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Libri per il nuovo anno scolastico

Silvana De Mari: libri. Schede tecniche, età, indicazioni, book trailer.

We are better than Amazon.
Silvana De Mari: libri. Schede tecniche, età, indicazioni, book trailer.
Comincio a fare concorrenza ad Amazon. Questa offerta è dedicata agli insegnanti che decidono di adottare uno dei miei libri per il nuovo anno scolastico, ma è evidente che le stesse condizioni sono valide anche per i privati. Potete ordinare i libri direttamente sul mio sito.
silvanademariofficial@gmail.com
Non è la mia mail personale, la seguono i miei collaboratori, quindi non scrivete niente di personale.
Se una classe vuole acquistare un mio libro, possiamo darlo co il 10% di sconto, spese di viaggio incluse e lussuosa dedica personalizzata bicolore, e non dite che Amazon fa lo stesso. Abbiamo bisogno di un mese di preavviso. ( va bene, Amazon è più veloce, ma è il suo unico pregio) Garantisco due incontri con la classe via skype, oppure, se siete almeno due classi, se vi accollate tutte le spese di viaggio e se si può fare in giornata, garantisco un incontro di persona. A tutti quelli che protestano dicendo che sono un personaggio discusso rispondete che è appunto una ricchezza incontrare personaggi discussi, fa parte del lungo e difficile ma divertente cammino necessario per pensare autonomamente.
Stesse regole per un privato: sconto e dedica, ma finisce qui. Niente due incontri via skype e per nessun motivo vengo casa vostra, ma se ci tenete veramente molto posso farvi un telefonata ( una) di augurio di buona notte.
Lo sconto del 10 % è su tutti i libri meno Hania il cavaliere di luce. Qui invece verrà dato in dono il (bellissimo) prequel Hania il regno delle tigri bianche, esaurito ovunque ( non ce l’ha nemmeno Amazon)
I libri Ares Arduin il rinnegato e Io mi chiamo Joseph hanno uno sconto del 25 %
Qui descrizione, scheda, incipit e book trailer.
 
Da domani le schede dei libri una alla volta.

L’ultimo elfo,

illustrazioni di Gianni De Conno, Salani, 2004. Età: dagli 8 anni all’età adulta

Booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=Tjjr2gTfZQQ

https://www.youtube.com/watch?v=BMryJrUzUwE

il libro più famoso, tradotto in 20 lingue. In una landa desolata un piccolo elfo trascina la sua disperazione, ma anche se la sua razza e perseguitata due Giusti lo soccorrono. Sia pure in forma estremamente poetica, edulcorato dall’ambientazione fiabesca compare il tema del genocidio. Il libro è usato in Germania, Polonia Francia e Usa per spiegare la Shoà.

Qualche riga

L’abbaiare ringhioso di un cane lo risvegliò bruscamente. Si era confuso. Non era un sogno. C’erano davvero il caldo del fumo e il profumo del fuoco di pigne. Non era solo nella sua testa. Si era avvicinato a un fuoco di uomini.

Ora era tardi.

Le fantasticherie possono uccidere.

L’abbaiare del cane gli esplose nelle orecchie. Il piccolo elfo cominciò a correre. Forse poteva farcela. Se fosse riuscito a correre abbastanza in fretta avrebbe messo abbastanza terra e fango tra lui e il cane. Altrimenti gli uomini lo avrebbero preso e quello di poter morirsene in pace  di freddo e di fame sarebbe diventato un impossibile sogno. Uno dei suoi piedi inciampò in una radice, Ci si incastrò dentro. La sua faccia cadde nel fango. Il cane gli fu addosso. Era finita.

Il piccolo non osava neanche respirare.

Gli attimi passarono.

Il cane gli alitava sul collo bloccandolo, ma non gli aveva ancora piantato i denti da nessuna parte.

  • Lascialo stare- disse la voce.

Era una voce secca, autoritaria. Il cane mollò la presa.  Il piccolo elfo riprese a respirare. Alzò gli occhi. L’umano era altissimo. Sopra la testa aveva dei capelli giallastri avvoltolati come un cordone da tenda. Non aveva nessun ti pelo sulla faccia. Eppure la nonna era stata categoria. Gli umani hanno pelo sulla faccia. Si chiama barba. Era una delle numerose cose che li distinguono dagli elfi. Il piccolo elfo si concentrò per ricordare, poi si illuminò.

  • Tu essere un uomo femmina- concluse trionfante.
  • Si dice donna, imbecille. – disse l’umano
  • Oh, io chiedere perdono, donna imbecille, io fare più attenzione, ora ti chiamo giusto, donna imbecille. – disse il piccolo, volenteroso. Era un problema la lingua degli umani. Lui la conosceva poco e loro erano sempre così terribilmente suscettibili. Anche su questo la nonna era stata categorica.
  • Ragazzo, vuoi finire male?- minacciò l’umano.

Il piccolo Elfo restò perplesso.

Secondo la nonna, l’assoluta mancanza di pensiero logico, più rapidamente riassunta nel termine stupidità, era la fondamentale caratteristica che differenziava la razza umana da quella elfica, e sembrava ancora più granitica di come la nonna la avesse mai descritta.

L’abissale scioccaggine della domanda lo disorientò.

