe funzionato.

Quella mattina la Professoressa Indaco si era persa il cane. Era la sua mattinata libera. Aveva un mucchio di ore, una dopo l'altra. Dopo aver messo il guinzaglio al cane e aver fatto le solite strade, la professoressa Indaco si nera trovata davanti al Duomo, pregevole edificio del tredicesimo secolo, dove non entrava da anni, in effetti da decenni, e dove quella mattina entrò, seguita dal cane, chiedendosi se era permesso ai cani entrare in chiesa. Entrò tanto per fare qualcosa. Entrò perché faceva un freddo porco, anche se erano già al 15 di marzo e per sedersi. Solo per quello. Entrò e si sedette in fondo, nella chiesa deserta, sperando che nessuno si irritasse per la presenza del cane. Restò lì solo per scaldarsi e mentre era seduta, si chiese se era il caso di pregare, tanto per fare qualcosa, come erano andati a prendere il cane, altrettanto inutile, ma per lo meno più economico.

Non riuscì a emettere nessun pensiero.

Nemmeno il più semplice, "aiutatela", cinque sillabe.

Non poteva chiedere di salvare Ilaria se altri non erano stati salvati. Se il dolore esisteva, a che titolo chiedere che la sua famiglie ne fosse esente?

Restò lì con il cervello paralizzato, il cane insolitamente tranquillo, sotto lo sguardo degli affreschi e delle sculture. Sopra di lei una Madonna teneva tra le braccia il figlio martoriato. La professoressa Indaco sentì lo strazio per il figlio dell'altra oltre che per la sua bambina. Non ne poté più. Uscì.

Fu all'uscita che si perse il cane.

Doveva aver agganciato male il guinzaglio. Appena fuori del portone Giuggiola aveva dato uno strattone ed era corsa via.

Anche se credeva di non aver mai nutrito la benché minima speranza sulla capacità del cane di ispirare alcuna emozione al cervello della sua bambina in coma, la Professoressa Indaco  aveva sentito la disperazione invaderla come non mai da quel maledetto 23 dicembre. Si era messa a cercare, chiedendo in giro, urlando il nome del cane come una pazza, come se veramente avesse creduto che Giuggiola avrebbe potuto salvare Ilaria.

Finalmente l'aveva trovata.

Giuggiola era inchiodata ad annusare pipì di altri cani sopra un  palo. Sopra "il palo", quello all'angolo, quello dove era stata sbattuta Ilaria. Doveva esserci ancora in fondo alle crepe dell'asfalto qualche minuscola traccia del sangue di sua figlia.

Era lì da quando il furgoncino aveva sbattuto Ilaria contro il palo e i tre pacchetti appena comprati si erano sparpagliati per terra. Uno per Mimmo, uno per la nonna, uno per lei. Il casco aveva protetto il cranio dalle lesioni dirette, non da quelle da contraccolpo e da allora Ilaria stazionava.

Prima o poi, anche lei e Mimmo sarebbero venuti a mettere i fiori su quel palo, come facevano un mucchio di genitori sui pali, gli angoli, le recinzioni dove si erano ammazzati i loro ragazzini.

La Professoressa Indaco  rimise il guinzaglio al cane, poi crollò. Si mise a piangere. Le lacrime caddero  sul pelo lucido del cucciolo, che uggiolò piano.

Lei restò lì, disperata. Mentre era china sulla bestiola a rimetterle il guinzaglio, Giuggiola le leccò la faccia. La Professoressa Indaco  cercò di liberarsene infastidita, l'allontanò con la mano, poi cedette e se ne restò lì a sentire il tepore della bestiola contro di sé. I suoi singhiozzi si fermarono. Tornò la calma, ed era una bella calma, qualcosa di tiepido e fiducioso.

Di nuovo la Professoressa Indaco  pensò, con orrore, che forse stavano preparando il dopo Ilaria, ma questa volta scacciò il pensiero, anzi, si chinò di nuovo sul cane e di nuovo si fece leccare mentre la accarezzava. Se il cane riusciva a darle una bollicina di consolazione nella sua disperazione, qualcosa forse avrebbe potuto fare per Ilaria.

Si alzò lentamente e si avviò, seguita dal cane.

"Vieni piccola, andiamo". Le disse dolcemente. Certo. Era decisa: l'avrebbe messa in macchina e sarebbe andata da Ilaria. Subito, lei e il cane. Non avrebbe neanche aspettato Mimmo. Carezzare Giuggiola dava  un miscuglio di tenerezza e amore per la vita, una botta di emozione, come avrebbero detto i suoi studenti nel loro intristito italiano rinsecchito e plastificato. Una botta di emozione e la bella Addormentata si sarebbe svegliata.

Avrebbe portato dentro il cane subito, in pieno giorno.

Ce l'avrebbe fatta.

Il miracolo sarebbe successo.

Qualcuno l' avrebbe di nuovo chiamata mamma.



Capitolo 5- L'incontro.

Fortunatamente Aquindici era immateriale: non poteva vomitare. Era anche immortale, questa fu una seconda fortuna perché tutto  quello schifo avrebbe potuto ucciderlo. Il primate femmina che aveva ritrovato il canide si era messo a scolargli addosso liquido dai dotti lacrimali. Altra acqua che si aggiungeva. E poi c'era  tutto quel sentimento. Un'ondata di sentimento. Quella gente non poteva limitarsi a un cambio di colore dei polpastrelli, come ogni creatura perbene? Il primate singhiozzava. Il dolore si contagiò al sistema limbico del canide, che guaì sconvolto. Il primate continuava a singhiozzare scolando acqua, sale e proteine sul canide e toccandolo. Lo scolo di  acqua, sale e proteine era ancora il meno. Aquindici non riusciva più neanche a pensare per lo schifo.  Il contatto aveva fatto da contagio. Tutti i pensieri del primate gli  erano piombati addosso. Niente di bello come la capacità di parlare a sillabe ritmaste, solo disperazione. Quando il primate femmina adulto toccò il cane, Aquindici  vide la ragazzina che non dormiva, ma era in coma, seppe che si chiamava Ilaria. Il primate amava Ilaria e Ilaria stava morendo.

