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Hania, nata dall’oscurità

Il regno delle tigri bianche è presente sul mercato solo in iBook. Si può acquistare solo da noi, solo a 4 euro o insieme al Cavaliere di luce a 2 euro. Adatto nelle medie, ma anche nel primo anno delle superiori

Sono il prequel e il primo libro  di una saga che continua con

Hania. La strega muta, Giunti 2016prequel. Età:  dai 12 anni

Hania. Io sono Hania, Giunti 2018 Età: dai 12 anni

Adatto nelle medie, ma anche nel primo anno delle superiori, questo libro grazie alla voce sarcastica della bambina  è divertente, soprattutto nello spirito di ribellione a un mondo adulto tipica degli anni della pubertà. Un oscuro demone ingravida una principessa. Vuole spingerla a commettere il crimine più grave: l’assassinio del bambino. La principessa capisce la trappola ed resiste alla tentazione. Nasce Hania, bellissima, muta, cattivissima, sarcastica, intelligentissima con oscuri e inquietanti poteri. Se per metà è figlio di un oscuro demone, per l’altra è figlia di una madre. Hania ha il libero arbitrio. Grazie alle narrazioni di un antico cavaliere e grazie la musica la bambina riconquista la sua umanità.

           Qualche rigo

 

Dunque, gli eserciti non avevano funzionato. Non era bastato uccidere il re: avrebbe dovuto                annientare quello che restava della sua famiglia, doveva annientare sua figlia.

Doveva colpire Haxen, doveva abbattere lei, era lei che aveva salvato il ladruncolo che poi era diventato il capo militare, lei aveva convinto la madre, lei aveva messo in moto tutto.

Haxen era stato un suo errore, un suo fallimento: lui aveva reso sterile il ventre di sua madre, rinchiudendolo in una bolla di gelo, condannandolo a concepire figli e perderli immediatamente, ma la piccola vita si era stentatamente formata, la sua volontà di esistere aveva vinto, era riuscita a nascere e ostinatamene era sopravvissuta.

Lei aveva la forza del padre e la dolcezza della madre.

Doveva fermare Haxen.

L’avrebbe annientata. Uccisa. Come suo padre. Una tigre. O un cavallo. Un falco.

Il suo sangue avrebbe macchiato il suolo, la sua faccia sarebbe stata sfigurata. Per qualche istante assaporò la scena, la saliva gli riempì la gola, ma poi gli sembrò insufficiente.

Sentiva tutto l’odio che aveva nel cuore per Haxen ingigantire a ogni istante.

Ucciderla non bastava.

Doveva profanarla, e solo così avrebbe potuto creare un mondo dove ogni speranza era marcita, ogni dignità perduta, ogni onore dimenticato, ogni affetto violato.

Avrebbe colpito il suo ventre.

Le avrebbe fatto concepire un figlio, un figlio suo che lei sarebbe stata costretta a uccidere come unica

alternativa all’esserne distrutta. Una madre infetta che uccideva il suo stesso infetto neonato.

Questo era elegante, interessante. Divertente.

Le speranze sarebbero arrugginite, l’onore irrancidito, il marcio avrebbe penetrato ogni cosa.

Sarebbe stato un bambino, un bel bambino, di straordinaria bellezza.

Un bellissimo bambino muto, ombroso, insopportabile, incapace di gioire per il latte o per l’affetto, anzi che avesse disgusto delle più elementari necessità e della loro soddisfazione, inabile a sorridere, pieno di conoscenza e di odio.

No, non un bambino: si poteva far meglio.

Una bambina: erano più graziose le bambine, era una colpa più spinosa ucciderle.

Sì, una bambina fatta di astio e di tenebra.

Una creatura sua.

Da Hania il regno delle tigri bianche.

 

La prima volta che la bimba si rese conto di esistere, mancavano circa quattro mesi alla sua nascita.

Era nel buio tiepido del ventre della femmina dentro cui il Padre, il Principe delle Tenebre, l’aveva concepita. Lei era la figlia di suo Padre. Lo sapeva. Era una di quelle cose che sapeva, sapeva e basta.

Tutta la sua vita sarebbe stata piena di cose che sapeva, sapeva e basta, cose la cui conoscenza era nata con lei, era dentro di lei, un frammento della volontà di suo Padre che lei esistesse ed esistesse sapendo, avendo già una conoscenza. Molte cose si sarebbero aggiunte e si sarebbero mischiate, cose la cui comprensione le sarebbe  arrivata per averle viste, o sentite, o per aver ascoltato qualcuno che ne narrava. Sarebbero state il suo sapere acquisito, che si sarebbe fuso con il suo sapere innato.

E il primo punto del suo sapere innato era che lei era

la figlia di suo Padre, l’Oscuro Signore, Re degli Abissi,

Padrone dell’Oscurità.

Delle sue innumerevoli e infinite conoscenze innate

faceva parte la comprensione del linguaggio.

Fino a quell’istante, l’unico suono che aveva riempito

la sua iniziale coscienza era stato il battito del cuore della

femmina in cui era stata concepita. Ora invece era la

sua voce che scintillava: un suono molto più acuminato

del battito del cuore. Sicuramente la femmina parlava

da sempre, ma solo in quell’istante la coscienza della

bambina era diventata, da un grumo informe, un’entità

tale da poterla comprendere, e quindi ne aveva avuto

percezione e consapevolezza e di conseguenza memoria.

La femmina si stava giustificando.

«Non ho conosciuto nessun uomo, madre, ve lo giuro

» stava dicendo.

«Haxen, figlia mia! C’è un figlio nel tuo ventre, ormai

non possiamo più averne dubbio» diceva l’altra voce, la

bambina sapeva che quella era una voce di donna. «Io

ormai sono nell’età della vecchiaia, e giuro sulla corona

che porto che la mia angoscia è senza confini». Quella

che parlava quindi era una donna anziana e con una

corona sulla testa. Quindi, quella era una regina. Da cui

si deduceva che la donna in cui la bimba era stata concepita,

Haxen si chiamava, essendone la figlia, doveva

essere una principessa.

Perlomeno suo padre aveva scelto gente del fior fiore

del patriziato, l’apogeo dell’aristocrazia: apprezzò la

cortesia. Era già un’ignominia per lei, figlia dell’Oscurità

più alta, essere esiliata in mezzo a quell’umanità lagnosa

e fondamentalmente demente, che almeno ci si potesse

stare con qualche comodità.

 

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