L'ultimo esame.
Il liceo è ancora chiuso.
Non sono il primo. Ci sono ragazzi e ragazze seduti davanti che aspettano l’apertura. Sono giovani uomini e giovani donne che aspettano di sapere con che voto andranno affrontare la vita e l’esame di ammissione alla facoltà. Mi siedo nascosto tra le colonne del porticato. Non voglio incontrarli. Non voglio le loro condoglianze. Non tollero il mi dispiace tanto di chi ha la vita davanti.
Il liceo si apre. Loro entrano, leggono, ridono, non ridono, escono di nuovo nel sole: la luce proietta le loro ombre sul selciato. Si risiedono sulle scale. Uno è incazzato come una iena, ma domani sarà vivo e dopodomani pure, la luce continuerà a proiettare la sua ombra sul selciato, come osa essere furioso, miserabile cretino.
Arriva anche lei. Lei piange. Gli altri si alzano. Gli altri le stanno attorno, le dicono che gli dispiace tanto, che non è mica detto che non sia vero, è senz’altro vero, mica sono mostri, ma smetterà di essere vero tra otto minuti; tra otto minuti torneranno a ridere, a scambiarsi sigarette, a incazzarsi, lei smetterà tra più tempo, forse tra otto mesi forse tra otto anni, forse mai, forse lo ricorderà sempre, forse chiamerà Stefano il primo figlio o il secondo o il quinto, ma lei avrà un primo figlio, un secondo, un quinto, il sole proietterà anche la loro ombra. Non sopporto neanche lei a dirmi che le dispiace tanto.
Loro vanno via, ne arrivano altri. Ci sono altre risa, altre incazzature, altre sigarette scambiate. Ogni tanto il tono si abbassa, le risa si interrompono, qualcuno dice che gli dispiace tanto, che è senz’altro vero, mica sono mostri, ma c’è anche il compiacimento di essere, loro, la classe quinta B, quelli sfiorati dalle ali della morte , interessati dall’ombra della tragedia, sui quadri, in mezzo ai loro nomi c’è anche lui, Stefano Indaco, nato il 18 11 1980, maturo con 60/60 e morto ieri, andato a scuola giorno dopo giorno, terapia, dopo terapia, operazione dopo operazione, anno dopo anno: loro gli hanno tenuto la testa al gabinetto quando vomitava, hanno picchiato quelli che lo sfottevano perché era calvo, sono venuti a casa la domenica pomeriggio invece di andare a giocare a pallone a fargli fare i compiti che non aveva fatto perché invece di stare a scuola era stato in ospedale a farsi operare. O a fare maledette flebo che gli facevano vomitare l’anima, ma lui diceva che non era vero. O a farsi irradiare. O a fare esami che dicevano che, be’, sa guarito, no, migliorato nemmeno, ma stazionario, ecco stazionario, stazionario è la parola giusta, corretta, c’è un equilibrio tra lui e la malattia, tra lui e il mostro, tra lui e il drago.
Il drago è arrivato quando non c’ero. Ero nell’Oceano Indiano Ero andato a prendere un cargo a Sydney: era stata la prima nave di un mafioso pieno di quattrini come la bunderbank, la rivoleva per motivi affettivi o forse ci aveva stivato mezzo quintale di cocaina da qualche parte e io manco lo sapevo. Bho. Era una bagnarola del cavolo, si trascinava lungo le coste dell’India: le barche a remi dei pescatori ci doppiavano. Il mare era blu e verde chiaro. Gli orizzonti erano pieni di gabbiani. Io avevo ventiquattro anni, la testa pieni di sogni, gli occhi pieni di orizzonti. Mi avevano appiccicato una moglie e un ragazzino, lei era stata troppo scema per non restarci e io mi ero sposato più che altro perché altrimenti mio padre mi avrebbe ammazzato di botte. L’unica cosa che volevo era il mare. Aspettavo l’occasione per andarmene, in un mondo pieno di porti e pieno di gabbiani. Non me ne ero ancora andato solo perché l’occasione non era ancora arrivata.