Erano un popolo di barbari. Erano un popolo di idioti. Un non immortale doveva essere idiota parecchio per mettere il sedere su un macchinario a motore a scoppio per farlo andare in fretta. Gli idioti erano mortali, usavano pericolosissimi macchinari a motore a scoppio per andare veloci, si amavano oscenamente gli uni con gli altri, si regalavano a vicenda i macchinari a motore a scoppio e poi quando le cose andavano male ci stavano da schifo e inondavano il cagnetto di casa di cloruro di sodio, proteine e acqua.

Disgustoso.

Ridicolo.

Stupido.

Per fortuna anche quello Gammaottododicidieci non lo avrebbe saputo mai.

Il primate fece salire il cane nel sul macchinario a motore a scoppio. Era un'automobile di colore azzurro cielo. Aquindici si trovò sul sedile posteriore dove il cane si addormentò, così lui perse i contatti visivi con la situazione, ma conservò quelli uditivi: il primate un po' piagnucolava, un po' mormorava che sarebbe andato tutto bene. Ci fu una frenata brusca che svegliò il cane, un parcheggio orrendo dove il primate imprecò parecchio prima di riuscire a realizzare il risultato di mettere il macchinario a motore a scoppio vagamente parallelo al marciapiede e finalmente  scesero. 

L'ospedale era enorme. All'ingresso c'era un tizio che guardò perplesso il canide ma l'ominide femmina, l'ascendente materno dell' umanide cerebroleso chiamato Ilaria, spiegò che aveva il permesso del neurologo:

"È per farle provare un'emozione, così esce dal coma". Spiegò.

"Va bene, ma prenda il cane in braccio". Si raccomandò l'altro e persino Aquindici dentro al canide capì che era poco convinto.

Passarono.

Aquindici era scandalizzato. Fece un rapido conto del numero di batteri per centimetro quadrato di pelo di cane, li addizionò a quelli  presenti nella saliva e ottenne un numero di poco inferiore a quello della galassie. Era un pianeta emotivo, acquoso e barbarico. Irrazionale. Insensato.

Questi scemi son da sempre,

in eterno saran tonti,

tonti e pieni di batteri,

tonti umani poco seri.

Ci furono corridoi e corridoi.

Il posto era splendido. Attraverso una porta semiaperta Aquindici riconobbe un'apparecchiatura per ecografia. Si chiese dove tenevano le macchine per la tomografie assiali computerizzate e per quelle a emissione di positroni. Gli sarebbe piaciuto così tanto vederne una. Loro, immortali e inattaccabili da qualsiasi tipo di accidenti e malattia non ne abbisognavano e quindi non le avevano mai pensate, però erano carucce: gli sarebbe piaciuto tornare a casa raccontando di averle viste. Forse, forse, anche Gammaottododicidieci avrebbe avuto un sussulto di invidia. Aquindici si gongolò un attimo al pensiero.

Salirono con un ascensore: Aquindici si godé il congegno di salita coordinato alle lucine azzurre che illuminavano il numero dei piani. Congegno primitivo, certo, ma non privo di una notevole grazia. 

Sale sale l'ascensore, sale forte col motore, brilla brilla la lucina, un'azzurra lampadina.

Finalmente arrivarono. L'umanide chiamato Ilaria era sdraiato su un letto tutto bianco con la testata in plastica e metallo, collegato ad una straordinaria apparecchiatura di respiratore artificiale, una delle cose più belle che Aquindici avesse visto sul pianeta. 

I motori a scoppio del pianeta  terra erano rozzi, molto più rozzi di qualsiasi astronave, ma le apparecchiature medicali erano aggraziate e divertenti.

Aquindici analizzò la situazione. Il canide non era l'ideale come albergo. C'era quel suo insulso entusiasmo per i felini, le botteghe di carne cruda, la spazzatura e soprattutto l'orina.

Ilaria aveva un encefalo non funzionante, che quindi non avrebbe opposto la minima resistenza. Era l'alloggio ideale, disabitato, caldo, comodo e, in più, stando lì, prima o poi avrebbe potuto dare un'occhiata all'apparecchiature per la Tac o la risonanza magnetica. Probabilmente prima o poi l' avrebbero portata a fare una tomografia, un'ecografia almeno. Avrebbe potuto passare qualche mese di pura vacanza in quell'ambiente ovattato e ragionevolmente asciutto, in mezzo ad apparecchi di semplice ma commovente funzionalità, e poi calcolati centoottantasette giorno esatti, e ventitre minuti. si sarebbe spostato di nuovo verso la pozzanghera ad aspettare Gammaottododicidieci. A piedi, da solo, non ci avrebbe impiegato più di un paio di giorni.

L'unico inconveniente era la perdita del contatto visivo. L'umanide Ilaria aveva gli occhi chiusi.

"Ecco Ilaria!" Disse l'umanide madre. "Guarda! Il cane. La cagnolina. Guarda, quella che piace a te".

Ilaria restò immobile, nel rumore ritmico dell'elettrogardiografo e quello soffice del respiratore. Il cane le posò il muso sulla mano. Quello era il momento. Aquindici scattò e passò da una creatura all'altra e si arrampicò su per il braccio per raggiungere il sistema nervoso centrale. Mentre passava nella vena  succlavia  l'agocannula dell'infusione endovenosa gli fece il solletico, il soffio del respiratore artificiale lo arruffò: da fuori gli era piaciuto, ma dall'interno era fastidioso. Il rumore del cuore era piacevole, molto più forte e lento di quello del cane. Tuum tap, tuum tap, tuum tap, primo tono secondo tono, chiusura dei ventricoli, chiusura degli atri. Bello. Proprio come sui testi di fisiologia. Era un bel cuore forte quello di Ilaria. Avrebbe senz'altro retto ancora i mesi necessari al ritorno di Gammaottododicidieci. Non ci sarebbe stato bisogno di traslocare in un'altra struttura cerebrale.

Aquindici arrivò nel cervello. Per prima cosa avrebbe preso possesso dei neuroni motori che azionavano le palpebre: avrebbe dato l'impulso così da causare l'apertura. Preferiva avere sempre il controllo visivo della situazione.

 Anzi.

Ora che ci pensava.

Perché no?