  • No, io non desiderare, donna imbecille- assicurò il piccolo elfo, – io non anelare finire male. Questo non stare trai miei programmi- insistette.
  • Se pronunci ancora la parola imbecille ti scateno addosso il cane: è un insulto- spiegò la donna esasperata.
  • Ah, adesso io comprendere- mentì il piccolo elfo cercando disperatamente di capire quale potesse essere il senso del discorso. Perché l’umano aveva voluto essere insultato?
  • Sei un elfo, vero? –

Il piccolo annuì. Meglio parlare il meno possibile. Dette un’occhiata al cane che, in rimando, ringhiò.

– Io non amo gli Elfi- disse l’umano.

Il piccolo annuì di nuovo. La paura si fuse con il freddo. Cominciò a tremare. Nessun umano ama gli elfi. Lo diceva sempre sua nonna.

 L’ultimo orco

  • Salani, 2005. Età: dai 12 anni all’età adulta.
  • Book trailer  https://www.youtube.com/watch?v=pLObihYFE24&t=21s

Anche se il libro è il seguito de L’ultimo elfo,  ha un target diverso. Si perdono i toni fiabeschi e si affrontano tematiche più dure. Gli Orchi attaccano e tutte le armate dei principi, dei generali e dei re vengono travolte una dopo l’altra. Resiste solo l’armata dei mercenari, gli avanzi di galera, gli intoccabili, comandati da un giovanissimo capitano che, un pezzo dopo l’altro riconquista la terra degli uomini. Nell’ultima scena il capitano va dal proprio padre a chiedergli la verità sulle sue origini.

Qualche riga

  • Prima delle grandi piogge noi vivevamo all’imbocco della piana orientale, al limite delle Terre Note. Era un villaggio povero, ma non miserabile, il nostro. Io amavo tua madre e sapevo che lei mi voleva: aspettavamo solo la luna d’estate e il raccolto e poi ci saremmo sposati. Io sapevo intagliare il legno, possedevo sei capre ed ero in età di prendere moglie. Quella luna non portò nessun’estate, ma l’inizio delle Piogge Infinite e il mondo si allagò di acqua e di miseria. Le capre annegarono, le patate marcirono. Non c’era niente per chiedere decentemente una donna in sposa. Noi osammo lamentarci e forse fu per quello che i Signori degli Inferi ci punirono: i Demoni non amano lo scontento, vendicano le maledizioni. Quando già pensavamo che la miseria fosse sufficiente e che la sorte fosse già stata ingiusta abbastanza,  gli Orchi arrivarono e si abbatterono su di noi. Non ti so dire  da dove venissero. Erano  i primi che vedevamo: dai tempi di Arduin gli Orchi erano stati cacciati, ma ai tempi di Arduin le frontiere erano guardate da armati e c’erano fortini e fuochi di segnalazione. Ora invece erano rimasti solo i nostri campi di fagioli a segnare il limite tra il noto e l’ignoto, e i nostri campi di fagioli, come la steppa con cui confinavamo erano una spanna al di sotto del fango. La fame spinse gli Orchi verso le nostre case. Trovarono quello che restava dei nostri fagioli, ma non era solo quello che volevano. Le nostre donne…vedi… noi non…

Il vecchio si interruppe. Si coprì per qualche istante la faccia con le mani. Poi si riprese.

      – Noi non riuscimmo a difenderle. – continuò – E’ difficile da spiegare. Lo so che avremmo dovuto proteggerle o morire nel tentativo…E’ che…vedi…noi non ce lo aspettavamo. Non avevamo né sentinelle, né corni o fuochi di avvistamento. Non avevamo nulla e loro ci erano piombati addosso come,…come lupi nella notte. Prima che capissimo cosa stava succedendo, metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo.  Sì, è andata così. Metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo…E poi successe quello che succede sempre in questi casi. Quelli di noi che erano ancora vivi si alzarono da terra, e decisero di ricominciare a vivere. Abbiamo spento gli incendi, seppellito i morti, bendato le ferite dei vivi, e deciso di fingere per l’eternità che nulla fosse mai successo. Ho seppellito anche mio padre e giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di orco. Le donne che, tre stagioni dopo, avrebbero avuto i figli degli Orchi li avrebbero buttati nella stagno che le piogge avevano formato sotto la collina e tutto sarebbe stato cancellato. L’onore del villaggio sarebbe stato restaurato. Ma lei non volle. Tua madre, voglio dire. Disse che tu eri un bambino. Un bambino e basta. I bambini piangono tutti allo stesso modo. Disse che l’onore degli Uomini è che non si uccidono i bambini. Mai. Altrimenti vorrebbe dire essere Orchi. E allora la cacciarono. E io, che avevo giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di Orco, io…ho capito che lontano da lei…e da te…la mia vita sarebbe stata solo fango. Io le ho chiesto di poter diventare il suo sposo e poter farti da padre. Lei non voleva, perché il suo viso era stato sfregiato e il suo ventre violato, e io le ho detto…io le ho detto…sai era un discorso difficile, me lo era preparato, io le ho detto che avrei voluto essere ricco, forte, bello, avrei voluto essere un re per mettere  il mio regno ai suoi piedi, avrei voluto almeno essere un ladro così da poter avere qualcosa per sfamarvi, ma non ero niente e nessuno e tutto quello che avevo da offrirle era me stesso,  un uomo senza niente che vagava  in una landa di fango. Le ho detto che, insieme, la notte sarebbe  meno fredda, la luce si sarebbe alzata prima, mentre, soli, il mondo ci avrebbe schiacciato, e anche se nessuno si sarebbe disturbato a ucciderci, la nostra stessa afflizione avrebbe soffocato il nostro respiro prima del ritorno del giorno. Noi non potevamo nulla contro gli Orchi, se non questo: rendere vana la loro opera su di noi restando vivi nonostante loro.

