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L’ultima stella, la Bestia e la bella, La nuova dinastia, adatti anche sotto i 10 anni.

L’ultima stella a destra della luna

  • , illustrazioni di Silvia Vignale, Salani, 2000. Età: dagli 8 anni all’età adulta

Su un lontano pianeta una terrificante dittatura crolla perché la maestra fa fare i temi: la scrittura rende il nostro pensiero più lucido. Tenere un diario ci permette di ricreare la nostra storia, ma anche di proteggerci dalle menzogne. In tutte le dittature erano venuti sotto controllo coloro che sapevano scrivere: le macchine da scrivere erano schedate. Nel libro, molto buffo, ci sono anche parolacce, che lo rendono particolarmente adatto a una classe molto vivace. Hanno una funzione precisa: spiegare che le parolacce esistono, e che come ogni termine devono essere usate solo nelle occasioni dove sono necessarie e nel giusto contesto. Usare una parolaccia è come dare un pugno: qualche volta può essere necessario, ma non può mai essere sprecato. Il libro può essere utile anche nelle classi molto vivaci. Il pianeta descritto è veramente molto buffo: la frase contenuta nelle prime righe, ci sono alcuni bambini che non hanno ancora deciso se sono maschi o femmine, non si riferisce per nulla alla teoria gender, teoria che afferma che possiamo essere maschio femmina a seconda i nostri desideri. Era semplicemente una cosa buffa che si aggiunge ad altre cose buffe: perché l’idea che noi possiamo essere maschio femmine a seconda dei desideri è pericolosamente sbagliata. Ci sono patologie, fortunatamente rarissime, che portano le persone a non essere propriamente maschi o propriamente femmine. Questa situazione si definisce tecnicamente intersessuale, ed è una situazione che va affrontata con grande delicatezza e riservatezza caso per caso. L’affermazione che si può essere maschio femmine secondo la propria scelta può portare i bambini a gravissime confusioni ed è considerata dai medici dell’American College of Pediatry un gravissimo errore.

Qualche riga

Fino a qualche anno fa c’era una bidella, che era a forma di cubo giallino chiaro, e veniva da una delle lune, ma non era molto sveglia, poverina, e gli alligatori se la sono mangiata. Da queste parti se uno non è molto sveglio finisce a fare da merenda agli alligatori, ma poi noi ci mangiamo gli alligatori e questa è la catena alimentare, che è una cosa importante, perché senza non ci sarebbe la vita sul pianeta e il governo resterebbe senza nessuno per pagare le tasse. Da quando la bidella è stata digerita siamo noi che facciamo le pulizie, perché non c’è nessun altro. Pulire e un po’ palloso, qualche volta penso che la catena alimentare dovrebbe fare più attenzione.

 

La bestia e la bella,

  • illustrazioni di Gianni De Conno, Salani, 2003.  Età: dagli 8 anni all’età adulta.

In questo libriccino è rivisitata l’antica e bellissima fiaba de La bella e la bestia. Nella fiaba originale, quando il principe è trasformato in una bestia, vengono conservate le linee originali di potere. Il principe resta principe. Continua a dare ordini a al suo essere principe si aggiungono ulteriori forme di potere: zanne, artigli e dimensioni. In questa fiaba il principe viene invece trasformando in un cagnolino bastardo, che scappa nella neve preso a calci da tutti, ma questa trasformazione, apparentemente una punizione, è invece un dono, l’occasione per il principe di scoprire il mondo al di fuori della reggia e l’umanità dentro di sé.

Qualche riga

Mia madre era sempre vestita con veste di broccato nero con una infinita serie di bottoncini aguzzi, a piramide, che non si staccavano mari, non si perdevano mai, erano sempre al loro posto, uno dopo l’altro, come una serie di minuscoli soldatini di starti a lutto. Quei bottoncini, uno dopo l’altro, erano una specie di lineare corazza, che l’avrebbe protetta in sempiterno da qualsiasi abbraccio, che ne respingeva la sola idea nella categoria del balzano e dell’irresponsabile.