Avrebbe potuto ripararla, la cerebrolesa. Sarebbe stato una specie di ringraziamento per l'ospitalità. Così la madre sarebbe stata contenta e avrebbe smesso di scolare liquidi dagli occhi e dal naso.

Aquidici diede contento un'occhiata in giro. La contentezza gli passò. Il colpo doveva essere stato devastante. Circonvoluzioni cerebrali, sistema limbico: tutto distrutto.

Non c'era più niente da fare. Solo dopo una ricerca sistematica si accorse che qualcosa che forse era ancora Ilaria restava nel fondo dell'ippocampo, un barlume, più di memoria che di coscienza.

Dopo questa capocciata,

la coscienza se n'è andata.

Aquindici poteva autonomizzare il respiro, quello certo, e poteva farle aprire gli occhi. Si sarebbe liberato del soffio del respiratore, dopo un po' era irritante, e avrebbe ripristinato il contatto visivo con l'esterno.

Era bassa manutenzione ed era  il massimo che si potesse fare.

Ilaria era persa per sempre.

Non si sarebbe svegliata mai più.



Capitolo 6- Registrazioni.

A un certo  punto, nella stanza dell'ospedale, arrivò Mimmo. La professoressa Indaco Caterina, detta Cati, Catina, Caterpillar e Catina, e non più detta mamma da nessuno, lo guardò imbarazzata.

Mimmo era arrabbiato, il sinonimo giusto era stizzito.

Lei non avrebbe dovuto portare la cagnolina da sola. Avrebbero dovuto farlo insieme. Dopo aver aspettato ancora  un po', probabilmente, per avere qualche giorno in più di vaga speranza, qualche raggino di sole sulla nebbia indistinta della loro non esistenza, mentre Ilaria stazionava.  

"Comunque non ha funzionato". Bofonchiò la Professoressa Indaco

 Mimmo la guardò e annuì. Evidentemente, alla fine, non doveva averci creduto troppo neanche lui.

La porta si spalancò e il fenicottero piombò come un fulmine. La rapidità del movimento fu però l'unica variazione.

"Signora, non si può, è un ospedale". Disse sempre calmo e sempre inespressivo.

"Volevo... Ecco speravo che forse, l'emozione della presenza del cane, forse avrebbe..." Farfugliò la Professoressa Indaco. Il fenicottero annuì. Restarono in silenzio per qualche istante, poi ancora qualche istante e alla fine per qualche istante ancora, un silenzio disperato rotto solo dal soffio del respiratore.

Fu a quel punto che Ilaria tossì.

Il fenicottero sobbalzò.

"Ha tossito". Commentò allibito. "Ha tossito." ripeté estatico. "Sta respirando da sola. Il respiratore le dà fastidio. Respira da sola. Non lo avrei mai pensato." gridò quasi.

La Professoressa Indaco e Mimmo ritornarono bruscamente vivi. Fu come nascere di nuovo.

Si abbracciarono.

Il cane, felice in mezzo a quell'improvvisa euforia, abbaiò festoso.

 "Signora, fuori di qui, voi e il cane. Avete fatto bene a portarlo. Ha funzionato. Siete stati bravi. Portatelo sempre. Ora, scusate, dobbiamo stubarla, chiudere la tracheotomia e fare una Tac. Fuori di qui. O mio Dio! Signora guardi. Ha aperto gli occhi!"

Il fenicottero saltellava quanto il cane. La Professoressa Indaco  lo amò; lo avrebbe abbracciato. Lo abbracciò. Si abbracciarono tutti. Abbracciarono Ilaria che non li guardò, non fissò lo sguardo, si limitò a respirare da sola e a tenere le palpebre sollevate, ma già questi erano due miracoli.

Uscirono fuori, portandosi la cagnolina., felici, piangenti di gioia.

"Preparate qualcosa, registrazioni da ascoltare, con le cose che le piacciono, 24 ore su 24. ce la farete... ce la faremo...questa si sveglia...questa la dimettiamo...". Pigolò felice la voce del fenicottero dietro di loro.

Non riuscivano neanche a parlare per la gioia.

La professoressa Indaco e relativo consorte tornarono a casa loro raggianti come pasque, giulivi come fringuelli. Travolsero con la loro allegria tutti quelli che incontrarono sulla strada. Per dare la felice novella, fecero telefonate fino alle due di notte a tutti quelli di cui avevano il numero di telefono, incluso qualche cugino di terzo grado che non sentivano da anni e che non avevano neanche informato dell'incidente di Ilaria. L'ultimo, quello contattato alle due e trentacinque,  fu un cugino di quarto grado che ignorava anche l'esistenza di Ilaria e che comunque non ricordava chi accidenti fossero loro due.

Già quella notte cominciarono il lavoro di preparare le registrazioni che Ilaria avrebbe ascoltato, ventiquattr'ore su ventiquattro. 

Ce l'avrebbero fatta. Sarebbe stata viva. Avrebbe detto mamma. Messo il pompon sul cellulare. Avrebbe giocato col cane. Avrebbe detto mamma e papà.

La Professoressa Indaco  registrò tutto quello che Ilaria amava, lesse i romanzi più amati, e poi le poesie, il Canto di Ulisse, quello di Paolo e Francesca, Shakespeare , il Macbeth, i sonetti, quello che a Ilaria piaceva tanto, Non piangere più a lungo per me di quando non udrai il suono dell'arcigna campana dare l'annuncio al mondo della mia morte.

Mimmo registrò il Canone in re maggiore di Pachelbel, gospel, musica da film, e soprattutto Mozart.

Comprarono un lettore portatile di dvd perché gli occhi oramai aperti di Ilaria potessero guardare e riguardare il Cirano, che lei amava ferocemente, insieme a Dumbo, la cassetta preferita di quando era stata bambina. Andarono in ospedale giorno dopo giorno, da soli, insieme, con e senza cane. Mettevano le cuffie a Ilaria e aspettavano. Quando usavano i film le tenevano lo schermo del lettore dvd davanti agli occhi spalancati. Tutte le volte che poteva Mimmo andava a trovarla portando la sua chitarra. Tutte le volte che poteva la professoressa Indaco era lì con la sua voce. Improvvisavano dei duetti, la voce di lei che leggeva Shakespeare e lui che accompagnava mischiando chitarra classica e jazz. Nella piccola stanza si formavano drappelli di persone appoggiate alla porta o ai muri.