Volevo diventasse la mia sposa, per amarla sopra ogni cosa. Il suo viso sarebbe stato di nuovo intatto, e il suo corpo inviolato, perché così era nei miei occhi e così sarebbe stato ai anche nei suoi. Gli Orchi che avevano distrutto la nostra gente e penetrato il suo ventre sarebbero stati  solo il sogno confuso di una notte di vento. Il bambino che ne era nato sarebbe stato il  nostro figlio primogenito e  l’amore che gli avremmo dato avrebbe affondato per sempre la distruzione e l’odio nella melma delle cose inutili.

Arduin il Rinnegato

  • Ares, 2017. (Pre-prequel de L’ultimo elfo) Età: dai 13 anni all’età adulta

 

  • Booktrailer
  • https://www.youtube.com/watch?v=iWuYFwd_aEA

Sia ne L’ultimo elfo che ne L’ultimo orco viene ricordato Arduin, il grande re che trecento anni ria aveva fermato gli orchi. Qui scopriamo la sua storia. Arduin in realtà era un orco, un orco con un’infanzia durissima e atroce, ma non priva di amore, con un’etica brutale imparata di lupi che si può riassumere in una frase: non si uccidono i bambini. Coloro che  lo fanno devono  essere fermati, anche se sono il tuo stesso popolo, anche se sono i tuoi fratelli d’arme.

Qualche riga

Gli accampamenti orchi erano una magnifica bolgia, un lieto e giulivo ammasso di combattenti vincitori, ognuno con la faccia resa irriconoscibile da una maschera.

La birra scorreva in enormi boccali di peltro ammaccato e sudicio, vecchio di generazioni, il che ne aumentava il valore. Sontuosi fuochi sormontati da arrosti e salsicce di cinghiale si

alternavano alle picche con sopra le teste tagliate degli uomini. Quelli che erano stati guerrieri, avevano ancora l’elmo sulla testa, così che si potesse riconoscerli e i loro pali erano eletti a orinatoi.

Arduink passò davanti alle loro bocche spalancate, penetrò nelle loro espressioni allibite.

Al centro nella parte dell’accampamento destinata ai grandi orchi Morgahul, quelli del regno

centrale, di cui anche Arduink faceva parte, c’era un palo con una testa ormai completamente marcita, avvolta in velluti rossi, che le facevano come da corona.

Difficile che uno riuscisse ad avere una faccia intelligente mentre gli tagliavano la testa.

Arduink sentì dentro di sé forte e potente il desiderio di sedersi accanto ai fuochi e condividere le salsicce in mezzo ai pali con le teste tagliate. Non era solo per il profumo e il grasso che

ne colava sfrigolando, era la voglia ancestrale e atavica di essere sé stesso, di essere orco, la fierezza per la potenza della sua gente, per quel loro non aver paura di nulla, attaccare sempre, non indietreggiare mai, mangiare cinghiale, il dono agli orchi della benevolenza degli Dei. Immaginò il reclutatore da giovane a uno di quei bivacchi, che beveva birra e mangiava salsicce.

Le parole «io sono un orco» continuavano a risuonare nella sua mente, forti, pulite e tenere come i passi di un lupo giovane nella neve.

I pali con sopra le teste mozzate, più li guardava più gli sembravano un qualcosa di «bello», se non proprio bello qualcosa di «giusto»: lui e loro stavano finalmente al proprio posto, come lo erano le interiora insanguinate di un agnello sotto le zanne di un lupo.

Lui era un lupo. Era così e basta. Lui era nato orco. Non poteva rinnegarlo, non doveva rinnegarlo, non voleva rinnegarlo. Lui era nato lupo. Loro erano lupi, forti, predatori.

Si stava allontanando dagli accampamenti dei grandi orchi dei regni centrali per avvicinarsi a quelli degli orchetti delle paludi quando si accorse che non c’erano solo teste di uomini.

C’erano anche quelle di parecchie donne.

E di bambini.

Molti bambini.

Le teste di due bimbe piccole con ancora le treccine legate con nastri colorati ornavano gli ultimi due pali della palizzata.

Arduink si fermò a guardarle a lungo, immobile sotto una luna enorme mentre stelle gelide e grosse come pugni brillavano dall’altra parte del vento.

Osservò le treccine, come erano legati i nastri, ne memorizzò il colore.

La furia esplose dentro di lui.

Una furia sorda, livida e totale, che non si sarebbe mai fermata, che poteva solo aumentare sorse e si increspò dentro di lui, invase tutto il suo essere rosicchiando ogni spazio disponibile alla fierezza di essere nato orco.

 

Su questo libro rivolgendosi direttamente alla casa editrice ARES sono possibili sconti maggiori . Rivolgersi al dottor Riccardo Caniato  riccardo.caniato@ares.mi.it

Hania il regno delle tigri bianche Hania. Il cavaliere di luce

 

 

  • Sono i primi due libri di una saga che continua con

Hania. La strega muta, Giunti 2016prequel. Età:  dai 10/11 anni

  • Hania. Io sono Hania, Giunti 2018 Età: dai 12 anni all’età adulta

 

  • Giunti 2015 Età: dai 12 anni all’età adulta

Booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=qI4CxulWPoM

https://www.youtube.com/watch?v=9Ceuy_pmnbk

I due libri sono venduti insieme. Il regno delle tigri bianche è presente sul mercato solo in iBook. Noi lo diamo in omaggio in cartaceo a chi acquista Il cavaliere di luce, in sostituzione dello sconto che su questo libro non viene fatto. Adatto nelle medie, ma anche nel primo anno delle superiori, questo libro grazie alla voce sarcastica della bambina  è divertente, soprattutto nello spirito di ribellione a un mondo adulto tipica degli anni della pubertà. Un oscuro demone ingravida una principessa. Vuole spingerla a commettere il crimine più grave: l’assassinio del bambino. La principessa capisce la trappola ed resiste alla tentazione. Nasce Hania, bellissima, muta, cattivissima, sarcastica, intelligentissima con oscuri e inquietanti poteri. Se per metà è figlio di un oscuro demone, per l’altra è figlia di una madre. Hania ha il libero arbitrio. Grazie alle narrazioni di un antico cavaliere e grazie la musica la bambina riconquista la sua umanità.

