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Bambini malati

 

 

 

Bambini malati. La nostra epoca che odia i bambini, ne concede l’idea solo in condizione di perfezione: bambino perfetto che nasce al momento perfetto, in condizioni economiche perfette, possibilmente figlio unico, al massimo secondogenito. Peter Singer è un tizio che si occupa di bioetica, parola che non abbiamo capito bene cosa voglia dire, ma che troviamo ogni giorno più terrificante, perché quando compare vuol die che c’è qualcuno che muore. Peter Singer è considerato uno dei grandi intellettuali dei nostri tempi, a ulteriore prova della straordinaria e inudita pochezza dei nostri tempi. Animalista e ovviamente vegetariano, Peter Singer è un antispecista, che vuol dire che considera tutte e specie dello stesso valore, vale a dire che secondo lui vostro figlio e il suo gatto hanno lo stesso valore, e su molti siti, per motivi che ci restano assolutamente oscuri, è definito anche filantropo, termine che dovrebbe dire amico dell’uomo e che Singer è il geniale inventore dell’aborto post natale. L’aborto post natale consiste nel sopprimere la dopo la nascita creatura che sarà pure un grumo di cellule, ma a questo punto ha smesso di essere un embrione e anche un feto, ma è proprio un bambino. L’aborto post natale esisteva da sempre e noi cafoni bigotti lo chiamavamo infanticidio. Il colpo da maestro di Peter Singer consiste nell’aver inventato un nuovo nome. Non è solo che l’elegante aborto post natale suona francamente meglio del rozzo infanticidio, ma che si chiarisce il concetto di Singer, che ha ripreso lo slogan dei prolife, non c’ nessuna differenza tra sopprimere un feto e sopprimere un neonato, lo ha approvato e lo ha portato alle estreme conseguenze. Singer usa l’esempio dell’emofilia, una malattia di origine genetica, che causa un difetto nella coagulazione del sangue: se a una famiglia nasce un bambino con l’emofilia sarebbe più cortese e sensato sopprimerlo così la famiglia potrebbe avere un altro figlio sano e questo sarebbe meglio sia per la famiglia che per la società. Una coppia di amici ha avuto un figlio emofiliaco, il quarto dei loro cinque figli. Questo ragazzino oggi dodicenne vive quindi con la necessità di particolari infusioni 3 volte la settimana, per lui traumi e interventi chirurgici possono essere più problematici. La mamma contro ogni aspettativa si è trovata ad aspettare un nuovo bambino. Tutti erano terrorizzati, e il giovanissimo emofiliaco ha rassicurato tutti: vivere con l’emofilia è comunque vivere, e la vita è bellissima. Se il fratellino per caso avesse avuto l’emofilia ci avrebbe pensato lui. ( il fratellino è nato sano) L’aborto post natale esiste già in alcuni paesi del nord Europa: se per sbaglio un bambino con la sindrome di Down arriva fino alla nascita, meglio correggere l’errore. Una famiglia di amici, con una bambina Down, la loro terzogenita, ha appena adottato un neonata con la stessa sindrome. Quindi queste due famiglie considerano un dono quello che per il dottor Singer antispecista e filantropo (?) sarebbe un errore da cancellare.
È sulle genitorialità drammatiche, anzi tragiche, che capiamo il valore della vita e di cosa voglia dire essere genitori: vuol dire amare al di sopra di tutto, vuol dire saper di avere infranto la barriera della morte, di aver consegnato un figlio all’eternità, vuol dire averlo amato così tanto che la gioia di averlo avuto è superiore al dolore di averlo perso. .Filippo si è ammalato di leucemia a due anni, è morto a otto dopo tre trapianti. I suoi magnifici genitori raccontano la sua storia in un libro che si intitola Con la maglietta al rovescio ( Anna Mazzitelli e Stefano Bataloni. Ed. Porziuncola). Loro sono credenti e sanno che hanno consegnato il loro bambino all’eternità, anche Filippo lo sapeva. Anna ha raccontato la storia del suo bambino in un blog Piovono miracoli: il miracolo è la gioia di averlo avuto. Anche Forest, lui non è credente, parla della gioia di aver avuto la sua bimba Pauline, che un sarcoma gli ha portato via. “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita.” , è la folle frase che si trova nel suo libro. Scrive, perché il quell’anno lei era ancora viva. ( Tutti i bambini tranne uno. Forest. Ed Fandango) Lui non sa che ha consegnato Pauline all’eternità e che la ritroverà, è persino da non credente, convinto di averla persa, descrive la magnificenza di essere genitore. E poi, ultima, una gravidanza cosiddetta terminale, una giovane mamma cui viene detto che la sua piccolina non sopravvivrà alla nascita. Le viene proposto un aborto, un aborto tardivo, ovviamente, e lei rifiuta. Che la sua piccola si faccia i suoi nove mesi calda e comoda nel suo ventre. Tutto quello che avrà sono quei nove mesi, che siano pieni di pace e beatitudine. La bimba è sopravvissuta dieci ora al parto, in quelle dieci ore è stata battezzata, è stata in braccio alla sua mamma e al papà, cullata dalle loro voci, una piccola vita fatta da nove mesi e qualche ora di pace e di tepore. Ci siamo convinti che solo bambini perfetti in condizioni perfetti sono accettabili, mentre altri hanno scoperto che essere genitori anche di bimbi segnati dal dolore e dalla morte è stato straordinario, e hanno consegnato i loro bimbi all’eternità. Tra milioni di anni le loro anime esisteranno ancora. Mentre cerchiamo cure perché non debba più succedere che i bimbi debbano soffrire e morire, chiediamoci come abbiamo potuto farci convincere che essere no kids sia una bella cosa? Come abbiamo potuto accettare di vivere aridi e chiusi, senza nessuna anima, o al massimo una, che grazie a noi varcherà le porte del tempo. No kids: avere paura delle vita, del dolore, della gioia.

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