Una sfolgorante primavera riempì gli alberi e i prati di minuscoli fiori. Il sole forte di maggio sostituì quello più dolce di aprile e lasciò il posto a quello veramente infuocato di giugno che verso la fine di agosto si stemperò in una serie di acquazzoni che rasentarono il nubifragio.

Fu a quel punto che la fede della Professoressa Indaco  ricominciò a sfioccarsi. Gli occhi spalancati di Ilaria e il suo respiro regolare erano le uniche stigmate della sua esistenza in vita, in uno spazio che era sempre più simile a un limbo, eterno e limaccioso, che a un luogo da cui i viventi ritornano.

"Ho preparato la registrazione della Messa di Requiem". Disse Mimmo il primo di settembre. Era da sempre il pezzo preferito di Ilaria, soprattutto i movimenti tre, cinque, sette e otto, ma faceva paura. Era la musica più possente e atroce mai scritta. Messa di Requiem. La messa dei morti di Mozart, la musica che Ilaria ascoltava in continuazione nella sua stanza quando la sua tristezza diventava insopportabile, quando era stata ancora una volta isolata, ancora una volta rifiutata. 

"Non lo avevi ancora fatto?" Chiese la Professoressa Indaco .

"No". Rispose Mimmo in un soffio. "Non lo avevo ancora fatto".

Una volta la Professoressa Indaco  aveva letto un articolo di musico terapia. La musica che dà consolazione deve essere dello stesso colore dell'emozione cui dà sollievo. Gli ansiosi devono ascoltare musica frastornante, le note tenui andando bene solo per quelli già sereni.

La sua bambina aveva passato pomeriggi interi a sentire e risentire la Messa di Requiem: il Rex Tremendae e il Confutatis Maledictis.

Non erano riusciti a proteggere Ilaria dalla solitudine, non l'avevano protetta dall'infelicità, non l'avevano protetta neanche dalla morte.

"Va bene". Rispose a Mimmo.

Tanto valeva,  far risuonare la Messa di Requiem. 

Capitolo 7 - Confutatis maledictis.

Era il più bel periodo della vita di Aquindici. Straordinario. Le tac erano splendide, facevano il solletico, e quello era ancora il meno. Lo straordinario era la musica, lo straordinario erano le parole che uscivano dall'apparecchio auricolare costantemente sulle orecchie di Ilaria. 

Era tutto in sillabe ritmate, ma bello da levare il fiato.

Era quello che mancava al Drondolo. Aquindici conosceva Dante, Shakespeare, conosceva anche i loro versi, ma non li aveva mai sentiti, non li aveva ascoltati pronunciati. Conosceva anche la musica, il pentagramma, il valore delle note e delle pause, ma non aveva mai ascoltato nulla di suonato o cantato.

Era un nuovo universo.

All'inizio era stato quasi infastidito da tutto quel sentimento, con i polpastrelli che gli cambiavano continuamente di colore. Non ci fosse stato l'allenamento dato dall'abitudine delle sillabe ritmate, sul pianeta son caduto, fermo sto come un ferito, forse non lo avrebbe neanche sopportato.

Ora amava tutto quello, lo amava ogni istante di più.

Amava le domeniche dove la voce dell'umanide madre e la musica dell'umanide padre si mischiavano.

Amava il Cirano, la storia dell'uomo con il nasone che non osava dichiarasi, nel timore di essere rifiutato per la sua bruttezza. Sul piccolo schermo si illuminava quella storia straordinaria, panorami straordinari, musica, costumi straordinari, una battaglia, un convento, lui che muore non domato da nulla e da nessuno.

Il drondolo aveva posseduto la definizione della parola film esattamente come aveva contenuto lo spartito del flauto magico. Ora Aquindici sapeva che cosa era un film e cos'era il Flauto Magico.

Ad Ilaria Cirano doveva essere piaciuto molto perché lo facevano passare in continuazione. Aquindici avrebbe voluto piombare nella storia, sottoporre Cirano a un intervanto di chirurgia plastica. Anche l'elefantino, quello che si inciampava nelle orecchie avrebbe potuto beneficiarne. Loro sarebbero stati contenti e Aquindici sarebbe stato l'eroe.

Alla fine Cirano moriva, ma il suo onore restava magnifico, come il suo pennacchio bianco. 

Che dite? È inutile? Lo so.

Ma non ci si batte nella speranza della vittoria.

So bene che alla fine voi mi sconfiggerete.

Non importa. Mi batto. Mi batto. Mi batto.

Aquindici era impazzito. Tutte le volta che sentiva quel pezzo saltellava quasi, dentro al cervello di Ilaria, tra i nuclei della base e l'amigdala.

Era bello, era bello, era bello.

Voleva una cosa uguale detta anche per lui. Voleva che qualcuno commentasse le sue imprese con quei versi. O con quegli altri, quelli che facevano: "Nati non foste a vivere come bruti, ma per cercar virtude e conoscenza." Immaginò i suoi viaggi raccontati. Lui, il capitano Aquindici era andato oltre le colonne d'Ercole: aveva visitato per sei mesi il Pianeta Terra e ne aveva riportato il linguaggio a sillabe scandite e aveva sfidato l'irritazione di Gammaottododicidieci. Aquindici se lo ripeté due o tre volte, poi si acquattò.

Non funzionava.

Non era abbastanza, cioè, no, era troppo...il fatto era che...il nocciolo del problema era ...

Suonava idiota.

Non era colpa sua se suonava idiota. Era che lui non aveva la morte. Anche il viaggio oltre le colonne d'Ercole sarebbe stata una buffonata se tutto quello che Ulisse ci avesse rimediato fosse stato un raffreddore e un bel po' di mal di mare.

Mi batto, mi batto mi batto e sfido impavidamente il rischio di una decurtazione di paga per un decennio o due.

Che dite? È inutile? Lo so.

Ma non ci si batte nella speranza di una promozione.

Senza la morte non era possibile poesia, nessun tipo di poesia.

Ogni istante dei barbari doveva la sua luce al fatto di essere contato, il frammento di una vita finita.

Senza la morte l'unico ritmo possibile era quello insulso delle filastrocche, perché senza la morte ogni istante aveva un che di qualsiasi, di ripetibile.