           Qualche rigo

 

Dunque, gli eserciti non avevano funzionato. Non era bastato uccidere il re: avrebbe dovuto                annientare quello che restava della sua famiglia, doveva annientare sua figlia.

Doveva colpire Haxen, doveva abbattere lei, era lei che aveva salvato il ladruncolo che poi era diventato il capo militare, lei aveva convinto la madre, lei aveva messo in moto tutto.

Haxen era stato un suo errore, un suo fallimento: lui aveva reso sterile il ventre di sua madre, rinchiudendolo in una bolla di gelo, condannandolo a concepire figli e perderli immediatamente, ma la piccola vita si era stentatamente formata, la sua volontà di esistere aveva vinto, era riuscita a nascere e ostinatamene era sopravvissuta.

Lei aveva la forza del padre e la dolcezza della madre.

Doveva fermare Haxen.

L’avrebbe annientata. Uccisa. Come suo padre. Una tigre. O un cavallo. Un falco.

Il suo sangue avrebbe macchiato il suolo, la sua faccia sarebbe stata sfigurata. Per qualche istante assaporò la scena, la saliva gli riempì la gola, ma poi gli sembrò insufficiente.

Sentiva tutto l’odio che aveva nel cuore per Haxen ingigantire a ogni istante.

Ucciderla non bastava.

Doveva profanarla, e solo così avrebbe potuto creare un mondo dove ogni speranza era marcita, ogni dignità perduta, ogni onore dimenticato, ogni affetto violato.

Avrebbe colpito il suo ventre.

Le avrebbe fatto concepire un figlio, un figlio suo che lei sarebbe stata costretta a uccidere come unica

alternativa all’esserne distrutta. Una madre infetta che uccideva il suo stesso infetto neonato.

Questo era elegante, interessante. Divertente.

Le speranze sarebbero arrugginite, l’onore irrancidito, il marcio avrebbe penetrato ogni cosa.

Sarebbe stato un bambino, un bel bambino, di straordinaria bellezza.

Un bellissimo bambino muto, ombroso, insopportabile, incapace di gioire per il latte o per l’affetto, anzi che avesse disgusto delle più elementari necessità e della loro soddisfazione, inabile a sorridere, pieno di conoscenza e di odio.

No, non un bambino: si poteva far meglio.

Una bambina: erano più graziose le bambine, era una colpa più spinosa ucciderle.

Sì, una bambina fatta di astio e di tenebra.

Una creatura sua.

Da Hania il regno delle tigri bianche.

 

La prima volta che la bimba si rese conto di esistere, mancavano circa quattro mesi alla sua nascita.

Era nel buio tiepido del ventre della femmina dentro cui il Padre, il Principe delle Tenebre, l’aveva concepita. Lei era la figlia di suo Padre. Lo sapeva. Era una di quelle cose che sapeva, sapeva e basta.

Tutta la sua vita sarebbe stata piena di cose che sapeva, sapeva e basta, cose la cui conoscenza era nata con lei, era dentro di lei, un frammento della volontà di suo Padre che lei esistesse ed esistesse sapendo, avendo già una conoscenza. Molte cose si sarebbero aggiunte e si sarebbero mischiate, cose la cui comprensione le sarebbe  arrivata per averle viste, o sentite, o per aver ascoltato qualcuno che ne narrava. Sarebbero state il suo sapere acquisito, che si sarebbe fuso con il suo sapere innato.

E il primo punto del suo sapere innato era che lei era

la figlia di suo Padre, l’Oscuro Signore, Re degli Abissi,

Padrone dell’Oscurità.

Delle sue innumerevoli e infinite conoscenze innate

faceva parte la comprensione del linguaggio.

Fino a quell’istante, l’unico suono che aveva riempito

la sua iniziale coscienza era stato il battito del cuore della

femmina in cui era stata concepita. Ora invece era la

sua voce che scintillava: un suono molto più acuminato

del battito del cuore. Sicuramente la femmina parlava

da sempre, ma solo in quell’istante la coscienza della

bambina era diventata, da un grumo informe, un’entità

tale da poterla comprendere, e quindi ne aveva avuto

percezione e consapevolezza e di conseguenza memoria.

La femmina si stava giustificando.

«Non ho conosciuto nessun uomo, madre, ve lo giuro

» stava dicendo.

«Haxen, figlia mia! C’è un figlio nel tuo ventre, ormai

non possiamo più averne dubbio» diceva l’altra voce, la

bambina sapeva che quella era una voce di donna. «Io

ormai sono nell’età della vecchiaia, e giuro sulla corona

che porto che la mia angoscia è senza confini». Quella

che parlava quindi era una donna anziana e con una

corona sulla testa. Quindi, quella era una regina. Da cui

si deduceva che la donna in cui la bimba era stata concepita,

Haxen si chiamava, essendone la figlia, doveva

essere una principessa.