Mi arrivò invece un cablo dalla scema, pardon la mia signora, diceva che il bambino era malato. Del bambino non me ne era mai strafottuto un fico, tutto quello che facevo nei pochi giorni in cui ci convivevo, era stare il meno vicino possibile alle sue manine sbavose a ai suoi pannolini caccolosi, ma ora c’era il cablo, quella parola sinistra: leucemia, scritta con due m, la mia signora non è mai andata oltre la terza elementare, d’altra parte non avevo trovato nessun’altra disposta a darmela, quando si hanno venti anni e si vive nel fondo di un paesino sulle coste calabre bisogna accontentarsi.
Non c’era altro da fare se non portare avanti la bagnarola, porto dopo porto, gabbiano dopo gabbiano. Dei gabbiani non me ne importava più un fico, dei porti neanche. C’era il cablo, l’ammasso di pannolini sporchi e bavaglini sbavati era diventato un bambino con la leucemia, il mio bambino con la leucemia, affidato a una minorata mentale semianalfabeta, che aveva l’unico merito di avermela data quando nessun’altra voleva sentirne parlare.
Sono arrivato dopo interminabili ventisei giorni. Tutto quello che mi interessava era arrivare. Lui era alla clinica pediatrica. Mi sono messo a cercarlo per le corsie. Finalmente ho trovato quella dell’oncologia. C’era un ragazzino con la testa fasciata, una bambina con le mani fasciate, e uno scacazzino che sembrava vomitato da un campo di sterminio, che se ne stava attaccato alle sbarre del lettino e urlava: -Papà-, un urlo acuto, che mi perforava i timpani, fin dentro al cranio. Ero arrivato fino alla fine del corridoio prima di riconoscere la voce. Mi ero girato. Avevo guardato lo scacazzino: avevo riconosciuto il pigiamino con le papere, glielo aveva regalato mia madre. Avevo riconosciuto gli occhi, quel colore grigio-azzurro del mare in inverno. Il nome sul grafico sopra il lettino era il suo. Non riuscivo a riconoscere lui. Lo guardavo e non lo riconoscevo. Lo avevo preso in braccio e mi ero messo a cercare i medici. Lui mi abbracciava e mi chiamava papà. Papà bello. Voleva che lo portassi via. Della scema aveva già imparato a non fidarsi, ma di me si fidava ancora. Cercai i medici, gli chiesi urlando come avevano osato ridurlo così. I medici mi chiesero urlando come osavo pensare che ridurlo così fosse stata una scelta. Mi ero messo a piangere. Stefano diceva: -Papà bello...casa- sempre più piano. Anche di me imparava a non fidarsi. Come la scema, non lo avrei portato via di lì. Sarebbe rimasto a pigolare -...Casa...- come un piccolo ET dimenticato dall’astronave su un pianeta alieno, pieno di fleboclisi che fanno vomitare.
Almeno non lo avrei più lasciato solo.
Mi sono trasferito a terra. Un posto nel porto. Sto a undici minuti netti dalla clinica pediatrica. Otto di notte. Tredici con i semafori rossi. Cinque alle quattro del mattino, quando non c’è proprio nessuno.
Otto ore di scartoffie e polvere, ma poi alla sera ritornavo da lui, dai suoi occhi grigio-azzurro colore del mare di inverno, dove volavano i gabbiani. Il drago stazionava. Prima o poi qualcuno avrebbe inventato l’Anticancrin Forte, il Leucemlison Deposito e Stefano sarebbe guarito, sarebbe diventato un bambino normale, di quelli che giocano a calcio e vanno allo stadio. Nel frattempo era un bambino speciale. Gli dei visitano nella malattia. Lui aveva lo sguardo fermo e la saggezza profonda di coloro che sono già stati nel mondo dei morti e non ne hanno avuto paura. Passavo le mie otto ore di scartoffie a contare i minuti. Poi alla sera tornavo da lui, dai suoi occhi grigio-azzurro come il mare d’inverno. Gli piaceva sentire storie. Io non avevo mai letto un fico in vita mia, solo il minimo indispensabile del Passero solitario e dei Promessi sposi per il sei di italiano. Perché lui avesse qualcosa da ascoltare la sera mi sono fatto, sera dopo sera, Pinocchio, Robin Hood, I tre Moschettieri e il Signore degli Anelli. Poi lui è diventato abbastanza grande da leggerseli da sé, abbiamo continuato a leggere vicini, in silenzio, ognuno per conto suo. Quando era a letto perché stava troppo male guardava fuori dalla finestra. Ho imparato a conoscere le nuvole, perché gli piaceva saperne il nome, prevederne i movimenti. Ho studiato le costellazioni. Ho passato notti a fare calcoli perché lui potesse costruirsi una meridiana. Ho accolto in casa mia un immondo botolo che lo aveva seguito per strada e che era più pulci che cane, ora è qui, vicino a me, non so se riuscirei a sopravvivere senza la sua lingua tiepida sul freddo delle mie mani.