Aquindici voleva la poesia.

"Per poetare con vantaggio,morte e vita stan nel raggio". Cominciò, ma poi si interruppe nauseato. Ne aveva abbastanza di filastrocche.

Voleva le poesia.

Nessun immortale, solo un agonizzante avrebbe potuto dire  io mi batto, mi batto, mi batto. Non piangere più a lungo per me dopo che avrai udito l'arcigna campana.

Se io fossi amica al re dell'Universo,

io pregherei lui per la tua pace,

che hai pietà del nostro mal perverso.

Neanche la dannazione eterna fermava l'amore, quello di una donna per un uomo, quello di un uomo per la conoscenza.

La poesia non aveva senso senza la morte. Anche la poesia terribile, quella cattiva, quella senza speranza. Domani, domani e domani si insinua con il suo piccolo passo giorno dopo giorno fino all'ultimo passo dei giorni segnati, e tutti i nostri ieri non saranno serviti ad altro che a rischiarare agli idioti la via verso la polvere della morte.

Aquindici voleva la poesia. 

"Chi sei?" sussurrò  la voce. "Sei qualcuno, vero? Qualcosa?"

Aquindici restò interdetto.

"Sei Ilaria?" Chiese di rimando.

"Sono Ilaria?" Chiese la voce sempre più incerta.

"Non ti ricordi?"

"No, ma mi ricordo lui. Cirano".

"Sei nell'ippocampo, vero?" insisté Aquindici.

"Non so cosa sia l'ippocampo". Rispose la voce diventando più piccola.

"È l'organo della memoria. Sei memoria, non coscienza". Concluse Aquindici, trionfante per le sue capacità diagnostiche.

La voce disparve.

Aquindici si sarebbe maledetto. Era stato avventato, peggio era stato aggressivo e l'aveva spaventata. Non doveva dirle che non esisteva più. Tra i mortali doveva essere il massimo della scortesia.

Nei giorni seguenti Ilaria non si fece più sentire.

Aquindici si dette da fare per farla tornare. Si massacrò di lavoro per ripulire i ventricoli laterali dai postumi dell'emorragia che li aveva inondati durante il trauma. Levò fibrina, globuli bianchi, tutto quello che intasava l'acquedotto e, a costo di uno sforzo immane che lo stroncò lasciandolo boccheggiante e dolente, rimielinizzò tutti i fasci intercommessurali  che avevano perso la mielina, il lucente strato cellulare che garantiva all'impulso nervoso di viaggiare.

Aquindici impiegò settimane e riprendersi, ma la fatica alla fine fu ricompensata. Mentre riguardava Dumbo Ilaria ritornò. Era sempre solo una voce, ma più forte e chiara.

"Sarebbe sbagliato sottoporlo a un intervento di chirurgia plastica" disse decisa. "Gli amputeresti le sue ali".

Aquindici ci pensò

"Sarebbe sbagliato anche con Cirano".

"Sarebbe sbagliato anche con Cirano". Approvò Ilaria. "Il suo coraggio e la sua poesia nascono dalla tristezza e dalla solitudine. Senza il suo naso sarebbe bello come Cristiano e stupido come una gallina".

All'idea della gallina Aquindici sentì uno strano sussulto squassarlo e si spaventò.

"Cosa mi è successo?" domandò terrorizzato.

"Sei scoppiato a ridere". Gli spiegò Ilaria. "Io sono Ilaria". Aggiunse pensosa.

"Io sono Ilaria". Ripeté la voce. Non era più solo memoria. C'era un barlume di coscienza.

"Sono viva?" chiese.

"Tecnicamente". Svincolò Aquindici.

"Tecnicamente?"

"Il cuore batte e l' attività elettroencefalografia non è completamente scomparsa". Spiegò Aquindici.

"Voglio abbracciare mia madre e giocare con il cane". Disse Ilaria.

"Non è tecnicamente possibile". Concluse Aquindici.

Ilaria sparì di nuovo. Aquindici doveva imparare a essere meno brusco.

Ci fu qualche giorno di solitudine poi attraverso gli auricolari arrivò una musica  travolgente, cantata in una lingua che in principio fu indecifrabile. Con infinita fatica Aquindici riuscì a capire che qualcuno cantava le imprese di un tale Giosuè contro la città di Gerico, in un inglese barbarico.

"Che cos'è?"

"Un gospel. La lingua degli schiavi." Rispose Ilaria. "Io volevo cantarlo. Sono un mezzo soprano. Ho una voce forte. Posso cantare questo e la messa di requiem di Mozart. È il mio sogno salire su un palco. Io canto e gli altri sentono il mio canto. Capisci?".

Aquindici annuì. Capiva. Sentire quel canto. Era come guardare  Cirano che pronunciava il suo monologo. La gente avrebbe ascoltato quel canto e avrebbe ritrovato il coraggio se lo aveva perso.

"Ho cominciato a studiare canto. Sono brava. Ma non salirei mai su un palco. Avrei troppa paura".

"Paura di che?"

"Penseranno che sono grassa. Che sono brutta. Io lo saprò e la mia voce si fermerà".

Aquindici rimase interdetto. Si chiese come era possibile che una persona così intelligente fosse anche così stupida. Poi si ricordò:

"Terrestri!" Bofonchiò esasperato.

Stavano insieme, cercando di parlare il meno possibile delle condizioni di Ilaria. Non c'era molto da dire.

"Puoi riparare ancora qualche cosa?" Aveva chiesto lei un'unica volta. "Puoi farmi muovere?"

Aquindici aveva scosso la testa.

Per distrarla le raccontò delle galassie, del movimento dei soli, degli abissi di nulla dove la temperatura era tanto bassa che gli atomi implodevano, la materia si accartocciava, la luce era impossibile.

"Ho tre madri". Spiegò Aquindici. "Sul mio pianeta devono mettersi insieme tre fattrici per avere un nuovo individuo".

"Tre madri? Sono in tre a inseguirti per farti mettere la maglia di lana?" Chiese Ilaria. Aquindici intuì confusamente che voleva essere una battuta, ma non rise. Nessuna delle sue tre madri gli aveva mai chiesto di mettere la maglia di lana o sarebbe rimasto lì giorno dopo giorno ad aspettare un sussulto, a sperarlo.