Perlomeno suo padre aveva scelto gente del fior fiore

del patriziato, l’apogeo dell’aristocrazia: apprezzò la

cortesia. Era già un’ignominia per lei, figlia dell’Oscurità

più alta, essere esiliata in mezzo a quell’umanità lagnosa

e fondamentalmente demente, che almeno ci si potesse

stare con qualche comodità.

 

Il gatto dagli occhi d’oro

In una prima media si incontrano ragazzini di estrazione diversa. La scuola è in cima a una rocca che dà sul mare. Dalle paludi arriva Leila, che ha frequentato elementari dove non si finiva il programma e a volte non lo si cominciava nemmeno perché molti alunni piovuti dalle più disparate parti del mondo non conoscevano nemmeno l’italiano. Ai loro drammi, al dolore che molti hanno nel cuore si contrappongono le storie di bambini di famiglie benestanti e difese che però , anche loro, custodiscono infelicità. Nella paludi per un attimo incontriamo un ragazzino nero, capobanda intemerato, protagonista del libro successivo, Io mi chiamo Joseph. Mariam, di origine etiope la migliore amica di Leila, subisce una pratica tribale, ma gli altri ragazzini  i loro genitori riusciranno a intervenire. Su tutti, come un nume tutelare, veglia un misterioso gatto dagli occhi d’oro. Un libro che parla di integrazione e diversità senza buonismi e con un realismo che riesce a non diventare troppo crudo grazie alla pennellata di ambientazione fantastica.

 

 

 

Qualche riga

Sette meno cinque… meno quattro… meno tre… meno

due… meno uno… Sette. Sono le sette e zero zero, altrimenti

dette le sette in punto.

La lancetta piccola della sveglia rosa in plastica con

sopra la riproduzione della zucca di Cenerentola con annessi

sorci, sempre in plastica, si allunga in perfetto asse

con il numero sette, sovrapponendosi alla lancetta rossa,

quella della suoneria, che è puntata anche lei sul numero

sette, perché la sveglia è stata messa alle sette.

L’idea sarebbe che quando la lancetta delle ore riesce

a combaciare con quella della suoneria, una minuscola

ruota dentata si sposti di un quarto di millimetro e azioni

il meccanismo della suoneria, il tutto faccia driiiiin e la

ragazzina si svegli.

Anche perché alle sette e zero zero, altrimenti dette le

sette in punto, la madre della ragazzina è al lavoro da più

di un’ora e mezza e non c’è niente e nessuno in casa, a

parte la summenzionata sveglia, affinché la ragazzina passi

dal sonno alla veglia e arrivi in orario a scuola, impresa

raccomandabile sempre, ma con particolare energia oggi

che è il primo giorno di scuola, per essere esatti il primo

giorno della prima media. La lancetta delle ore combacia con quella della suoneria,

ma la rotellina dentata in pura plastica made in China

è consunta da circa dodici anni di onorato servizio, mentre

la piccola sveglia è garantita per dodici miserabili mesi,

e comunque, le sveglie che durano un decennio e oltre

sono in metallo e made in Switzerland e non delle schifezzelle

in plastica con sopra i sorci di una Cenerentola

rosa. Quindi la rotellina dentata non aziona il meccanismo

della suoneria, si limita a inciamparci dentro, invece

di produrre un driiiiin si limita a un aborto di dr, dopodiché

tutta la sveglia passa definitivamente a miglior vita e la

ragazzina continua a dormire.

E continua a sognare.

Sogna di una fata madrina che la tocca con la bacchetta

magica e dice magicabula bidibi bodibi bu e lei diventa un’altra,

una ragazzina carina e magra, o comunque non proprio

grassa, perlomeno non così tanto; be’, insomma, una

di quelle ragazzine che quando si guarda allo specchio le

piace quello che ci vede, che fa anche pallacanestro, sa

nuotare, andare sui roller o sugli sci.

Sogna di essere una ragazzina con un cane, un cavallo,

un canarino e un pesce rosso.

Sogna di avere una madre che fa la casalinga o la maestra

o la proprietaria di una bancarella che vende fiori, e

un simpatico papà che disegna i nuovi modelli di missile

spaziale.

Va bene anche un papà che fa il veterinario. O l’idraulico.

Anche il lattaio. Il disoccupato.

Va bene lo stesso, basta un papà che dica: “Ciao pulcino

mio” tutte le sere quando arriva a casa.

Basta solo un papà che torni a casa tutte le sere. Anche

solo qualche volta.

Basterebbe sapere che c’è. Un papà con una faccia.

Basterebbe un nome.

 

Io mi chiamo Joseph

Ares 2018 età dai 12 ani all’età adulta.

https://www.youtube.com/watch?v=nAoYpzPTJNw&t=16s book trailer

https://www.youtube.com/watch?v=GO0_0cc-3j4 intervista

In ragazzino nigeriano “importato” in Itaia da una mafia micidiale per sfruttarlo nella mendicità coatta riesce a fuggire e a liberarsi dai suoi aguzzini. Diventa un piccolo ladro, ma un gruppo di persone perbene, tra cui un veterinario e un gruppo di carabinieri, riuscirà e rimetterlo sui binari giusti, grazie, tra l’altro, ai film di Clint Eastwood. In realtà Joseph è Joseph del massacro, l’unico sopravvissuto  di u intero villaggio.

