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Addio Mostro di Emilio Scarselli, un ibro imperdibile.

 

Ismaele.

Un nome che evoca un romanzo molto lontano nel tempo, un nome che identifica immediatamente un narratore, uno spettatore di eventi straordinari.

E’ Ismaele il nome del protagonista del libro, un protagonista di cui conosceremo soltanto il nome, “Chiamatemi Ismaele…” è il misterioso incipit che apre il romanzo di Melville.

Ismaele non ha cognome, lo identifichiamo solo attraverso un passato misterioso e facciamo conoscenza della sua duplice natura: lui è un mezzo uomo, un essere che vive grazie al sacrificio di un altro.

Ismaele è la voce narrante e, come un ago, cuce insieme nove racconti di altrettante creature fantastiche che incontra poco prima della loro morte.

Nove creature mitologiche uscite dai bestiari, dai racconti popolari e dai trattati di criptozoologia di cui leggiamo per l’ultima volta, dopo aver conosciuto la loro lunga storia, perché dopo aver incontrato Ismaele si congedano (o vengono congedati).

Sono creature che hanno sfiorato l’eternità ma si confessano ad Ismaele come se fosse il loro ultimo interlocutore e, in effetti, lui lo è.

Il Vampiro è stanco della sua eternità, così come il Kraken, il Golem e la Fenice, ha vissuto troppo per accogliere su di sé il peso di altri anni.

Poi ci sono mostri che si crogiolano nella loro condizione mostruosa (il Basilisco e il Gatto Mammone), quindi il tempo per loro è solo uno spazio infinito nel quale commettere solo altre nefandezze, pertanto vanno fermati.

Ismaele è anche questo: un Angelo della Morte che riesce ad imporsi su questi esseri millenari. Lui non ha paura, parla la loro lingua, lui conosce le loro sofferenze, lui sa come porre fine alle loro vite eterne.

Tutto finisce, anche i mostri hanno il loro apice seguito dalla loro decadenza: creature un tempo immense cedono il loro posto nel mondo e si congedano, non prima di un “addio” (come suggerisce il titolo), una confessione fatta a chi è in grado di ascoltarla.

Non c’è più posto per i mostri, il mondo è cambiato, il mondo sta finendo perché è finito l’amore.

Un libro costruito su nove racconti che si intrecciano fra di loro e, mentre leggiamo, conosciamo la figura di Ismaele, che si delinea poco per volta dando vita ad un quadro più ampio, impariamo che il mondo è stato calpestato dai mostri da migliaia (milioni) di anni e che hanno accompagnato e ostacolato l’uomo nella sua storia. Impariamo che i mostri, nel bene e nel male, sono traboccanti di umanità (a volte più dell’uomo stesso) e che la promessa di vivere in eterno in realtà è un vincolo che porta con sé solo tanta sofferenza.

Ismaele raccoglie quelle memorie, tocca le corde giuste che fanno vibrare i suoi interlocutori e poi, alla fine del suo compito, si avvia verso qualcosa di più grande.

Nove racconti, nove percorsi che fanno parte di un viaggio più grande, nove creature che rappresentano i quattro elementi, simboli e paure di culture antiche, nove modi diversi di accogliere l’inevitabile morte.

Anche i mostri muoiono e tornano a far parte del Tutto, la vita eterna esiste solo per chi pensa che il tempo abbia un inizio e una fine, chi l’ha provata non la brama, perché nel pacchetto “vita eterna” è compresa anche la sofferenza che cresce insieme al conto degli anni.

Un libro che fa riflettere sul passare del tempo, sulla stanchezza che si accumula, sulla sofferenza che si stratifica: la promessa dell’eternità è una condanna, non poter morire significa assistere da spettatore a ciò che accade senza poterlo cambiare.

Tutto è ciclico, tutto muore per lasciare spazio e tutto si trasforma per dare vita a qualcos’altro.

Un testo pieno di citazioni letterarie e teologiche sparse qua e là, che aiuta a riflettere e, perché no, a comprendere cose di cui spesso siamo solo spettatori passivi.

Alla fine del libro ci si interroga: allora anche i mostri vogliono morire? Anche i mostri hanno paura della morte, ma -soprattutto- della vita? Eppure sono eterni, sono stati messi su questa terra perché l’uomo potesse affrontare e vincere le sue paure, perché potesse conquistare qualcosa più grande e potente di lui, perché potesse evolversi. Ma questi mostri sono più umani dell’uomo. Loro hanno vissuto di più di un battito di ciglia e hanno capito profondamente il significato di tutto ciò che li circonda, hanno capito che la vita è un percorso con una destinazione, e ora non hanno più nulla da imparare.

Se non c’è più nulla da conoscere, non ci può essere la vita.

Il premio per la saggezza è la morte.

recensione scritta a quatro mani da Silvana De Mari e Haider Bucar

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