Aquindici aveva gusti precisi. Se Cirano gli piaceva, lo stesso non era per Dumbo. La scena in cui la mamma dell'elefantino, incatenata per aver cercato di proteggerlo, lo cullava con la proboscide, invece, lo infastidiva. Era un contatto eccessivo, insopportabile. Nessuna delle sue tre madri lo avrebbe toccato così tanto e per così tanto tempo. Era imbarazzante.

Ilaria cominciò a raccontare cose buffe. Sapeva Aquindici perché gli elefanti non erano rosa? Per non confondersi con le fragole. E sapeva Aquindici perché gli elefanti non vanno in bicicletta? Perché non hanno il pollice per suonare il campanello.

Aquindici si scompisciava. La sensazione del ridere che all'inizio lo aveva quasi spaventato gli piaceva sempre di più.

Studiò quel tipo di narrazione. Quello che faceva scoppiare l'ilarità era la comparsa improvvisa di un elemento talmente alieno alla narrazione da essere assurdo. Ci si mise anche lui.

"Sai cosa fa un fotone dentro un buco nero? Cerca l'interruttore!" spiegò trionfante dopo averci pensato un mese per metterla insieme. Ilaria rise educatamente.

"Mi sarebbe piaciuto studiare astrofisica". Gli disse un giorno. "Astrofisica o neurologia. Sono gli unici campi dove esiste l'ignoto". Poi tacque imbarazzata. Tra di loro qualsiasi discorso sul "futuro" di Ilaria, che in passato era esistito, ma ora non esisteva più, era tabù.

Il primo settembre l'uomo, il primate padre di Ilaria, venne con una registrazione nuova.

Ilaria la riconobbe.

"È la Messa da Requiem". Spiegò. Parlava a stento. Aquindici capì che stava boccheggiando per l'emozione. 

Quella musica era sconvolgente, atroce anche, spaventosa. Aquindici, come il drondolo, conosceva il latino e capì le parole: facevano paura. Minacciavano cose tremende, fuoco e fiamme a chi non avesse ottenuto una specie di sufficienza all'esame finale, un tipo  di brevetto di volo probabilmente, il Giudizio Universale.

"No, non è vero, servono proprio per non avere paura, più di nulla". Cercò di spiegargli Ilaria. In quel momento ricordò. Aquindici vide quei ricordi come fossero stati un film sul lettore dvd.

Ilaria ricordò tutto. Ricordò la scuola, il liceo, lo stupido miserabile piccolo cialtrone che l'aveva fatta aspettare alla pioggia e non era andato all'appuntamento. Lo stupido moccioso era d'accordo con gli altri, era stato una specie di scherzo. Tutti avevano riso di lei. Da allora non era mai più uscita con nessuno. Da allora aveva lasciato qualsiasi sogno di salire su un palco.

Aquindici si chiese come avrebbe potuto trovare il piccolo immondo miserabile. Lo avrebbe trovato, sbeffeggiato, sfidato. Avrebbero duellato parlando in rima e alla fine Aquindici lo avrebbe travolto mentre lo informava che le uniche lettere che, erano quelle necessarie a comporre la parola scarafaggio. Sognò il duello a lungo, sentendo quasi la spada tra le mani, poi abbandonò anche quella fantasticheria. Lui era lato in termini umani un centimetro e mezzo. Anche ammesso che fosse riuscito a trovare il cialtrone, il massimo che avrebbe potuto fare era conficcargli una puntina da disegno in un alluce, sempre che l'altro si facesse beccare a piedi nudi e che lui fosse stato in grado di trovare la puntina.

"Non sono abbastanza bella, credo". Spiegò Ilaria richiamandolo dalle sue fantasticherie.

"Tu sei bellissima. Lo dice anche tua madre".

"Le madri dicono sempre che i figli sono bellissimi". Minimizzò Ilaria. Aquindici scosse la testa: le sue non lo avevano detto mai.

"Quando ami qualcuno, lo trovi bello. Anche se è verde e ha i tentacoli ".

"Tu sei verde e hai i tentatoli?" Chiese Ilaria.

"No". Ripose onestamente Aquindici. "Semitrasparente." Glissò a ogni buon conto sulla statura e sulla coda.

 Ilaria e Cirano non erano alti un centimetro e mezzo come lui. Quello che li avevo distrutti, che li ingabbiava, li imprigionava, inviolato e inviolabile come le mura di Gerico, era la mancanza di fede nella loro capacità di far esplodere l'amore. A Rossana non gliene sarebbe importato un fico del naso di Cirano, se solo lui se ne fosse infischiato. Il mondo doveva essere pieno di uomini con una voglia feroce di perdersi nell'amore per Ilaria se solo lei glielo avesse permesso, uscendo dalle mura grigia della sua timidezza, ma le mura erano inviolate e inviolabili, come quelle  di Gerico.

Alla fine, ultimi, arrivarono i ricordi più recenti: la vigilia della vigilia di Natale. I tre pacchetti per terra.

Ilaria ricordò l'incidente.

Aquindici lo vide con lei. Lo vide chiaro e perfetto. C'era anche la colonna sonora. Il Confutatis Maledictis che risuonava in tutta la sua potenza.

Aquindici vide furgoncino bianco senza controllo che invadeva la corsia contromano. Ilaria non era nella traiettoria. Lei era indietro e completamente a destra. Lei ce l'avrebbe fatta a levarsi dalla strada in tempo, a sterzare. Lei sarebbe stata fuori pericolo. C'era un secondo motorino, davanti a Ilaria e più al centro della strada, con due mocciosi a bordo il più piccolo senza casco. Era l'altro motorino quello che sarebbe stato preso.

Invece di voltare e andarsene, mettere in salvo la sua vita mortale, tornare dalla sua mamma disperata e lacrimosa, Ilaria si era buttata sul motorino, lo aveva superato e poi scalzato via verso destra, fuori dalla strada, dove i due se l'erano cavata con una caduta. La madre di Ilaria non ne sapeva nulla, quindi Aquindici dedusse che nessuno ne sapeva nulla. I due dovevano essersi  rialzati e dovevano essere filati via con il loro veicolo ammaccato. 