Qualche riga

Joseph si sveglia e impiega un tempo ridicolmente lungo per ricordarsi chi è, che giorno è, dove si trova. Si chiama Joseph, è domenica, la mattina è già praticamente finita e lui si è svegliato

nel vecchio ricovero per le barche da pesca, abbandonato da anni, che gli fa da tana. Il tempo che impiega per ricordare queste informazioni non è poi così ridicolmente lungo se si calcolano le birre della sera prima. In effetti che si chiama Joseph, che lui è Joseph, non se lo deve ricordare, ma

come tutte le mattine se lo ripete qualche volta a mezza voce, tanto per dire qualcosa, tanto per sentire qualcosa. Joseph ha la bocca piena di amaro e sa di avere lo stomaco. Non è ancora

una sensazione né di dolore, né di bruciore, semplicemente di astiosa presenza. Quando i nostri componenti funzionano noi non sappiamo di averli. Da un po’ di tempo Joseph si sveglia

sapendo di avere lo stomaco.

Il suo corpo di quattordicenne comincia a segnalare che avrebbe bisogno di più cure, ma Joseph non ha idea di come aumentarle, e se anche lo sapesse, non è sicuro di volerle.

D’altra parte, le birre aiutano Joseph ad attraversare il buio della notte senza troppi sogni, o comunque con dei sogni che non invadano poi la memoria al risveglio; tutto sommato non

è poi così terribile sapere di avere lo stomaco.

Di fianco a lui, legato con un pezzo di spago, piagnucola un cane. Joseph im- piega un attimo a ricordarsi del cane. Lo ha rubato il giorno prima e oggi andrà a chiedere la ricompensa. Si tratta di un cucciolo femmina di imperiale valore monetario, Joseph non sa quanti quattrini possa valere la creatura a venderla sul folle mercato ufficiale dei cani di razza, forse un migliaio di euro visto che la ricompensa per chi lo ritrova sono cento euro tondi: all’iperstore una cinquantina di lattine di birra, un mese di sonni tranquilli.

Oppure se comprasse solo venticinque birre, avanzerebbero cinquanta euro per un album da disegno e una confezione piccola di un tipo particolare di matite colorate, quelle che quando ci metti l’acqua diventano acquerelli, la migliore marca di colori al mondo, il sogno di tutti i disegnatori o aspiranti

tali. Questo Joseph lo pensa tanto per pensarlo, un ricordo di quando possedere dei colori, e della carta era il più grande dei suoi desideri, era «il desiderio». Aveva aspettato dieci anni, era l’età minima richiesta a casa sua, per avere da suo padre il permesso di toccare i mitici Caran d’Ache, i colori pastello migliori che esistano. Suo padre era stato professore di filosofia, quando viveva in Nigeria. In Senegal, si era arrangiato, aveva imparato a guadagnare denaro portando in

giro i turisti su una barchetta rossa e facendo acquerelli: a loro piacevano. Ma questo un mucchio di tempo prima, un tempo che non è solo passato, è seppellito. Il tempo dei colori e degli

album è finito. Se Joseph si trovasse ora un foglio e dei colori davanti, non li toccherebbe nemmeno.

Joseph si avvia con la cagnolina legata a un pezzo di spago. Traversa le paludi trascinandosi dietro la bestiola che vorrebbe fermarsi a ogni odore, che si impunta in continuazione. Le dà

anche un paio di strattonate piuttosto secche: la piccola uggiola ma non accelera l’esasperante andatura. Alla fine, Joseph la prende il braccio.

Joseph non è abituato ad avere a che fare con i cani, il Senegal non era un posto di cani. I pochi che c’erano appartenevano a sé stessi, comparivano con il buio, tra la spazzatura di Dakar, di giorno stavano nascosti nelle ombre delle case per non farsi notare.

 

 

 

Giuseppe figlio di Giacobbe, Effatà, 2014 Età: dai 9 anni all’età adulta

Un libriccino su San Giuseppe. San Giuseppe un orfano: e orfano della sua terra, una terra sacra che invece è sotto il giogo dell’impero romano. E orfano della sua sposa che gli dice di essere incinta dello spirito. Per non disonorarla e per non mentire Giuseppe la lascia e si avvia in un viaggio che lo porterà a diventare un guerriero: un guerriero di Dio, un guerriero che affronta il suo compito enorme.

Qualche riga

 «Io sono uno dei tuoi guerrieri, o Mio Signore. Da te mi viene la mia forza, quindi la mia forza è infinita. Starò con te con la mente, con il cuore, con la potenza del braccio destro, con la docilità dell’altro che lo serve. Qualsiasi cosa mi circondi, mai perderò la fede in Te. Questa fede è la mia forza. Vivo nella tua luce e, quindi, nella gioia. Qualsiasi cosa accadrà, mai rinnegherò la gioia di credere in Te. E mai smetterò di ridere e danzare.