La scema era sempre scema, passava le giornate a fare novene e dire rosari, io dicevo che se il padreterno si interessasse agli umani destini, avrebbe fermato i treni che andavano ad Auswitz, caricato a salve le mitragliatrici della Prima guerra mondiale. Lei si disperava, chiamava i suoi santi a raccolta, gridava al sacrilegio. Poi ho smesso di dirglielo. Ognuno deve avere i suoi. Lei sognava Santa Rosalia che fa il miracolo, io sognavo la medicina che fabbrica l’Anticancrin forte: qualcuno che arrivasse a fottere il drago, che nel frattempo stazionava. Santa Rosalia deve essere un santo di scarto, buona al massimo per guarire i geloni. La scienza ufficiale ha perso la strada tra l’immunologia e l’antiangiogenesi: non si è capito bene chi ha trovato il bandolo giusto: nessuno lo ha ancora srotolato. Forse il bandolo si è un po’ sfioccato in giro. Se avessero pregato di più Santa Rosalia mentre guardavano dentro i loro fottuti microscopi, magari ce la facevano. Ormai è tardi. Il drago ha improvvisamente smesso di stazionare e un’emorragia se lo è portato via.
All’improvviso.
In quattro minuti netti. Sei di meno di quelli che ci volevano per la clinica universitaria.
E’ finita in quattro minuti.
Se esiste un dio spero che si strafotta.
Spero che schiatti. Spero che si anneghi nella sua acqua santa. Spero che si impicchi con uno dei suoi rosari.
Spero per lui che non esista.
Se c’è, preferisco bruciare all’inferno per l’eternità che stare con chi ha torturato il mio bambino per anni e poi lo ha fatto morire. Non ci credo non ci voglio credere.
Preferisco schiattare all’inferno.
Starò fino alla fine dei miei giorni con la scema che dice il rosario.
E non dirò niente.
Non si lascia la madre di uno che è morto il giorno dopo la maturità.
E non glielo dirò che sono tutte stronzate.
Forse ha ragione lei. Averlo avuto è pur sempre meglio che non averlo avuto. Anche malato. Anche condannato.
Anche malato, anche condannato è stato felice. Rideva. Era felice che lei gli voleva bene, anche se era calvo e doveva fare le flebo. Era contento che la maturità era andata.
Bisogna che torni dalla scema.
E’ stata la sua mamma. Non è che sia poi così scema. E’ solo che ha la terza elementare, e poi c’è questa faccenda di Santa Rosalia, ma non è vero che è poi così scema. E poi me l’ha data. Se lei non me la dava Stefano non ci sarebbe stato.
Devo tornare dalla scema.
Devo scrivere a loro.
Devo scrivergli a tutti, uno per uno, devo ringraziarli di avergli tenuto la testa al gabinetto quando vomitava, di aver picchiato quelli che lo sfottevano perché era calvo, di essere venuti a casa la domenica pomeriggio invece di andare a giocare a pallone.
E poi devo scrivere a lei.
Per augurarle tutto il bene possibile. Di sposarsi, laurearsi, di avere dei figli, tutto il bene possibile.
Forse ha ragione la scema. Averlo avuto, sia pure condannato, è pur sempre stata una benedizione. Prima o poi guarderò le nuvole o le stelle e ringrazierò il padreterno di avermi dato Stefano.
Ma questo domani.
Oggi sto qui.
Me ne resto qui a passare la mia mano sulla sua riga, a cercare di sentire con la pelle dei polpastrelli, il suo nome, quella scritta 60 su60, che lo avrebbe fatto incazzare, perché lui non voleva regali e quel 60/60 forse non ce l’aveva. E’ stato scritto quando già si era sicuri che lui non c’era più a incazzarsi. Passo le dita sulla scritta :“Stefano Indaco nato il 18 11 1980 maturo con 60/60” e non riesco a smettere, perché è tutto quello che mi resta di lui. Tra qualche giorno leveranno questo foglio e non resterà più niente.
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