Ilaria aveva salvato loro, ma non aveva più avuto il tempo di salvare sé stessa.

Era rimasta sola, tra il furgoncino e il palo.

"Lo hai fatto apposta. Tu eri fuori pericolo. Bastava che ti facessi gli affari tuoi!" Esplose. "Perché?"

Ilaria alzò le spalle. "Uno per due. Come al supermercato. In genere si suppone sia un buon affare".

"Ma tu sei tu. Gli altri non li conoscevi nemmeno".

Ilaria non ebbe esitazioni.

"È quello che dicono le parole della musica". Spiegò. "Adesso lo capisco bene".

"Credete davvero che se non siete buoni ci saranno cose tremende e abissi di fuoco?"

"No, qualcosa di molto più tranquillo e banale. Noi prima o poi noi dovremo guardare in faccia l'angelo della morte e se abbiamo fatto vigliaccate non ne reggeremo lo sguardo. E semplicemente quel non reggerne lo sguardo la cosa tremenda".

Davanti alla morte, come Cirano, Ilaria avrebbe tenuto alto il suo pennacchio bianco.

Ora la coscienza di Ilaria era di nuovo intera, con i ricordi interi ricostruiti. Anche la tristezza di essere rinchiusa in un corpo quasi morto, sindrome del loked in, del rinchiuso dentro, si chiamava nei libri di patologia chirurgica, ora sarebbe arrivata in tutta la sua interezza.

La madre e il padre di Ilaria avevano avuto ragione.

Tutto quel raccontare, tutto quel recitare, la musica erano serviti.

Erano loro ad avere ragione.

Nel fondo del cervello, nel fondo dell'ippocampo, il barlume di memoria di Ilaria era diventato coscienza piena e ora Ilaria c' era di nuovo.

Molto era stato distrutto dall'edema, l'intero sistema di trasporto dell'impulso nervoso era deconnesso, ma c'era di nuovo un punto in quello sfascio che sapeva di essere Ilaria, che ricordava, che voleva tornare a vivere, voleva tornare a casa con i regali, i tre pacchetti della vigilia di Natale.

Era stato Mozart a far scoppiare l'esplosione finale,  Confutatis Maledictis, Rex Tremendae, quella musica che conteneva gli abissi che separavano le galassie e l'infinito che le attorniava. 

Era bella Ilaria. Ad Aquindici piaceva moltissimo. Non era in grado di giudicare la sua statura, il suo viso, il colore degli occhi. Gli piaceva il sussulto che animava quello che restava di lei quando guardavano Cirano, quando la madre leggeva di Ulisse. Gli piaceva lo scintillio che brillava quando suonava il Confutatis Maledicitis.

Come Cirano De Bergerac, Ilaria non sapeva di essere bella.

Come Cirano De Bergerac era coraggiosa e timida.

Aquindici prese la decisione.

Non voleva essere immortale. Si sarebbe battuto per il candore del suo pennacchio o piuttosto avrebbe illuminato agli idioti la via verso la polvere della morte.

Per amore di Ilaria.

Come Paolo per Francesca.

Avrebbe riparato le cellule nervose, ricostruito le sinapsi, rimielinizzato i fasci di connessione. L'energia necessaria era spaventosa. Gli sarebbe costata l'immortalità. Lo avrebbe pagato con l'eternità.

Poi, anche lui, avrebbe potuto piangere e le lacrime sarebbero cadute come l'acqua sulla terra deserta.

Poi anche per lui ci sarebbe stato un giorno in cui non avrebbe più avuto senso dire domani, e neanche allora avrebbe avuto paura. 

"Posso aggiustare tutto". Balbettò. "Posso aggiustare il tuo cervello. Lo posso fare. Poi il mio tempo sarà scaduto. Appena finito andrò via. Ripasserò nel cane e lo farò scappare di nuovo. L'appuntamento è tra un giorno. Io me ne andrò e tu sarai di nuovo sana".

"Puoi farlo?"

"Posso farlo". Rispose Aquindici e con un gesto deciso tolse con uno spasmo artereolare  glucosio e ossigeno all'ippocampo e al lobo limbico. Ilaria scomparve, temporaneamente deconnessa.

"Scusa, ho bisogno di tutta l'energia per i fasci spino talamico e cortico spinali. È temporaneo. Tra un giorno ti sveglierai". Borbottò Aquindici.

Quella carenza di ossigeno e zucchero avrebbe annullato la memorizzazione di tutti i ricordi recenti. Ilaria non si sarebbe ricordata del trauma. Non si sarebbe ricordata dei due ragazzini cui aveva salvato la vita.

"Non importa. Lo saprà l'angelo della morte quando lo incontrerai". Aggiunse Aquindici.

Ilaria non avrebbe ricordato lui.

Anche questo non era importante. Lui si sarebbe ricordato di lei. Per sempre, o, meglio, fino a che la sua vita oramai mortale sarebbe durata, fino a che sarebbe durato il suo respiro, anche dall'altra parte dalla Galassia, anche dall' altra parte del tempo, ovunque la parola essere avesse avuto un significato, lui avrebbe saputo di Ilaria.

Erano le sei di sera quando Aquindici finì il lavoro. Lo sforzo era stato talmente ciclopico che non aveva neanche male, non tremava nemmeno. Semplicemente non era più immortale.

Continuò a bloccare il cervello di Ilaria fino alla fine. Ora lei era completamente cosciente, se si fosse svegliata con qualcun altro nella testa sarebbe stato folle, insopportabile. Avrebbe pensato di essere impazzita.

Aquindici lasciò anche solide nozioni di neurologia e astrofisica. Le lasciò all'interno della memoria profonda, discretamente camuffate: sarebbero saltate fuori solo se e quando Ilaria sarebbe messa a studiarle.

Un pizzico di facilitazione in più.

Così lei avrebbe avuto il tempo di cantare.

Alle sei arrivò la Professoressa Indaco con il cane. Giuggiola, come faceva sempre, andò a posare il muso sulla mano di Ilaria. Aquindici scivolò dentro la cagnolina. Restò ancora un ultimo istante nelle punta delle dita di Ilaria mentre lei cominciava a svegliarsi, poi scivolò via per sempre.