La mia fede è la mia gioia»,

 

 

L’ultima stella a destra della luna

  • , illustrazioni di Silvia Vignale, Salani, 2000. Età: dagli 8 anni all’età adulta

Su un lontano pianeta una terrificante dittatura crolla perché la maestra fa fare i temi: la scrittura rende il nostro pensiero più lucido. Tenere un diario ci permette di ricreare la nostra storia, ma anche di proteggerci dalle menzogne. In tutte le dittature erano venuti sotto controllo coloro che sapevano scrivere: le macchine da scrivere erano schedate. Nel libro, molto buffo, ci sono anche parolacce, che lo rendono particolarmente adatto a una classe molto vivace. Hanno una funzione precisa: spiegare che le parolacce esistono, e che come ogni termine devono essere usate solo nelle occasioni dove sono necessarie e nel giusto contesto. Usare una parolaccia è come dare un pugno: qualche volta può essere necessario, ma non può mai essere sprecato. Il libro può essere utile anche nelle classi molto vivaci. Il pianeta descritto è veramente molto buffo: la frase contenuta nelle prime righe, ci sono alcuni bambini che non hanno ancora deciso se sono maschi o femmine, non si riferisce per nulla alla teoria gender, teoria che afferma che possiamo essere maschio femmina a seconda i nostri desideri. Era semplicemente una cosa buffa che si aggiunge ad altre cose buffe: perché l’idea che noi possiamo essere maschio femmine a seconda dei desideri è pericolosamente sbagliata. Ci sono patologie, fortunatamente rarissime, che portano le persone a non essere propriamente maschi o propriamente femmine. Questa situazione si definisce tecnicamente intersessuale, ed è una situazione che va affrontata con grande delicatezza e riservatezza caso per caso. L’affermazione che si può essere maschio femmine secondo la propria scelta può portare i bambini a gravissime confusioni ed è considerata dai medici dell’American College of Pediatry un gravissimo errore.

Qualche riga

Fino a qualche anno fa c’era una bidella, che era a forma di cubo giallino chiaro, e veniva da una delle lune, ma non era molto sveglia, poverina, e gli alligatori se la sono mangiata. Da queste parti se uno non è molto sveglio finisce a fare da merenda agli alligatori, ma poi noi ci mangiamo gli alligatori e questa è la catena alimentare, che è una cosa importante, perché senza non ci sarebbe la vita sul pianeta e il governo resterebbe senza nessuno per pagare le tasse. Da quando la bidella è stata digerita siamo noi che facciamo le pulizie, perché non c’è nessun altro. Pulire e un po’ palloso, qualche volta penso che la catena alimentare dovrebbe fare più attenzione.

 

La bestia e la bella,

  • illustrazioni di Gianni De Conno, Salani, 2003.  Età: dagli 8 anni all’età adulta.

In questo libriccino è rivisitata l’antica e bellissima fiaba de La bella e la bestia. Nella fiaba originale, quando il principe è trasformato in una bestia, vengono conservate le linee originali di potere. Il principe resta principe. Continua a dare ordini a al suo essere principe si aggiungono ulteriori forme di potere: zanne, artigli e dimensioni. In questa fiaba il principe viene invece trasformando in un cagnolino bastardo, che scappa nella neve preso a calci da tutti, ma questa trasformazione, apparentemente una punizione, è invece un dono, l’occasione per il principe di scoprire il mondo al di fuori della reggia e l’umanità dentro di sé.

Qualche riga

Mia madre era sempre vestita con veste di broccato nero con una infinita serie di bottoncini aguzzi, a piramide, che non si staccavano mari, non si perdevano mai, erano sempre al loro posto, uno dopo l’altro, come una serie di minuscoli soldatini di starti a lutto. Quei bottoncini, uno dopo l’altro, erano una specie di lineare corazza, che l’avrebbe protetta in sempiterno da qualsiasi abbraccio, che ne respingeva la sola idea nella categoria del balzano e dell’irresponsabile.

 

La nuova dinastia 2017 Lindau  Età: dai 9anni all’età adulta

Book trailer  https://www.youtube.com/watch?v=Ib_lBeKIItY&t=38s

 

Un romanzo breve, Una storia di coraggio, responsabilità e magia, un finale che concilia con l’umanità e insegna come saper amare, essere coraggiosi, ammettere le colpe e saper perdonare i torti può cambiare le sorti della storia personale e collettiva. La presenza di curiose creature i folletti, dà leggerezza e umorismo alla narrazione che non è priva però di eventi drammatici.

Qualche riga

«Qualsiasi cosa succeda non dire una parola», ordinò mia madre quando finalmente la città fu in vista. Raccomandazione bizzarra. A parte che non avevo niente da dire, nessuno a cui dirlo, se anche mi fosse venuto in mente qualcosa, la voce per pronunciarla era dispersa nella paura, la lingua troppo secca non sarebbe riuscita a tirarlo fuori.

«Quello sarebbe stato meglio non ci avesse seguito», bofonchiò mia madre, indicando con un gesto del capo il mio airone che volava sereno sopra le nostre teste in grandi cerchi che si stagliavano contro il cielo azzurro. Lo avevo trovato insieme a mio padre quando era un pulcino, smarrito da solo in mezzo alla palude, con le piume ancora chiazzate del sangue che le volpi avevano versato attaccando i nidi. Si chiamava Air, nome semplice che gli avevo dato perché era il signore dell’aria. Mi seguiva ovunque e mi aveva seguito

anche quel giorno. Volava nel sole proiettando la sua ombra su di noi. Era una giornata bellissima, limpida, piena di voli di tortore e farfalle. Le cose orribili dovrebbero accadere nella tempesta.

Guardavo pieno di meraviglia e stupore le arcigne mura di mattoni rossi, le torri con le inferriate, gli armigeri alla porta, le strade piene di gente. La gente mi spaventò. Io, da quando ero al mondo, ero sempre vissuto sul fiume, nella parte alta della valle, avevo visto solo il padre, la madre e i folletti, e non ero nemmeno certo che i folletti fossero persone.