 

La nuova dinastia 2017 Lindau  Età: dai 9anni all’età adulta

Book trailer  https://www.youtube.com/watch?v=Ib_lBeKIItY&t=38s

 

Un romanzo breve, Una storia di coraggio, responsabilità e magia, un finale che concilia con l’umanità e insegna come saper amare, essere coraggiosi, ammettere le colpe e saper perdonare i torti può cambiare le sorti della storia personale e collettiva. La presenza di curiose creature i folletti, dà leggerezza e umorismo alla narrazione che non è priva però di eventi drammatici.

Qualche riga

«Qualsiasi cosa succeda non dire una parola», ordinò mia madre quando finalmente la città fu in vista. Raccomandazione bizzarra. A parte che non avevo niente da dire, nessuno a cui dirlo, se anche mi fosse venuto in mente qualcosa, la voce per pronunciarla era dispersa nella paura, la lingua troppo secca non sarebbe riuscita a tirarlo fuori.

«Quello sarebbe stato meglio non ci avesse seguito», bofonchiò mia madre, indicando con un gesto del capo il mio airone che volava sereno sopra le nostre teste in grandi cerchi che si stagliavano contro il cielo azzurro. Lo avevo trovato insieme a mio padre quando era un pulcino, smarrito da solo in mezzo alla palude, con le piume ancora chiazzate del sangue che le volpi avevano versato attaccando i nidi. Si chiamava Air, nome semplice che gli avevo dato perché era il signore dell’aria. Mi seguiva ovunque e mi aveva seguito

anche quel giorno. Volava nel sole proiettando la sua ombra su di noi. Era una giornata bellissima, limpida, piena di voli di tortore e farfalle. Le cose orribili dovrebbero accadere nella tempesta.

Guardavo pieno di meraviglia e stupore le arcigne mura di mattoni rossi, le torri con le inferriate, gli armigeri alla porta, le strade piene di gente. La gente mi spaventò. Io, da quando ero al mondo, ero sempre vissuto sul fiume, nella parte alta della valle, avevo visto solo il padre, la madre e i folletti, e non ero nemmeno certo che i folletti fossero persone.

Mia madre e io eravamo scalzi, vestiti di pelli mal conciate che puzzavano come un topo morto lasciato al sole. Risaltavamo sulla folla multicolore come due macchie di rustico e selvatico. Un gruppo di bambini cominciò ad additarci e sghignazzare. Avevano abiti come non avevo mai visto, lisci, belli, pieni di colore. Quello che sembrava il capo, un ragazzino coi capelli rossi, prese una manciata di fango e me la tirò addosso. Mia madre si guardava intorno e non se ne accorse nemmeno.

«Che onore! Il re degli stracci è venuto a trovarci. Deve avere un topo morto nella bisaccia. Ehi, idiota», mi apostrofò quello che sembrava il capo, «I folletti ti hanno mangiato la lingua?».

«Lui non è un idiota e i folletti non esistono», disse una bambina, mettendosi davanti a me a fronteggiare l’altro. Potevo guardarne la schiena, la veste fatta di una stoffa bellissima che sembrava pura e profonda come l’acqua pulita della pozza vicino alla sorgente, i capelli intrecciati insieme a nastri azzurri e verdi, come la sua veste. Potevo sentire il suo odore che ricordava i fiori di lavanda e il fieno appena

tagliato, sperai che lei non sentisse il mio, o, nel caso, che non le dispiacessero i topi morti lasciati al sole.

«Certo che esistono, – continuò il primo. – Sono spiriti maligni e i divinatori ci parlano insieme. È così che fanno gli incantesimi maligni».

«Non esistono i folletti», ripeté la bambina, scandendo, con il tono paziente di quando si parla agli scemi.

Mi guardai attorno: di folletti ce ne era uno anche lì, era proprio di fianco a loro, stranamente triste, con gli occhi bassi, che  non incontravano  i miei.

L’airone sopra di me emise uno stridio acuto, una specie di lungo lamento, di cui mi accorsi appena. Ero troppo intento a cercare di capire. Quindi io ero un divinatore, era la prima volta che sentivo quella parola. Gli altri, quindi, quelli che non lo erano, non potevano vedere i folletti. Mi sembrò tristissimo. Come facevano a far passare le giornate, e a sapere cosa sarebbe successo? Io sapevo sempre tutto prima.

Oggi la minestra sarà di fave con la menta. Oggi pioverà, stai lontano dalla palude.

 

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