Dietro di lui scoppiò il finimondo. Sentì la voce di Ilaria farfugliare. Dopo mesi di mancata utilizzazione non funzionava bene, ma fu sufficiente perché tutti gridassero, pazzi di gioia, si chiamassero a vicenda.

Aquindici dette ordine al cane di filare via. Qualcuno cercò di fermarli, ma Giuggiola oramai era un cane adulto, con una notevole velocità.

Uscirono dall'ospedale, corsero per le strade, traversarono fermandoci ai semafori rossi e guardando da tutte le parti e si fermarono davanti al negozio di pezzi di carne morta per rubare un altro pezzo di muscolo ileo psoas di bovino.

"Il mio filetto!" Urlò l'uomo del banco.

Questa volta Aquindici aiutò il cane a scappare. Era un bravo cagnetto. Se l'era meritato il suo pezzo di carne morta.



Capitolo 8 - Ritorno.

Gammaottododicidieci fu puntuale. Aquindici lo aspettava accovacciato sul marciapiede.

Era solo. Aveva liberato Giuggiola e l'aveva mandata via, verso l'ospedale, dove nella stanza di Ilaria in tripudio ci sarebbe stata anche la cagnolina. Oramai sapeva traversare: non ci sarebbero stati incidenti. Ad Ilaria la cagnolina piaceva da impazzire. La aveva sempre voluta. Ora poteva godersela.

Il portellone si aprì. Aquindici entrò, richiuse il portellone con la coda, salutò Gammaottododicidieci con un cenno del capo .

"Le dispiace occuparsi lei del decollo?" Chiese. "Sa, sono un po' stanco".

Gammaottododicidieci assentì. Al centro dell'astronave stava un secondo drondolo, un nuovo tipo, che Aquindici non aveva ancora visto. Più grande, e con un'intersecatura di fili azzurri luminescenti che formavano una specie di rete. Aquindici guardò  interrogativo Gammaottododicidieci:

"Perfezionato. Registra anche immagini e suoni in movimento, tutto quello che loro chiamano film e musica, per quello che può valere".

Aquindici fece uno sforzo per non esultare. Sfiorò i filamenti luminescenti con la punta della coda. C'era tutto, tutto quello che lui conosceva e un mucchio altro ancora. Gli vennero i brividi lungo la schiena.

Erano già quasi fuori dell'atmosfera quando Gammaottododicidieci fece di nuovo sentire la sua voce.

"Com'è andata?" Chiese.

"Bene". Rispose Aquindici sereno.

"Imparato qualcosa?" chiese ancora Gammaottododicidieci. C'era un sottofondo maligno. Aquindici ne fu infastidito

"Qualcosa non contenuto nel drondolo? Sì. Ho imparato a piangere". Rispose deciso.

 "Cosa?"

"Acqua dagli occhi. Acqua e cloruro di sodio per la precisione. C'è anche qualche traccia di proteine".

"Il significato lo sapevo. Era sbalordimento il mio, non la richiesta di ulteriori informazioni".

"Ho imparato a piangere. Mi è costato l'immortalità. Ora posso morire. Anche invecchiare".

Gammaottododicidieci restò senza parole. Ci furono diversi secondi di incantevole silenzio, che poi però, come tutte le cose belle, finirono.

"Io l' ho sempre considerata un idiota". Boccheggiò Gammatrenta. "Ora mi accorgo di averla sempre sopravvalutata".

"Già". Approvò Aquindici.  

"Come le è venuto in mente? Cosa accidenti ha guadagnato perdendo l'immortalità?"

Acqua non dovette pensarci su prima di rispondere.

"La morte, appunto. Ora ogni istante ha un senso. Ha valore. Dove non c'è perdita non può esserci letizia.". Spiegò, più che altro per passare il tempo. Sapeva che l'altro non avrebbe capito. "Vede, quando paghiamo carissimo qualcosa che non ha prezzo, abbiamo comunque fatto un affare".

Stavano già uscendo sistema solare quando Aquindici si accucciò tranquillo vicino al Drondolo. Se ne restò lì, mentre la piccola astronave sfrecciava in mezzo a galassie, e buchi neri, dove i fotoni non potevano accendere la luce  perché non c'era l'interruttore.

Gli vennero in mente gli elefanti che non sono rosa. Aquindici scoppiò a ridere, una risata lieve, fatta di piccoli sussulti. Non riusciva a fermarsi.

"Ma che diavolo sta facendo?" Chiese Gammatrenta sempre più acido.

"Niente. Mi gratto la schiena". Mentì Aquindici sbrigativo.

Aquindici si addormentò.

Sognò Ilaria, che non avrebbe saputo di lui come Rossana non aveva saputo di Cirano.

O forse lo avrebbe saputo.

Non nella memoria episodica, ma da qualche parte, in fondo, nei sistemi inconsci sarebbe rimasta l'ombra di Aquindici, la sua voce che le diceva quanto era bella, che si sarebbe sovrapposta a quelle di tutti gli idioti che l'avevano convinta che non lo era.

La voce di Aquindici avrebbe fatto crollare le mura di Gerico come le trombe di Giosuè.

Ilaria non avrebbe avuto più paura di nulla. Aquindici le aveva lasciato in dono la fierezza. Una pennellata di arroganza anche, appena appena, una spruzzata, come il pepe sugli spaghetti.

Ilaria sarebbe salita su un palco e la sua voce magnifica sarebbe risuonata. Tutti gli smarriti, ascoltandola, avrebbero ritrovato  il coraggio.

Aquindici sognò di avere un cappello. Anche sul suo ci sarebbe stato, magnifico e immacolato, il suo pennacchio.



Che dite? È inutile? Lo so.

Ma non ci si batte nella speranza della vittoria.

È molto più bello quando è inutile.

Quale fosco drappello è là? Sono mille.

Vi riconosco vecchi nemici.

La Menzogna, la Viltà, i Compromessi, i Pregiudizi.

So che alla fine voi mi batterete.

Non importa

Io mi batto.

Io mi batto.

Io mi batto.

Mi leverete tutto,

la rosa, il lauro.

Strappate pure,

c'è qualcosa che io porto con me, a Dio, vostro malgrado,

senza piega e immacolato.

Il mio pennacchio. 

Edmond Rostand Cirano de Bergerac atto V scena V

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