Mia madre e io eravamo scalzi, vestiti di pelli mal conciate che puzzavano come un topo morto lasciato al sole. Risaltavamo sulla folla multicolore come due macchie di rustico e selvatico. Un gruppo di bambini cominciò ad additarci e sghignazzare. Avevano abiti come non avevo mai visto, lisci, belli, pieni di colore. Quello che sembrava il capo, un ragazzino coi capelli rossi, prese una manciata di fango e me la tirò addosso. Mia madre si guardava intorno e non se ne accorse nemmeno.

«Che onore! Il re degli stracci è venuto a trovarci. Deve avere un topo morto nella bisaccia. Ehi, idiota», mi apostrofò quello che sembrava il capo, «I folletti ti hanno mangiato la lingua?».

«Lui non è un idiota e i folletti non esistono», disse una bambina, mettendosi davanti a me a fronteggiare l’altro. Potevo guardarne la schiena, la veste fatta di una stoffa bellissima che sembrava pura e profonda come l’acqua pulita della pozza vicino alla sorgente, i capelli intrecciati insieme a nastri azzurri e verdi, come la sua veste. Potevo sentire il suo odore che ricordava i fiori di lavanda e il fieno appena

tagliato, sperai che lei non sentisse il mio, o, nel caso, che non le dispiacessero i topi morti lasciati al sole.

«Certo che esistono, – continuò il primo. – Sono spiriti maligni e i divinatori ci parlano insieme. È così che fanno gli incantesimi maligni».

«Non esistono i folletti», ripeté la bambina, scandendo, con il tono paziente di quando si parla agli scemi.

Mi guardai attorno: di folletti ce ne era uno anche lì, era proprio di fianco a loro, stranamente triste, con gli occhi bassi, che  non incontravano  i miei.

L’airone sopra di me emise uno stridio acuto, una specie di lungo lamento, di cui mi accorsi appena. Ero troppo intento a cercare di capire. Quindi io ero un divinatore, era la prima volta che sentivo quella parola. Gli altri, quindi, quelli che non lo erano, non potevano vedere i folletti. Mi sembrò tristissimo. Come facevano a far passare le giornate, e a sapere cosa sarebbe successo? Io sapevo sempre tutto prima.

Oggi la minestra sarà di fave con la menta. Oggi pioverà, stai lontano dalla palude.

 

Due fanciulle rapite dai saraceni. È un giorno speciale, il 29 maggio del 1453. È il giorno della caduta di Costantinopoli il Mediterraneo diventa un mare islamico. Isabella e la sua cameriera Geltrude sono rapite e in questo loro viaggio salveranno il mondo o almeno riusciranno a miglioralo, perché anche nella cattività loro conserveranno  la libertà della loro anima. Il libro nasce d un’operazione curiosa e molto bella. Un gruppo di scrittori tra cui Silvana De Mari ha scritto un incipit e dei ragazzi della scuola media hanno scritto la trama. Una trama che include anche una scorrettezza, la città di Barcellona non era all’epoca islamica, che però è stata lasciata per rispetto alla traccia originaria.

 

Qualche riga

«Ho una felice notizia per voi, nipote» mi disse mio zio con tono lieto. «Ho concluso il vostro matrimonio. Andrete sposa a tale Adalberto signore di Macinaggio. Macinaggio è un porto della Corsica di grande importanza come scalo per il Tirreno: le nostre navi che dalla Sicilia vanno in Provenza avranno un porto di appoggio sicuro. Pare che Adalberto vi abbia visto in preghiera nella cattedrale quando è stato qui a

Pasqua e vi vuole anche senza dote. Una fortuna insperata. Non sprecate tempo a ringraziarmi e andate a preparare le vostre cose. La vostra nave parte tra due ore».

Infilai la mano nella tasca e strinsi il rosario, cercando di controllare il terrore e l’orrore di quella folle volontà, e in quel momento la pace del chiostro di Santa Brigida riempì la mia mente.

«Io desidero prendere i voti» dissi con voce ferma. Ne ero certa da sempre.

«Non dipende da voi. Dipende da me, e io desidero che andiate sposa. Ho bisogno di questo contratto di matrimonio e del porto di Macinaggio. E poi nei conventi ci si sveglia alle quattro. Sono posti scomodi». Mio zio si permise addirittura un sorriso, il massimo di cui fosse capace, che scoprì i suoi denti lunghi e gialli.

«Signore zio – osai ancora, – sono troppo giovane per andare sposa. E inoltre la Corsica è un luogo perso, di selvatica, arretrata barbarie, con selve impenetrabili, privo di timor di Dio. Anche i marinai più rozzi ed esperti ne parlano con sgomento».

«Avete quindici anni, basteranno. Non sono timorati di Dio? Li convertirete. Arriverete domenica al più tardi, in tempo per la messa», disse lui con un gesto che voleva al contempo rifiutare le mie obiezioni e congedarmi.

«Il viaggio è un pericolo. I pirati saraceni imperversano sempre più rapaci. Potrebbero rapirmi. Non ci avete pensato?»

«Certo che ci ho pensato, non sono certo uno sprovveduto – replicò. – Il contratto matrimoniale mi dà i benefici del porto di Macinaggio anche se la nave si perde e voi con lei. Se i barbareschi vi rapiscono, potrete convertire anche loro. Sarebbe veramente un’impresa straordinaria, degna del titolo di beata: finireste sugli altari. Ora andate a prepararvi o dovrete partire con gli abiti che portate e niente altro».

«Una volta giunta, rifiuterò le nozze e chiederò di farmi suora». Promisi, decisa.

«Una volta partita, il porto di Macinaggio è mio e sono certo che i corsi, noti per il buon carattere e lo spirito conciliante, non proveranno nemmeno a farvi cambiare idea»

 

 

 

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